Per Netanyahu è il momento di scelte coraggiose
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Nella sua rubrica bisettimanale per The Washington Post, Israel stronger than ever, Fareed Zakaria, sostiene che il primo ministro Benjamin Netanyahu, grazie all'alleanza di governo con il partito moderato di Kadima, ha l'opportunità di utilizzare il potere politico acquisito per assicurare un futuro di pace al paese. Mentre in passato il leader conservatore aveva rifiutato di formare un governo nazionale con Shimon Peres nel 1996 e con Tzipi Livninel 2009, Netanyahu possiede oggi la maggioranza parlamentare più grande nella storia del paese e deve utilizzare questi numeri per riattivare il dialogo con i palestinesi.
Secondo Zakaria, Israele è un paese che attraversa un periodo di particolare forza: il suo Pil ha superato quello dell'Italia (a 31,000 dollari all'anno); il World Economic Forum’s Global Competitiveness Index l'ha posizionata al sesto posto per capacità d'innovazione; è dietro solo a Cina e Stati Uniti come compagnie quotate alla Nasdaq; e militarmente è la prima potenza regionale, grazie agli aiuti americani e ad uno dei maggiori arsenali nucleari del mondo, stimato in circa 200 missili. Infine, il Muro ha risolto i problemi degli attacchi suicidi palestinesi, rendendo il territorio più sicuro. Anche la minaccia iraniana, giudicata da Nethanyau e molti dell'entourage governativa come in grado di minacciare l'esistenza stessa del paese, è stata recentemente ridimensionata da molti leader israeliani: l'alto dirigente del Mossad, Tamir Pardo, ha dichiarato che Teheran “non rappresenta una minaccia esistenziale”; il capo di stato maggiore israeliano Benny Gantz ha descritto il regime iraniano come “razionale”; infine il capo del partito Kadima ed ora vice presidente, Shaul Mofaz, ha detto che un attacco israeliano all'Iran produrrebbe una guerra regionale, senza fermare il programma nucleare iraniano, rimarcando come “la minaccia che Israele diventerà uno stato binazionale è molto più seria di quella nucleare iraniana”.
Anche Peter Beinart in “La crisi del sionismo” sottolinea come il vittimismo tipico della politica israeliana ha impedito ad Israele di focalizzarsi sulla peggiore minaccia che incombe sul paese: la demografia. Se non ci saranno progressi sulla soluzione dei due stati, arriverà il momento in cui Israele non sarà in grado di governare su milioni di palestinesi senza dar loro il diritto di voto ed a quel punto cesserà di essere uno stato ebraico. In passato, Netanyahu ha fieramente sostenuto l'etica della sopravvivenza: per decenni ha sostenuto che Israele era in pericolo imminente come nel periodo nazista, si è opposto nel 1993 agli accordi di Oslo firmati da Yitzhak Rabin e Simon Peres, definendo quest'ultimo “peggio che [Neville] Chamberlain.”, e ha sempre sostenuto che lo smantellamento delle colonie ebraiche creerebbe una West Bank “Judenrein” (“territorio libero da ebrei”, frase utilizzata dai nazisti). Israele deve fronteggiare pericoli reali, come vicini ostili, in cui serpeggia un sentimento crescente anti semita, oltre alla debolezza dell'Autorità Palestinese ed il radicalismo del gruppo fondamentalista Hamas che non agevolano la ripresa del processo di pace. Tuttavia, Nethanyau, conclude Zakaria, ha il potere sufficiente per decisioni storiche senza doversi solo preoccupare della sua sopravvivenza politica.

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