Perché non chiamarle con il loro vero nome: agenzie di trading?

I pm di Trani titolari dell'inchiesta: ci fu speculazione. L'Italia dovette pagare quasi 3 miliardi a Morgan Stanley che è azionista di Standard & Poor's

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Perché non chiamarle con il loro vero nome: agenzie di trading?


di Simone Nastasi
 
Tu chiamale se vuoi speculazioni. Che il giudizio delle agenzie di rating fosse una materia sulla quale poter discutere lo si era capito da tempo. In principio fu l'ex ministro del governo Berlusconi nonchè economista Renato Brunetta a sgolarsi per dire di non dare assolutamente retta a quello che dicevano quelle fabbriche di giudizi di affidabilità sul merito creditizio che sono appunto le note agenzie di rating.

Adesso arrivano anche le dichiarazioni dell'ex premier Mario Monti, testimone nel processo di Trani, a confermare che si, in effetti “il giudizio delle agenzie di rating è materia opinabile”. Monti fu proprio colui che successe a Silvio Berlusconi alla guida di Palazzo Chigi, nell'autunno del 2011 e qualcuno ad oggi, soprattutto tra i giornalisti, pensa che quell'operazione di avvicendamento ebbe una precisa regia “dall'alto”.

Nel mondo di oggi, la agenzie più note e ascoltate, dal giudizio delle quali dipende una buona parte dei comportamenti dei mercati finanziari sono tre: Standard &Poor's, Fitch e Moody's. Due di queste S&P e Fitch sono attualmente sotto processo della Procura di Trani che ha aperto un procedimento penale contro alcuni loro dirigenti e analisti che sono stati accusati di manipolazione del mercato. Che cosa successe in quella torrida estate del 2011 è stato raccontato più volte anche ai lettori de L'Antidiplomatico. Fu quella l'estate dello spread durante la quale il tasso di interesse sul debito pubblico schizzò al rialzo fino ai limiti della sostenibilità. Fu quello il momento in cui anche in Italia dopo la Grecia e la Spagna il giudizio dei mercati trionfò su quello degli elettori dato che anche il governo italiano fu costretto alle dimissioni sotto la pressione degli operatori finanziari che chiedevano all'Italia di pagare una cifra sempre più elevata per poter comprare i suoi titoli di debito pubblico. Nel bel mezzo della tempesta finanziaria, nel luglio del 2011 ( nei giorni dell'8 e dell'11) arrivò anche il duplice declassamento( in tecnico downgrade) da parte dell'agenzie di rating Standard's &Poor's e Fitch, le quali abbassarono il giudizio di affidabilità nei confronti del governo da A+ ad A.

Qualche mese dopo nel gennaio 2012, quando in Italia si era già consumato il cambio di governo da Berlusconi a Monti, un ulteriore declassamento portò il giudizio fino alla tripla BBB, che per gli addetti ai lavori rappresenta il confine tra un debito buono e uno cattivo. Sotto la soglia della tripla BBB infatti il debito passa dal livello “investment grade” a “non investment grade”. Da affidabile diventa non affidabile. Aprendo una piccola parentesi, tutto ciò si traduce per alcuni investitori istituzionali, come ad esempio le banche o i fondi pensione, nel divieto di comprare titoli che non sono “investment grade”.  Parentesi chiusa, il declassamento significava in pratica che l'Italia veniva ritenuta da quelli che sono considerati i “giudici del merito creditizio” un debitore meno affidabile.

I mercati finanziari , come sempre in questi casi, reagirono vendendo i titoli di debito italiani detenuti in portafoglio oppure, attuarono la cosiddetta speculazione, cioè accettando di comprarli ma chiedendo un tasso di interesse sempre maggiore. Per qualcuno, come le associazioni a tutela dei consumatori Abusbef e Federconsumatori tutto questo fu scorretto a tal punto da presentare un esposto alla Procura di Trani che diede seguito alla storia aprendo un procedimento penale. Oggi, a distanza di quasi 4 anni dall'epoca dei fatti, si viene a sapere dalla lettura delle carte processuali riportate sul Corriere della Sera che l'Italia a causa di quel declassamento dovette anche pagare oltre 2 miliardi alla banca d'affari americana Morgan Stanley per via di una clausola che imponeva tale pagamento in caso di declassamento subito dalle agenzie di rating. Stando così le cose, il pagamento della somma sembrerebbe un atto dovuto da un accordo convenuto tra le parti se non fosse che l'agenzia di rating S&P è partecipata, cioè in parte posseduta, proprio da quella stessa banca Morgan Stanley che due mesi dopo l'avvenuto declassamento fece valere la clausola incassando sull'unghia i 2 miliardi previsti. Morgan Stanley non sarebbe nuova a casi di speculazione dato che è stato protagonista di un colossale patteggiamento con il governo americano che ha previsto il pagamento di una multa da 2, 6 miliardi di dollari per una vendita di mutui ipotecari che avrebbero alimentato la crisi finanziaria allora in atto negli Stati Uniti. 
 
Un passaggio della vicenda italiana che i magistrati hanno voluto approfondire ha riguardato inoltre il comportamento adottato dal Ministero del Tesoro che non ritenne di difendersi da quella clausola richiedendo un parere giuridico. Su questo, sempre il Corriere della Sera, riporta le dichiarazioni del capo della direzione del debito pubblico del Mef Maria Cannata, sentita dai pm, la quale sul caso ha detto che “non c'era bisogno di una consulenza in merito perchè al Ministero ci sono tecnici di altissimo livello”. Sulla possibilità di consultare l'Avvocatura dello Stato la Cannata risponde poi che “non c'erano i tempi” e sulla partecipazione di Morgan Stanley in S&P sempre la Cannata ha risposto di non saperne nulla. Oltre a lei, sono stati ascoltato dai pm anche coloro che all'epoca dei due declassamenti erano titolari del Ministero dell'Economia e delle Finanze cioè Giulio Tremonti titolare del dicastero di Via XX Settembre all'epoca del governo Berlusconi e Mario Monti che deteneva l'interim dell'Economia quando era a Palazzo Chigi.  

Tremonti ha risposto ai pm attaccando le agenzie dicendo che “il sistema va riformato” mentre Monti che era al governo all'epoca del pagamento effettivo, cioè quando l'Italia sborsò la cifra prevista, che sarebbe stata contenuta all'interno del noto decreto Salva Italia, afferma di non ricordare la vicenda dichiarando di “non essere in grado in questo momento di fornire una risposta” . Sarebbe curioso sapere se Monti o chi per lui, riuscisse invece a rispondere a quest'altra di domanda: alla luce di queste notizie, perchè anzichè “di rating” non chiamarle “agenzie di trading”? Il trading è notoriamente un'attività utilizzata per fare speculazione.

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