Obama: la parabola di un eroe liberale

“Parla come il presidente dell'American Civil Liberties Union, ma agisce come Dick Cheney.”

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Obama: la parabola di un eroe liberale

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Con Der Spiegel che accusava la National Security Agency di “mire totalitarie non ammissibili in uno stato costituzionale”, si può dire ufficialmente concluso il culto dell'Europa verso Obama. Lo scandalo emerso del NSA impegnata a spiare l'attività degli uffici europei a Washington ha portato il presidente francese François Hollande a chiedere la fine immediata dell'attività di spionaggio e Le Monde a consigliare addirittura all'Ue di dar asilo politico ad Edward Snowden. Ma, sostiene Rachman in Obama and the crumbling of a liberal fantasy hero, se i liberali vogliono fare la lista dei peggiori atti di Obama, lo spionaggio degli uffici Ue è tra i meno rilevanti. Al vertice c'è sicuramente la promessa mai realizzata sulla chiusura di Guantanamo e l'uso massivo dei droni per colpire terroristi in Pakistan e Yemen soprattutto. 
La figura di Obama come un eroe liberale si è del tutto offuscata e, sostiene il Columnist del Financial Times, i suoi metodi sarebbero stati già crocefissi se fosse stato un Repubblicano caucasico.  Un accademico turco, Hakan Altinay, è stato tanto lapidario, quanto incisivo per spiegare questo concetto: “Obama parla come il presidente dell'American Civil Liberties Union ma agisce come Dick Cheney.” Da questo punto di vista, i liberali in Turchia, Egitto, Russia, Iran accusano il presidente americano di esser stato troppo esitante nel condannare gli abusi in diritti umani nei loro paesi. O meglio, alla retorica di Carter è seguita però l'azione di Kissinger.
Ma prima di criticare l'azione di Obama, prosegue nella sua analisi Rachman, è importante contestualizzare il tutto nei problemi che ha dovuto affrontare. Alcune delle decisione che Obama ha preso, infatti, sono il risultato di altre che i liberali hanno apprezzato:  il ritiro in Iraq ed Afghanistan,ad esempio, è stato plaudito quasi unanimemente all'estero, ma, senza la presenza sul terreno, sono necessari altri metodi e la spiegazione di Obama del programma droni è proprio legata alla sua riluttanza di mandare nuovi uomini sul campo.
Allo stesso modo, l'uso della tortura è legato alla necessità di arrivare ad informazioni vitali in una fase in cui la minaccia terrorista resta alta. Gli europei sostengono che lo spionaggio non ha nulla a che fare con la “guerra al terrore” ed è vero. Ma, sostiene Rachman, si tratta di una pratica utilizzata spesso tra alleati – lo spionaggio commerciale francese verso gli Stati Uniti di iFrancia ed Israele è noto – e non tale da compromettere le relazioni inter-statali.
La parabola di Obama, una volta il vessillo dove tutti i liberali riponevano la loro speranza, è evidente. E' perfettamente lecito argomentare che il presidente americano avrebbe dovuto fare molto di più per eliminare l'enorme alone di segreto di stato che ha ereditato dall'amministrazione Bush. La combinazione di una “guerra al terrore” ed il nuovo mondo di “big data” ha creato una serie di pressioni che hanno portato il presidente a commettere una serie di errori. Ma Obama è ben conscio di dover decidere in un universo reale, pieno di scelte difficili da ponderare, mentre, conclude il Columnist del Ft, i suoi critici sembrano vivere in un mondo di fantasia.

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