Perché gli Stati Uniti devono cambiare strategia in Medio Oriente

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Perché gli Stati Uniti devono cambiare strategia in Medio Oriente

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Riprendendo quanto scritto dallo storico Victor Davis Hanson su The National Review, Thomas Friedman, in A festival lies, analizza il fallimento della politica estera americana in Medio Oriente, prendendo a riferimento i diversi approcci in Iraq, Iran, Libia, Siria, Egitto, Pakistan e Afghanistan. “Se analizziamo le scelte degli Usa nella regione negli ultimi trent'anni, l'assistenza militare e l'intervento diretto, sono entrambe fallite. Tribalismo, petrolio e fondamentalismo islamico sono un mix che lascia l'America sempre sconfitta in medio oriente”, ha scritto Hanson.

Proprio per questo “mix tossico” bisogna, secondo Friedman, ristrutturare interamente la politica americana nella regione. Come aveva affermato un report pubblicato nel 2002 dallo United Nations Arab Human Development, i limiti maggiori per la costruzione di istituzioni democratiche in Medio Oriente derivavano dal deficit di libertà e consenso politico, dall'assenza di un sistema d'educazione moderna e dalla mancanza d'emancipazione delle donne. Aiutare ad eliminare questi deficit delle società civili dovrebbe essere l'obiettivo della nuova politica estera americana. 

Emblematico per dimostrare l'errore dell'approccio statunitense è il caso egiziano: mentre la metà della popolazione è analfabeta ed i giovani non vedono alcuna risposta alle esigenze di libertà e democrazia che li avevano spinti alla rivoluzione l'anno scorso, gli Stati Uniti stanno per spedire 1,3 miliardi di dollari in aiuti militari. La risposta dell'amministrazione americana dovrebbe essere quella di convertire il sostegno dall'esercito alla costruzione di campus universitari moderni e centri di ricerca tecnologici. Lo stesso errore di valutazione è stato commesso in Afghanistan, dove l'amministrazione Obama ha dichiarato di dover ancora addestrare le forze di sicurezza prima di poter lasciare il paese. Non c'è nulla di più divertente da ascoltare, secondo Friedman, per una popolazione che ha già sconfitto l'impero britannico e quello sovietico. Il vero problema non è militare, ma che il Presidente Hamid Karzai è stato eletto dopo elezioni fraudolenti e gestisce un governo corrotto. Quanti combatterebbero per lui se non fossero pagati?, si chiede ironicamente Friedman, per sottolineare come la vera questione sia l'assenza di prospettive per la popolazione.
Questi errori di giudizio sono stati commessi in tutta la regione, perchè gli Stati Uniti sono spesso in una posizione di debolezza: il Pakistan per l'atomica, l'Arabia Saudita per il petrolio, il Bahrain per l'importante base navale, l'Egitto per mantenere il trattato di Camp David ed Israele per i voti delle lobbies, costringono gli Stati Uniti a non curarsi troppo del livello di civiltà politica dei regimi della regione.
Ed è proprio questo l'errore, conclude Friedman. Il cambiamento di strategia deve avvenire con la scelta di supportare solo chi nella regione condivida i valori americani di democrazia e libertà ed è pronto a combattere per loro. Ma questo potrà avvenire solo dopo che il paese sarà riuscito a ridurre la dipendenza energetica dal petrolio.
L'errore di valutazione che Friedman riconosce agli Stati Uniti deve essere allargato a tutto l'Occidente.

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