Nella gabbia euro, Hollande fa la figura del Tartufo di Molière.

Vincolati dalla moneta unica, i politici francesi fanno promesse inutili. E la Francia si avvicina alla catastrofe per B. Granville e Henkel

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 Nella gabbia euro, Hollande fa la figura del Tartufo di Molière.


 
Nel loro ultimo articolo su The Project Syndicate, Brigitte Granville e Hans Olaf Henkel utilizzando la commedia di “Tartufo o l’impostore”, dove Molière dimostra che se è l’orgoglio, invece della ragione, a dettare le proprie azioni si fa inevitabilmente una brutta fine, per descrivere la situazione attuale del presidente francese François Hollande, impegnato su continuer promesse politiche che non potrà onorare.
 
Per la Francia, scrivono i due economisti firmatari del Manifesto di soidarietà europeo, le conseguenze dei fallimenti di Hollande saranno di gran lunga più drammatiche della sua caduta politica. Il Paese potrebbe affrontare una catastrofe, dal momento che le azioni di Hollande rischiano di gettare l’economia in una stagnazione prolungata e di spingere l’elettorato francese sempre più arrabbiato ad eleggere come suo successore Marine Le Pen del partito di estrema destra Fronte nazionale.
 
Le politiche economiche della Francia sono insostenibili, e ciò significa che i due principali determinanti di quelle politiche, l’UME e l’approccio di Hollande, devono cambiare radicalmente. Finora non è avvenuto.
 
All’inizio di questo mese, secondo un sondaggio il tasso di approvazione di Hollande è sceso al 12% – il peggiore risultato mai raggiunto da un presidente francese nella storia dei moderni sondaggi. Appena un mese prima registrava un già terribile 27%. Lo stesso giorno Hollande ha rilasciato una lunga intervista in tv in cui ha ammesso il fallimento e fatto nuove promesse.
 
Si consideri la disoccupazione, che a settembre si attestava al 10,5%, rispetto al 5% in Germania. Nell’intervista, Hollande riconosce che, malgrado le promesse, un’inversione del trend negativo occupazionale “non” è avvenuta quest’anno.
 
Nel frattempo, però, ci sarà un aumento delle accise sul diesel, e un 20% di rincaro sulle imposte patrimoniali graverà sulle seconde case non occupate nelle aree densamente popolate. Tali aumenti saranno approvati entro la fine dell’anno, quindi dovrebbero essere gli ultimi – se, ovviamente, Hollande manterrà la sua promessa.
Considerando i precedenti di Hollande – l’onere fiscale è salito di 40 miliardi di euro (50 miliardi di dollari) negli ultimi due anni – è improbabile che accada. I ministri di Hollande stanno già facendo marcia indietro. Secondo il ministro delle finanze, Christian Eckert, non si potrà fare a meno di una maggiore pressione fiscale: “Non si può stabilire una situazione che dipende da un contesto internazionale che non controlliamo”.
 
Ovviamente, quel “contesto internazionale” è l’UME, che pone notevoli limiti esterni sulla politica francese. Anche senza tali restrizioni, è prudente che i policymaker fiscali mantengano aperte le loro opzioni.
 
In entrambi i casi, i creatori dell’euro si sbagliavano ad aspettarsi che la moneta unica avrebbe promosso la convergenza economica e politica tra i membri. Escludendo un aggiustamento sul tasso di cambio per affrontare le differenze di competitività, proseguono i due economisti, l’euro ha costretto i Paesi meno competitivi a perseguire una lenta e dolorosa “svalutazione interna” (reprimendo i salari reali). Ciò ha spinto al ribasso la domanda e i prezzi, causando disparità crescenti tra le performance economiche dei Paesi membri dell’Eurozona. La Francia ora registra un deficit di parte corrente pari al 2% del Pil, rispetto al surplus della Germania pari all’8% del Pil.
 
All’impatto deflativo della svalutazione interna si aggiunge la regola, rinforzata nel “fiscal compact” del 2012, secondo cui i Paesi dell’Eurozona sono totalmente responsabili dei propri debiti e devono quindi adottare una rigida disciplina fiscale. Con la domanda inevitabilmente compressa, neanche i salari depressi possono generare un’adeguata occupazione.
 
L’unica soluzione, ora sostengono molti fautori dell’euro, è una piena unione politica, che consentirebbe trasferimenti fiscali dai Paesi più competitivi dell’Eurozona a quelli più deboli. Ma il Sud Italia, che non ha utilizzato i trasferimenti fiscali dal nord da cui è dipeso per trasformare la propria economia o incentivare la produttività, dimostra quanto poco impatto possa avere questo approccio. L’idea che un’unione fiscale dell’Eurozona possa fare meglio è una pericolosa fantasia.

Un altro potenziale approccio sarebbe dare una forza maggiore alle economie dell’Eurozona, soprattutto alla Germania, o sostenere riforme strutturali in grado di rilanciare la produttività in Paesi meno competitivi come la Francia e l’Italia. Questo è ciò che probabilmente intendeva la cancelliera tedesca Angela Merkel quando, in una discussione privata al meeting del Consiglio europeo tenutosi lo scorso dicembre, affermava che, sebbene la Germania “non possa permettersi i trasferimenti a tutta l’Europa, può “aiutare a pagare i conti”. Ma, prima o poi, le economie più deboli, si tireranno fuori da tali riforme, reclamando la propria sovranità monetaria come strumento necessario – per quanto del tutto insufficiente – per evitare il collasso economico e sociale.
 
Nel frattempo, Hollande continua a perseguire Tartufo. Vincolati dalla moneta unica, i politici francesi si mostrano totalmente incapaci di agire in concreto e ciò rende le loro promesse inutili. Di conseguenza, concludono i due autori, la Francia potrebbe andare incontro a una protesta popolare e a un ulteriore sostegno ai partiti più estremi, soprattutto al Fronte nazionale di Le Pen.

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