Non è il momento di pensare ad un piano fiscale di lungo periodo
Il problema di oggi si chiama disoccupazione e quello deve essere affrontato ora.
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La scorsa settimana il Fondo Monetario Internazionale, il cui ruolo normale è di imporre disciplina e rigore ai governi, ha dato agli Stati Uniti un consiglio non nei canoni dell'organizzazione internazionale. Con questa premessa, Paul Krugman in Fight the Future riprende un articolo del Survey magazine del FMI dal titolo “Ease Off Spending Cuts to Boost U.S. Recovery.”, in cui il Fondo sostiene come il sequester e le altre forme di contrazione fiscale imposte dagli Usa comporterà il dimezzamento esatto della crescita, minando quello che altrimenti sarebbe stata una ripresa vigorosa. E questi tagli vengono giudicati non necessari e non giustificati.
Il Fmi non ha tuttavia rotto completamente con le politiche d'austerità che ha favorito a diffondere nel recente passato: il suo presidente, Christine Lagarde, ha bilanciato queste nuove prese di posizione con la richiesta di un piano di sostenibilità fiscale di medio-lungo periodo. Piano di sostenibilità che secondo Krugman deve essere tradotto meglio con riforme del Welfare, o meglio ancora tagli a Social Security ed altri programmi. Si tratta di un modo non responsabile di affrontare i problemi attuali degli Stati Uniti: il lungo è un luogo di incertezza e le previsioni fiscali a 10-20 anni, sostiene il premio Nobel per l'economia, hanno la stessa credibilità di un romanzo di fantascienza. Le previsioni di immensi deficit futuri basati sul fatto che i costi della salute continueranno a crescere ad un livello maggiore del Pil sono stati già smentiti dalla realtà degli ultimi anni.
L'incertezza non deve essere una giustificazione per l'inerzia? Nel caso del cambiamento climatico, ad esempio, l'incertezza sull'impatto del gas serra sulle temperature rafforza un'azione dei governi per evitare la catastrofe. Ritardare l'azione sul clima significa permettere il rilascio di miliardi di gas serra nell'atmosfera. Ma la politica fiscale non è quella climatica ed un parallelo curiosamente avanzato anche a destra, sostiene Krugman, non può essere sostenuto. Un'azione immediata sul deficit di lungo periodo non ha basi teoriche: il luogo comune sempre più influente sembra essere quello che bisogna agire il prima possibile per non perdere i benefici che i tagli produrranno nel lungo periodo. Non solo il “grande patto” - che collega minore austerità ora per cambiamenti fiscali di lungo periodo – non è necessario, ma produce anche un danno non indifferente all'economia: l'immenso spreco di energie e tempo che potrebbero e dovrebbero essere spesi per aiutare le persone che non riescono a trovare un'occupazione lavorativa.
Con i repubblicani che in Congresso hanno già votato 37 volte per bloccare la riforma della sanità voluta dal Presidente Obama, è possibile pensare un accordo fiscale di lungo periodo? E se anche fosse raggiunto è giusto ritenere che il partito repubblicano lo onorerà nel momento in cui dovesse riprendere possesso della Casa Bianca? Infine quando sarà il momento di pensare ad un piano fiscale di lungo periodo? La risposta deve essere lasciata agli elettori. Forse nel 2018 quando il nuovo presidente Hillary Clinton potrebbe farlo sfruttando la vittoria delle elezioni di midterm, oppure un partito democratico demoralizzato potrebbe cedere alla privatizzazione di Medicare voluta dal presidente Paul Ryan.
Ma sicuramente non è oggi il tempo di prendere questa decisione, e, per questo, persone influenti devono smettere di usare il futuro come scusa del non fare. Il problema di oggi, conclude Krugman, si chiama disoccupazione di massa e deve essere affrontato ora.

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