Naomi Klein: "La scienza ci dice: rivolta!"

La nostra inarrestabile richiesta di crescita economica sta uccidendo il pianeta? I climatologi hanno analizzato i dati e sono arrivati ad alcune sorprendenti conclusioni

1892
Naomi Klein: "La scienza ci dice: rivolta!"

(traduzione di Ludovica Morselli)
 
Si tratta di una sintesi dell'articolo apparso su The New Stateman 
 
Nel dicembre del 2012, il ricercatore Brad Wemer è riuscito a farsi notare in una folla di 24.000 scienziati al meeting autunnale della American Geophysical Union  di San Francisco. Quest’anno vi hanno partecipato diverse celebrità del settore e non: da Ed Stone, membro del Nasa Voyager project, al regista James Cameron il quale ha esposto al pubblico le sue esperienze a bordo di sommergibili.  Ma a far più clamore è stato proprio l’intervento di Wemer dal titolo: La terra è f*a? Ha parlato di confini, perturbazioni, sprechi con l’obiettivo di spiegare che il capitalismo globale ha reso lo sfruttamento delle risorse così rapido, così economico e quindi senza controlli che il sistema terrestre e quello umano sono diventati pericolosamente instabili. 
 
In questo schema distruttivo tuttavia, c’è una variabile che Wemer ha nominato “resistenza”, ovvero movimenti o gruppi di persone che adottano un certo tipo di comportamento il quale confligge con la cultura capitalista. Azioni ambientaliste, proteste, sabotaggi, blocchi messi in atto da popolazioni locali, lavoratori e altri gruppi di attivisti; tutti gruppi che si pongono al di fuori della cultura dominante. 
 
Solitamente in questo tipo di riunioni scientifiche con una certa autorevolezza e serietà, non c’è spazio per politicizzazioni o per riferimenti a resistenze di massa come ha fatto Wemer, ma d’altra parte questo non era il suo intento. In realtà Wemer ha solamente osservato che le sollevazioni popolari rappresentano la più efficace fonte di frizione per rallentare una macchina economica che è andata completamente fuori strada. Come sappiamo, nel passato diversi movimenti sociali “hanno avuto un’enorme influenza sul modo in cui la cultura dominante si è evoluta”, ha spiegato Wemer. Dunque, “se pensiamo al futuro del pianeta, e al futuro del nostro legame con l’ambiente, dobbiamo includere le resistenze come parte delle dinamiche”.

E questa, ha ribadito Wemer, non è una questione di opinioni ma un “reale problema geofisico”. Molti scienziati sono stati spinti dai risultati delle loro ricerche a riversarsi nelle piazze. Fisici, Astronomi, dottori e biologi hanno combattuto in prima linea in movimenti che si battevano per eliminare le armi nucleari, le contaminazioni chimiche, le guerre e il creazionismo. Nel Novembre 2012 la rivista Nature ha pubblicato un editoriale del banchiere e filantropo ambientalista Jeremy Grantham, il quale incitava gli scienziati a unirsi a questa tradizione fino “ad essere arrestati se necessario” perché il cambiamento climatico “non è solo una crisi che riguarda le nostre vite, ma riguarda l’esistenza della nostra intera specie”. Alcuni scienziati non hanno bisogno di essere convinti come dimostrano James Hensen, padrino della moderna climatologia arrestato svariate volte o come il famoso glaciologo Jason Box, arrestato insieme a me durante la protesta fuori dalla Casa Bianca contro gli oleodotti della Keystone XL, dove mi disse: “Il rispetto per me stesso dipendeva da questa protesta”. 
 
Questo è lodevole ma quello che Wemer sta facendo con il suo lavoro è diverso. Con la sua ricerca non vuole eliminare una politica in particolare ma vuole mostrare come il nostro intero paradigma economico sia una minaccia per la stabilità ecologica; e sfidare questo paradigma, attraverso la pressione dei movimenti di massa, è la migliore opportunità per l’umanità di evitare una catastrofe. Non è il solo a pensarla così. Wemer fa parte di un piccolo ma sempre più influente gruppo di scienziati le cui ricerche sulla destabilizzazione dei sistemi naturali, particolarmente di quello climatico, li sta portando a conclusioni rivoluzionarie. 
 
Kevin Anderson, il vice direttore del Tyndall Centre for Climate Change Research, una delle più importanti istituzioni di ricerca sui cambiamenti climatici della Gran Bretagna; ha pazientemente spiegato per svariati decenni a politici ed economisti le implicazioni della scienza climatica. In modo chiaro e comprensibile, ha spiegato loro la necessità di ridurre le emissioni e di mantenere la temperatura globale sotto i 2°C; obiettivi che non a caso troviamo nei programmi di molti governi. Tuttavia, negli ultimi anni le ricerche di Anderson sono diventate più allarmanti: infatti, ha rilevato come le possibilità di rimanere in certe temperature soglia per mantenere un livello di sicurezza, stanno diminuendo velocemente. Questo perché, spiega Anderson insieme alla collega Alice Bows, abbiamo perso troppo tempo a causa dello stallo della politica e di politiche climatiche troppo deboli. L’obiettivo nel 1990 per il 2050 di una riduzione delle emissioni dell’80%, è stato scelto puramente per ragioni politiche e non ha nessun fondamento scientifico. Questo perché gli impatti climatici non dipendono solamente da quello che emettiamo oggi e domani, ma da emissioni che si accumulano nell’atmosfera con il tempo. 
 
