Nicolás Maduro Moros: storia di un dirigente del popolo
Dal Caracazo al 2026: una traiettoria di continuità bolivariana
di Fabrizio Verde
Quando il 23 novembre 1962 nasceva Nicolás Maduro Moros nel quartiere popolare di El Valle, nella parte occidentale di Caracas, veniva alla luce un figlio autentico di quella Caracas dei techos de cartón cantata da Alí Primera: una città ferita dalla disuguaglianza, ma viva, solidale, ribelle. In quei quartieri di lamiere e speranze, dove la povertà non era miseria ma condizione condivisa, nessuno avrebbe potuto immaginare che quel bambino sarebbe diventato uno dei protagonisti centrali della storia latinoamericana del XXI secolo. Eppure, proprio da lì, da quella Caracas invisibile alle élite, parte la traiettoria di Nicolás Maduro.
La sua non è una storia costruita nei corridoi del potere, ma forgiata nella vita reale della classe lavoratrice: una traiettoria insolita, quasi scandalosa per i canoni tradizionali, che lo ha portato da conducente di autobus a presidente di una nazione sottoposta a uno degli assedi geopolitici più duri del nostro tempo. E proprio in virtù di questo la sua figura viene costantemente vilipesa dai mezzi di informazione e dalla classe politica dei paesi afferenti al cosiddetto campo occidentale. Ancora di più adesso che si trova sotto sequestro negli Stati Uniti d’America.
Radici operaie, coscienza militante
Maduro cresce su Calle 14, in un quartiere operaio dove si viveva senza privilegi ma con una forte coscienza collettiva. Suo padre, Nicolás Maduro García, era un dirigente sindacale rispettato, una figura di riferimento per il movimento dei lavoratori della capitale venezuelana. Sua madre, Teresa de Jesús Moros, insegnante, incarnava l’idea dell’istruzione come strumento di emancipazione. In casa Maduro, la politica non era un’astrazione: era vita quotidiana, discussione, impegno.
La famiglia era profondamente radicata nella sinistra venezuelana. Maduro stesso ha raccontato come le sue origini - nonni sefarditi di ascendenza moresca, convertiti al cattolicesimo in Venezuela - abbiano contribuito a forgiare un’identità complessa, meticcia, profondamente latinoamericana. Cresciuto cattolico, la sua vera formazione etica e politica avvenne nei circoli della sinistra marxista, dove la lotta per la giustizia sociale era pane quotidiano.
Al liceo pubblico José Ávalos, Maduro si distinse presto come dirigente studentesco, diventando presidente del sindacato degli studenti. Era un ragazzo del popolo: amava il rock, giocava a baseball, viveva la strada. Secondo documenti diplomatici successivamente emersi, avrebbe persino rifiutato da giovane un’offerta per entrare nel baseball professionistico statunitense: una scelta che, vera o meno, è simbolica di un destino che guardava altrove.
L’università della strada
Maduro non completò gli studi secondari. Come milioni di latinoamericani, dovette lavorare. Entrò nella Caracas Metro Company come conducente di autobus e fu lì, nel cuore pulsante del trasporto pubblico, che si formò politicamente. La metro divenne la sua università: scioperi, assemblee, organizzazione sindacale. Negli anni ’80 contribuì alla creazione di un sindacato informale dei lavoratori della metro, scontrandosi con un sistema politico ormai logoro e incurante delle condizioni di vita delle larghe masse popolari.
Erano gli anni del tramonto del puntofijismo, mentre il Venezuela, nonostante il petrolio, affondava nelle disuguaglianze. Maduro militava nella Lega Socialista, studiava Marx e Lenin ma anche Bolívar, Martí, Zamora. La teoria non era separata dalla pratica.
Il 27 febbraio 1989 segnò una frattura irreversibile: il Caracazo. La rivolta popolare contro le politiche neoliberiste imposte dal FMI fu repressa nel sangue. Centinaia, probabilmente migliaia di morti. Per Maduro e per un’intera generazione fu la fine di ogni illusione sulla “democrazia” oligarchica venezuelana. Da quel momento, la radicalità non fu una scelta ideologica, ma una necessità morale.
