Hormuz, il fronte che può cambiare gli equilibri globali
L’aggressione statunitense contro l’Iran ha raggiunto un nuovo livello di intensità, trasformando lo Stretto di Hormuz nel principale teatro della competizione strategica tra Washington e Teheran. Per la Repubblica Islamica, il controllo del passaggio marittimo non rappresenta soltanto una leva economica, ma il cardine della propria dottrina di deterrenza e della difesa della sovranità nazionale. Dopo i nuovi raid statunitensi contro il territorio iraniano, costati la vita a sette militari della Brigata 388 di Iranshahr, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha annunciato una vasta offensiva contro infrastrutture militari USA in Kuwait, Bahrain e Giordania, nell'ambito dell'operazione Nasr-2. Secondo Teheran, gli attacchi costituiscono una risposta alle ripetute violazioni del memorandum d'intesa firmato a Islamabad, mediato dal Pakistan, che prevedeva la cessazione delle operazioni militari tra i due Paesi. L'IRGC rivendica di aver colpito il principale centro logistico statunitense di Mina Abdullah, in Kuwait, incendiandone le infrastrutture, mentre in Bahrain sono stati presi di mira il quartier generale della Quinta Flotta statunitense, depositi di carburante, centri logistici e magazzini militari.
La fase successiva ha coinvolto anche la base aerea di Al-Azraq, in Giordania, dove sono stati distrutti hangar contenenti caccia F-15, F-16 e F-35, oltre a droni strategici MQ-9. Altri missili e droni iraniani hanno colpito sistemi Patriot, radar, centri satellitari e lanciarazzi HIMARS dislocati in Kuwait. Teheran evidenzia che le operazioni siano state dirette esclusivamente contro obiettivi militari statunitensi e ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso fino alla cessazione di quella che definisce "l'aggressione americana". La leadership iraniana sostiene inoltre che Washington abbia tentato di imporre rotte marittime alternative senza il consenso dell'Iran, ignorando il ruolo di Teheran nella gestione del principale corridoio energetico mondiale. Questa posizione si inserisce in una strategia elaborata negli anni precedenti, che, secondo il consigliere militare Yahya Rahim Safavi, risalirebbe a direttive impartite dalla Guida della Rivoluzione, l'Ayatollah Ali Khamenei. Il piano prevedeva il rafforzamento delle capacità missilistiche e navali dell'Iran e la predisposizione di un sistema capace di controllare l'accesso allo Stretto in caso di crisi. Dal punto di vista iraniano, Hormuz non è un semplice canale internazionale ma una componente essenziale della propria profondità strategica.
Teheran richiama il fatto che il passaggio sia condiviso con l'Oman e sostiene che qualsiasi assetto sulla navigazione debba necessariamente passare attraverso un accordo con i due Stati rivieraschi. In questa prospettiva, la capacità di interrompere il traffico marittimo rappresenta il principale strumento di deterrenza contro la pressione militare statunitense. Ma gli effetti della crisi stanno ormai travalicando il piano militare. Negli Stati Uniti, l'escalation nel Golfo inizia infatti ad avere un impatto diretto sul dibattito politico interno. Un recente sondaggio dell'Economist registra un indice di approvazione del presidente Donald Trump fermo al 37%, mentre quasi sei cittadini USA su dieci esprimono un giudizio negativo sulla sua amministrazione. Oltre la metà degli intervistati ritiene inoltre che l'influenza internazionale degli Stati Uniti si sia indebolita. Parallelamente cresce la preoccupazione economica. Un'altra indagine evidenzia come il caro vita rappresenti oggi la principale fonte di ansia per le famiglie statunitensi: il 67% indica l'aumento dei prezzi dei beni alimentari come il problema più urgente, mentre la maggioranza ritiene che il governo disponga degli strumenti per intervenire contro le pratiche speculative e l'aumento dei costi. Diversi analisti sottolineano come un conflitto prolungato nello Stretto di Hormuz rischi di trasformarsi rapidamente in un problema politico interno per Washington.
Ian Bremmer osserva che le guerre in Medio Oriente raramente producono dividendi elettorali se non vengono risolte rapidamente, soprattutto quando provocano instabilità energetica e inflazione. Richard Haass evidenzia che qualsiasi interruzione prolungata dei flussi petroliferi finisce inevitabilmente per pesare sulle famiglie americane attraverso l'aumento dei prezzi dei carburanti e dell'energia. Anche Fareed Zakaria ricorda come il consenso dell'opinione pubblica verso gli interventi militari tenda a diminuire quando gli obiettivi politici appaiono poco chiari, mentre Francis Fukuyama avverte che un eccessivo impegno militare all'estero rischia di accentuare la polarizzazione interna e le divisioni nella coalizione di governo. Lo scontro nello Stretto di Hormuz si conferma così non solo uno dei dossier più delicati della sicurezza internazionale, ma anche un banco di prova per la leadership statunitense. Se la crisi dovesse protrarsi, con ripercussioni durature sui mercati energetici e sull'inflazione, il confronto con l'Iran potrebbe incidere non soltanto sugli equilibri del Medio Oriente, ma anche sul futuro politico di Washington in vista delle prossime elezioni di medio termine.
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