Più ombre che luci nel primo mandato Obama

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Più ombre che luci nel primo mandato Obama

Gideon Rachman in One bullseye cannot rescue Obama’s record, compie una prima analisi della politica estera del mandato presidenziale di Obama. Rispetto all'accusa principale che gli muove il partito repubblicano, “debole” come comandante delle forze armate, il Columnist del Ft sostiene che paradossalmente questa è una delle poche critiche che non gli si possono muovere, dato che ha mandato una forza speciale ad uccidere Osama Bin Laden contro il volere dei suoi collaboratori ed ha intensificato gli attacchi droni nei campi al-Qaeda in Pakistan. 
Ma un bilancio della politica estera di Obama resta tutt'altro che positivo. Rispetto alle promesse della campagna elettorale del 2008 - risolvere la questione nucleare iraniana con la diplomazia, pacificare la Palestina, trasformare l'immagine americana nel mondo arabo, chiudere Guantanamo e processare i terroristi nelle corti americane, ritirare le truppe americane dall'Iraq, ricostruire l'Afghanistan; migliorare le relazioni con Russia e Cina - i fallimenti superano i successi. La soluzione della questione nucleare iraniana è ancora lontana e le relazioni tra i due paesi sono drammaticamente vicine al conflitto armato; gli sforzi di Obama di rivitalizzare il processo di pace in Medio Oriente è in pieno stallo; Guantánamo non è stato chiuso ed anzi è recentemente iniziato il processo a Khalid Sheikh Mohammads; l'aumento di truppe in  Afghanistan si sta rivelando un altro fallimento, con la ritirata Nato che lascerà un paese in preda a guerra civile ed anarchia. Inoltre, l'aumento dell'utilizzo dell'uso di droni in Pakistan, segno di forza dell'amministrazione Obama, ha deteriorato le relazioni con il principale alleato americano nella regione, un paese nucleare da 180 milioni di persone.
Dopo la reazione entusiasta al discorso del Cairo nel 2009, nel quale il presidente aveva invocato un “new beginning”, la popolarità americana nel mondo arabo è tornata ai minimi storici, ed anzi in tre paesi chiave, come Egitto, Turchia e Pakistan, il livello è anche inferiore. Per guadagnare il rispetto del mondo arabo, Obama è stato uno dei principali sostenitori della rivoluzione verde iraniana nel 2009 e la primavera araba del 2011. Ma sono poi emersi i vari volti del presidente americano. Il presidente idealistico ha chiesto la deposizione di Hosni Mubarak e Muammer Gaddafi, il presidente pragmatico ha sostenuto la repressione in Bahrein contro l'opposizione sciita e  non supportato pienamente quella siriana. Il risultato: a quattro anni di distanza gli Stati Uniti hanno progressivamente perso influenza nella regione.
Anche le scelte verso Russia e Cina non hanno prodotto i risultati sperati: ha assunto il potere in un momento di forte tensione con la Russia, per la guerra in Georgia, e  Obama aveva dichiarato di voler ristabilire le relazioni con Mosca: i due paesi hanno firmato un nuovo accordo di limitazione degli armamenti e cooperato a volte in sede Onu. Ma il tutto grazie a Dmitry Medvedev ed il ritorno di Vladimir Putin al Cremlino ha già prodotto un immediato raffreddamento. Infine, anche il tentativo di maggiore cooperazione con la grande potenza del futuro, Pechino, non si è trasformato in realtà: i due paesi hanno mantenuto un buon rapporto, ma le tensioni su cambiamento climatico, diritti umani, e coesistenza militare nel Pacifico asiatico stanno aumentando. 
Nonostante il prematuro Premio Nobel per la pace, qual'è stato dunque l'impatto di Obama sulla diplomazia globale?, si domanda Rachman. L'Onu rimane disfunzionale, il G-20 – utile nel 2009 per trovare strumenti anticrisi – è divenuto un inutile consesso. E paradossalmente, colui che nel 2008 aveva basato la sua campagna per distaccarsi dalle misure intraprese da George W. Bush, ha ottenuto un solo grande successo in politica estera: l'uccisione di Bin Laden, di cui il suo predecessore sarebbe molto fiero.

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