Aggirano dunque il problema stabilendo obiettivi con scadenze in futuri remoti, creando il rischio di lasciare che le nostre emissioni si liberino per decenni, ponendoci  nel futuro in una situazione irrimediabile. Infatti, gli stati industrializzati dovrebbero tagliare le loro emissioni di gas del 10% all’anno e da subito, se si vuole rispettare l’obiettivo di una temperatura globale massima di 2°C. Anderson e Bows si spingono oltre. Hanno concluso che questo obiettivo non potrà mai essere raggiunto nemmeno con le soluzioni green-tech tanto sostenute dai verdi. Aiutano di certo, ma non sono abbastanza. Inoltre, anche solo il taglio dell’ 1% annuo  delle emissioni “è stato storicamente associato a una recessione economica o a un periodo di instabilità”, come ha analizzato l’economista Nicholas Stern nel suo report del 2006 per il governo inglese. Solamente nel caso del crollo di Wall Street del 1929 le emissioni degli USA sono effettivamente diminuite più del 10% annuo e per più di un anno, come rileva il Carbon Dioxide Information Analysis Centre, ma quella è stata la peggiore crisi economica dell’età moderna. Tuttavia, in altri casi come il crollo dell’URSS o la crisi economica del 2008, le osservazioni di Stern non trovano riscontro; anzi proprio dal 2008 le emissioni di CO2 di Cina e India per esempio sono aumentate in maniera rilevante. 
 
Il problema è che il nostro sistema economico si basa solo sull’interesse a far crescere il PIL senza preoccuparsi di nient’altro, senza considerare le conseguenze umanitarie o ecologiche anche a causa della classe politica neoliberale che ha totalmente abdicato alle proprie responsabilità. 
 
In un saggio apparso nel 2012 nella rinomata rivista scientifica Nature Climate Change, Anderson e Bows si sono lanciati in quella che è sembrata una sfida aperta ai loro colleghi scienziati che hanno fallito nel loro compito di esporre come questi cambiamenti climatici sconvolgano effettivamente l’umanità. Nelle loro parole:
… gli scienziati riguardo ciò che concerne le emissioni di gas, hanno ripetutamente e gravemente minimizzato le implicazioni delle loro analisi (...) tutto per appagare il dio dell’economia (o più precisamente la finanza). Come testimoniano le ingenuità di alcune teorie sullo sfruttamento di infrastrutture a basso consumo di carbonio o sull’importanza della grande ingegneria. Ancor più grave è che mentre i budget per il contenimento delle emissioni si riducono, anche la geo ingegneria si impegna sempre di più ad assecondare i diktat economici. 
 
In altre parole, per apparire ragionevoli di fronte ai circoli economici neo liberali, gli scienziati hanno drammaticamente annacquato le implicazioni delle loro ricerche. Nell’Agosto 2013 Anderson è stato ancora più chiaro, scrivendo: “Forse all’epoca dell’Earth Summit del 1992, o perfino all’ombra del nuovo millennio, la soglia stabilita dei 2°C avrebbe potuto essere raggiunta se le egemonie economiche e politiche avessero apportato al loro interno cambiamenti significativi. Oggi nel 2013, con paesi (post-) industrializzati che producono maggiori emissioni, le prospettive sono molto diverse. Il nostro continuo e comune sperpero ha dissolto ogni opportunità di raggiungere l’obiettivo dei 2°C mentre era possibile in precedenza”. 
 
Probabilmente non dovremmo essere sorpresi se alcuni climatologi siano un po’ spaventati dalle implicazioni radicali delle loro stesse ricerche. La maggior parte di loro stava tranquillamente facendo il proprio lavoro misurando la profondità dei ghiacci, elaborando modelli climatici globali e studiando l’acidificazione degli oceani, per poi scoprire, come ha osservato l’autore ed esperto climatologo Clive Hamilton, che “stavano inconsciamente destabilizzando l’ordine politico e sociale”. 
 
Ma ci sono moltissime persone che sono perfettamente consapevoli della natura rivoluzionaria della scienza climatica a cominciare dai governi. Controllate cosa sta succedendo in Canada, dove io vivo. Il governo conservatore di Stepehen Harper ha fatto un ottimo lavoro nell’imbavagliare gli scienziati chiudendo progetti di ricerca eccessivamente critici portando nel Luglio 2012, un paio di migliaia di scienziati e sostenitori a protestare di fronte al Parlamento ad Ottawa al grido di: “Nessuna scienza, nessuna prova, nessuna verità”.  
 
Ma la verità sta emergendo comunque. Il fatto che la solita ricerca di profitti e crescita stia destabilizzando la vita sulla terra non è più qualcosa che dobbiamo leggere in riviste specializzate. I primi segnali si tanno palesando di fronte a noi e sempre più rispondono a tono: i blocchi delle attività di fratturazione idraulica (comunemente conosciute come ‘fracking’) a Balcombe nel Sussex, le interferenze per impedire le trivellazioni nelle acque Russe (con costi personali elevatissimi) e innumerevoli altri atti di resistenza anche minori. È proprio questa la frizione necessaria per rallentare destabilizzanti che aveva individuato Wemer. Non è una rivoluzione ma è un inizio e potrebbe permetterci di acquistare tempo per individuare un modo di vivere su questo pianeta che sia decisamente meno f*o. 
 
Naomi Klein, autrice de “The Shock Doctrine” e “No Logo” sta attualmente lavorando a un libro e a un film sul potere rivoluzionario del cambiamento climatico. 
La potete seguire su twitter @naomiklein

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