Chávez e la convergenza storica
Il 4 febbraio 1992, Hugo Chávez entrò nella storia con il suo “por ahora”. Maduro riconobbe immediatamente in quel militare ribelle la sintesi di quanto il popolo stava aspettando. Si unì al movimento per la sua liberazione e, una volta concessa l’amnistia, contribuì alla fondazione del Movimiento Quinta República.
Il rapporto tra Chávez e Maduro non fu opportunismo. Fu riconoscimento reciproco. Chávez vide in Maduro un uomo del popolo, leale, organizzatore, privo di ambizioni personali sganciate dal progetto collettivo. Maduro vide in Chávez il leader capace di rompere la storia venezuelana in due. Portare avanti un progetto rivoluzionario capace di trasformare il paese ed emancipare le masse popolari.
Dopo il 1998, Maduro non cercò i riflettori. Partecipò all’Assemblea Costituente, fu deputato, presidente dell’Assemblea Nazionale. Nei momenti più bui - il golpe del 2002, il sabotaggio petrolifero - rimase saldo. Non vacillò quando altri tradirono. In un processo rivoluzionario sotto assedio, la solidità politico-ideologica divenne il suo capitale umano e politico decisivo.
Architetto della diplomazia bolivariana
Nel 2006 Chávez lo nominò Ministro degli Esteri. La scelta fu derisa dalle élite, ma la storia le avrebbe smentite clamorosaente. Per sette anni Maduro fu il volto internazionale della Rivoluzione Bolivariana. Costruì alleanze, consolidò l’ALBA, rafforzò i legami con Russia, Cina, Iran, difese il Venezuela nei consessi multilaterali, contribuì alla stabilità regionale anche nei momenti di massima tensione con la Colombia di Alvaro Uribe.
Quella esperienza lo trasformò in uno dei dirigenti latinoamericani con maggiore conoscenza diretta dei meccanismi del potere globale.
L’eredità e il peso della storia
Quando Chávez, l’8 dicembre 2012, indicò Maduro come suo successore, non trasmise solo una carica. Trasferì una responsabilità storica. “Figlio mio, hai la mia benedizione” non fu una formula retorica, ma l’investitura di un custode.
Dopo la morte di Chávez, Maduro vinse le elezioni del 2013 in un paese in lutto. Da allora ha governato sotto attacco permanente fino alla criminale incursione statunitense.
Governare sotto assedio
Sanzioni, sabotaggi, tentativi di colpo di Stato, isolamento finanziario, guerra mediatica. Nel 2019 l’autoproclamazione di Guaidó fu il tentativo più esplicito di demolire la sovranità venezuelana. Maduro resistette.
Nonostante tutto, il Venezuela non è crollato. Anzi. Dopo anni di sacrifici, nel 2025 l’economia venezuelana ha registrato una crescita dell’8%, certificata dalla CEPAL, un dato straordinario per un paese sottoposto a un blocco economico brutale.
Il criminale attacco degli Stati Uniti del 3 gennaio 2026, che ha portato Maduro insieme alla moglie Cilia Flores a trovarsi sotto sequestro negli Stati Uniti - accusato senza nessuna prova di narcotraffico - lo ha trasformato in un simbolo di forza e resistenza. Esibito come un trofeo dai gringos, ha dato lezioni di educazione e dignità dimostrando anche in questo drammatico tornate del suo percorso politico, la sua tempra da combattente.
Una figura storica
Nicolás Maduro è il presidente che ha guidato il Venezuela nel momento più difficile della sua storia contemporanea. Un figlio del popolo che ha resistito dove molti avrebbero ceduto.
La storia, come sempre, emetterà il suo verdetto. Ma una cosa è già chiara: Maduro non è solo una parentesi, è un protagonista della lunga lotta del Venezuela per la dignità, la sovranità e l’autodeterminazione.

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