Non una crisi del debito, ma una crisi politica
Il partito repubblicano ha fallito nella sua agenda trentennale ed è allo sbaraglio
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Nel suo ultimo commento sulle pagne del New York Times, Paul Krugman torna a ribadire come gli Stati Uniti non stiano vivendo una crisi del debito e sono fuorvianti tutti gli articoli e commenti che descrivono così le discussioni sul “fiscal cliff”. Il governo americano non ha alcuna difficoltà ad ottenere prestiti per la copertura del suo debito - al contrario i tassi di interesse per farlo sono ai livelli più bassi mai registrati – ed i rischi del precipizio fiscale non vertono sul debito futuro. Sottolinea il noto economista americano che, al contrario, quello che gli Stati Uniti stanno vivendo è una grave crisi politico, con uno dei due perni del suo bilateralismo di fronte al fallimento ddella sua agenda ormai trentennale. Nelle negoziazioni con Obama, il partito repubblicano non ha alcuna base negoziale: da un lato, affermano di voler aumentare di 800 miliardi di dollari il gettito interno elimando gli sprechi, ma si rifiutano di indicare quali debbano essere colpiti; continuano a chiedere tagli alla spesa, ma le cifre che indicano non corrispondono a i risparmi che si prefiggono. Si tratta di una situazione molto particolare, che spinge le trattative su un terreno duro, dove una delle due parti semplicemente non ha più un programma politico futuro di riferimento.
Dagli anni '70, continua Krugman nella sua analisi, il partito repubblicano è divenuto prigioniero dei pregiudizi e dell'influenza delle ideologie più radicali, il cui scopo ultimo di riferimento è individuabile nell'eliminazione del welfare state americano. Il problema per il partito è che i programmi sociali che vogliono togliere sono molto popolari e, sottolinea Krugman, “gli americani possono muovere la testa in astratto quando attacchi le inefficienze del governo”, ma poi non tologono mi il loro sostegno a Social Security, Medicare ed anche Medicaid. Di fronte a questo fallimento, i repubblicani radicali hanno scelto due strategie: in primo luogo, “starve the beast,” utilizzare cioè la popolarità dell'abbassamento delle tasse per ridurre le entrate ed erogare meno fondi ai programmi. In secondo luogo, sfruttare forze elettorali consolidate del partito — il risentimento bianco, il disprezzo delle classi lavoratrici per il cambiamento sociale, la sicurezza nazionale – per costruire un dominio politico, tale da potergli garantire lo smantellamento del welfare state.
Le ultime elezioni hanno dimostrato come tutte i principali fonti di forza dei repubblicani si sono trasformati in debolezza: il dominio democratico tra gli ispanici ha offuscato quello repubblicano nei bianchi del sud; i diritti delle donne, le campagne anti aborto ed il sentimento omofobico; e l'uccisione di Osama bin Laden ha smantellato la campagna di Romney. Ed in termini di welfare state oggi invece che ucciderlo, i repubblicani devono far da spettatori al più grande programma di assicurazione sociale dalla creazione di Medicare.
Il partito dell'elefantino ha perso molto di più di un'elezione, ha visto il collasso di un progetto decennale. E con i loro scopi grandiosi fuori portata, non hanno letteralmente idea di quello che vogliono e per questo non possono fare offerte specifiche. Ed è una situazione altamente pericolosa: con il partito repubblicano senza una bussola di riferimento, arrabbiato ed in grado di controllare la Camera dei rappresentanti, la nostra migliore speranza è che gli istituti finanziari tanto cari ai repubblicani usino la loro influenza per limitare i danni.

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