Pedro Sánchez e la crisi della politica europea su Gaza
di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad
Il dibattito che circonda Pedro Sánchez viene sempre più presentato come un dibattito sulla corruzione, e giornali, programmi televisivi e avversari politici descrivono il Primo Ministro spagnolo come un leader sommerso dagli scandali e travolto da una crisi politica intensa.
Eppure questa narrazione nasconde una realtà più profonda.
La questione non riguarda soltanto il futuro di Sánchez. Riguarda il modo in cui il genocidio a Gaza sta ridefinendo la politica europea.
Le accuse che coinvolgono figure vicine al governo meritano di essere indagate con rigore e in totale trasparenza. Nessuna democrazia può funzionare senza che il potere sia chiamato a rendere conto del proprio operato. Tuttavia la politica democratica richiede anche la capacità di distinguere tra procedimenti giudiziari e conflitti di natura politica.
Pedro Sánchez è diventato uno dei pochi leader socialdemocratici europei capaci di sopravvivere a una successione di crisi senza perdere centralità politica. La pandemia, la crisi energetica, l'inflazione e le tensioni territoriali non hanno prodotto il collasso che molti prevedevano. In un continente dove gran parte della sinistra ha perso terreno, la sua posizione e il suo impegno sono diventati un punto di riferimento, soprattutto per chi ha ancora a cuore la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani.
Il suo successo e la sua popolarità hanno scatenato una reazione di un'intensità esagerata e inspiegabile, un'opposizione nei suoi confronti che non trova facile spiegazione.
Sánchez è diventato un simbolo. Per la destra spagnola rappresenta la normalizzazione delle alleanze con le forze autonomiste. Per alcuni settori economici rappresenta una concezione più interventista del ruolo dello Stato nell'economia, e suscita per questo diffidenza. Per altri ancora rappresenta una crescente disponibilità a mettere in discussione principi consolidati della politica estera occidentale. E forse è questo il punto più importante, quello che si preferisce ignorare.
Attori diversi, mossi da obiettivi diversi, possono concorrere a creare un clima che genera instabilità.
Ma è sulla Palestina che questa dinamica diventa più evidente.
Per decenni la Palestina ha occupato una posizione particolare nel dibattito europeo. La simpatia e la solidarietà dell'opinione pubblica verso i palestinesi, e il sostegno al loro diritto all'autodeterminazione, erano spesso molto più sentiti dalla gente di quanto non fossero rappresentati dalle posizioni adottate dai governi. Ma questo divario raramente produceva conseguenze politiche rilevanti.
Gaza ha cambiato questa equazione. Gaza, dove si sta consumando il peggiore dei crimini, e che vediamo in mondovisione dai nostri telefoni, è davvero diventata il centro nevralgico del futuro del sistema democratico, del rispetto della legalità internazionale e dell'umanità stessa.
Le immagini provenienti dalla Striscia di Gaza hanno reso sempre più difficile sostenere una distinzione tra valori proclamati e pratiche politiche effettive. Il linguaggio dei diritti umani, del diritto internazionale e della protezione dei civili è uscito dagli spazi dell'attivismo per entrare nel cuore del dibattito pubblico europeo.
In questo contesto la Spagna ha assunto una posizione singolare e fondamentale. Il riconoscimento della Palestina da parte di Spagna, Irlanda, Norvegia e perfino della Gran Bretagna ha segnato una rottura con la prudenza che per anni aveva caratterizzato molte capitali europee. Per Madrid non si trattava soltanto di un gesto simbolico. Era il riconoscimento che continuare a promettere uno Stato palestinese futuro senza riconoscere l'esistenza politica palestinese nel presente stava diventando sempre meno sostenibile: una beffa ormai troppo evidente, troppo ridicola e troppo irritante.
Ancora più significativa è stata la scelta del linguaggio politico. Sánchez ha sollevato ripetutamente questioni relative alla proporzionalità, all'accesso umanitario, alla protezione dei civili e al rispetto del diritto internazionale, temi che molti governi europei hanno preferito affrontare con estrema cautela, e con grande ipocrisia.
Ciò non significa che ogni accusa o ogni inchiesta che coinvolge il Primo Ministro spagnolo sia una conseguenza della sua posizione sulla Palestina.
Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che, in tutta Europa, figure politiche che hanno assunto posizioni particolarmente critiche nei confronti di Israele si sono spesso trovate esposte a campagne di pressione politica, mediatica e lobbistica. Gaza ha reso la Palestina una questione interna alla politica europea, e il costo politico di una posizione indipendente su Israele appare oggi molto più elevato di quanto fosse in passato.
La Spagna di Sánchez resiste a questi attacchi e a queste trasformazioni.
Di fatto si tratta del neoliberismo che si scontra con il socialismo democratico e che mina le fondamenta dello Stato di diritto e della legalità internazionale, lì dove Gaza è diventata la cartina di tornasole.
Quello che si può affermare è che Gaza ha cambiato il significato politico delle controversie che circondano Sánchez. Egli non viene più percepito soltanto come il leader del suo partito o come il capo del governo spagnolo. È diventato il punto di incontro di un dibattito più ampio sul futuro dell'Europa, sulla credibilità del diritto internazionale e sulla coerenza morale delle democrazie occidentali.
Questa realtà dovrebbe indurre alla prudenza sia i sostenitori sia i critici di Sánchez. Il valore simbolico di un leader non lo rende immune da eventuali responsabilità, ma allo stesso tempo i critici dovrebbero riconoscere che l'intensità dell'opposizione nei suoi confronti non può essere spiegata soltanto attraverso le singole inchieste. La reazione riguarda non soltanto ciò che egli ha fatto, ma anche ciò che è arrivato a rappresentare. Si tenta di annientare una figura politica che ha tenuto le redini di un'Europa dei valori democratici e della legalità.
Il significato più profondo del caso Sánchez va quindi oltre la Spagna. Gaza ha reso visibile una crescente distanza tra le élite politiche e ampi settori dell'opinione pubblica europea. La vera domanda non è soltanto come l'Europa debba rispondere alla tragedia palestinese. La domanda è se le istituzioni europee siano ancora capaci di adattarsi a cambiamenti profondi dell'opinione pubblica senza entrare in crisi.
L'esito della vicenda politica di Pedro Sánchez non determinerà il futuro di Gaza. Potrebbe però influenzare il modo in cui altri leader europei valuteranno il costo politico di una posizione indipendente sulla Palestina.
Per questa ragione il dibattito su Pedro Sánchez non è più soltanto un dibattito spagnolo. È diventato parte di una più ampia discussione europea sulla democrazia, sulla sovranità, sul diritto internazionale e sulla Palestina. La questione decisiva non è se Pedro Sánchez sopravviverà politicamente. La questione decisiva è se Gaza sia ormai diventata una delle principali linee di frattura della politica europea contemporanea.


