Primo Maggio, guerra e repressione. Una vecchia storia

Prima guerra mondiale. Sul fronte italiano, dove l'ossessione disfattista...

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Primo Maggio, guerra e repressione. Una vecchia storia

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di Diego Angelo Bertozzi

 
Prima guerra mondiale. Sul fronte italiano, dove l'ossessione disfattista fa sentire tutta la sua presa, la lettura di un giornale socialista può costare qualche annodi galera e i giudici militari, nelle loro condanne, parlano apertamente della presenza di «agenti del disfattismo»,di «provocatori del tradimento» e «canaglie». Ne sanno qualcosa un soldato milanese condannato a 15 anni di reclusione per tradimento per aver letto e commentato, nell'aprile del 1917, il manifesto di Zimmerwald («Qualora detti mali consigli – si legge nella  sentenza – potessero insinuarsi nell'animo  dei combattenti sarebbe la rovina, lo sfacelo di tutte le nostre energie, la disfatta sicura; tradimento peggiore di questo quindi non vi potrebbe essere») e un commilitone di Torino che, qualche mese dopo, si vede comminato l'ergastolo per aver fatto propaganda per la pace e raccolto offerte destinate «a sovvenire un giornale che notoriamente propugnava la pace a ogni costo» (1). 
 
Nello stesso anno, in seguito alla scoperta sul fronte dell'Isonzo di cartelli inneggianti al Primo Maggio («Primo Maggio è Festa. Evviva la Pace dei Popoli. Vogliamo il cambio»), le autorità militari italiane procedono alle decimazione della Brigata Lecce con l'immediata fucilazione di sei soldati pugliesi di origine contadina. All'esecuzione segue lo sprezzante comunicato del duca d'Aosta, comandante della Terza Armata, al generale Cadorna: «Esemplare giustizia è stata fulmineamente portata contro reparto questa mattina, a Castagnevizza, minacciante ammutinamento a sfondo socialistico» (2).
 
Divieti e censure colpiscono duramente tanto che i tradizionali numeri unici pubblicati per il 1° Maggio calano vistosamente: nel 1915 sono sei, cinque nell'anno successivo, uno nel 1917 e nessuno nel1918. Ma questa rinnovata atmosfera di persecuzione riveste la giornata dell'abito ribelle delle sue origini, ridesta l'orgoglio socialista e riporta alla luce contrapposizioni messe via via in sordina: «Meglio, molto meglio per il socialismo e per il proletariato se la guerra deve farci ben conoscere i nostri nemici! E se dopo dobbiamo tornare al Primo Maggio d'altri tempi, quando la data non significava una festa ma una tappa della rude e faticosa via da percorrere, ma un più acuto momento di resistenza, ma una riaffermazione di fede e di battaglia, torniamoci pure con animo saldo e sicuro» (3).
 
1 Forcella E. e Monticone A., “Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale”, Laterza, Bari, 1968, pag. 149 e 303.
2 Panaccione A., «Un giorno perché...», Ediesse, Roma, pagg. 85-86.
3 L'Avanti!, «La manifestazione del Primo Maggio in Italia», 4 maggio 1916.

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