Putin: abbiamo evitato che la Crimea finisse come il Donbass

Dal film-documentario “Crimea, il ritorno a casa"

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Putin: abbiamo evitato che la Crimea finisse come il Donbass


di Eugenio Cipolla


Chi lo segue quotidianamente si è accorto che Vladimir Putin è scomparso. In pubblico non appare più dallo scorso 5 marzo e l’altro giorno il suo staff ha comunicato l’annullamento di un incontro previsto per oggi con il presidente kazako Nazarbayev sulla crisi ucraina. Così le voci maligne sono iniziate a circolare a Mosca e dintorni. Putin sta male, in questo periodo non gode di buone salute, si sta curando dalla malattia che lo affligge diverso tempo. Persino un’agenzia stampa del calibro di Reuters è caduta nel tranello delle malelingue occidentali, secondo le quali Putin avrebbe un cancro al pancreas, e ha costretto stamattina il Cremlino a una smentita ufficiale.
 
«Il presidente Putin sta benone, non c’è bisogno di preoccuparsi», ha detto il suo portavoce Dmitri Peskov, alla radio Ekho Moskvy. Quelle apparse sui media, dunque, sono «attese vane. Che tacciano. Va tutto bene, perché la stretto di mano di Putin è così forte che spezza le mani», ha ribadito, scherzando, Peskov. E se non appare in pubblico da così tanto tempo «magari è colpa della febbre di primavera», ha sdrammatizzato. Il sito del Cremlino nel frattempo continua a pubblicare resoconti di incontri chiusi alla stampa avvenuti nell’ultima settimana. Anche se, come fa notare l’ex ambasciatore russo in Turchia e Israele, Pyotr Seghny, la cancellazione di visite, già organizzate, delle alte cariche di Stato è molto rara e difficilmente di natura politica. Il mistero rimane fitto.
 
Intanto l’emittente tv Rossija 1 ha lanciato un’altra anticipazione dell’intervista concessa da Putin per il film-documentario che andrà in onda domenica dal titolo “Crimea, il ritorno a casa”. «Quando abbiamo agito in modo abbastanza duro in Crimea – dice Putin - partivo dalla considerazione che fossero possibili le stesse tragiche conseguenze che oggi osserviamo in Donbass». Dunque, proprio per evitare un tale sviluppo, ha proseguito il presidente russo, «siamo stati costretti a prendere le misure necessarie per garantire la libertà di espressione degli abitanti di Crimea. L'obiettivo finale era dare la possibilità alle persone di esprimere la loro opinione su come volevano continuare a vivere».
 
Si tratta della seconda anticipazione, dopo quella di tre giorni fa, dove Putin ammetteva candidamente di aver lavorato per far sì che la Crimea tornasse russa e anche di aver salvato la vita all’ex presidente ucraino, Viktor Yanukovych. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio, durante una riunione con i massimi vertici dello Stato, Putin ha raccontato di aver «invitato al Cremlino i responsabili dei nostri servizi segreti, del ministero della Difesa, e ho affidato loro la missione di salvare la vita del presidente ucraino. Sarebbe stato massacrato». Prima di congedarli «mentre ci salutavamo ho detto ai colleghi: siamo costretti ad avviare il lavoro per riportare la Crimea in territorio russo».
 
Putin ha anche  sostenuto di aver preso la sua decisione finale dopo un sondaggio segreto secondo cui l’80% degli abitanti della Crimea erano a favore di un’unione con la Russia, risultato ampiamente confermato dall’esito del referendum dello scorso 16 marzo. Lunedì, dunque, ricade l’anniversario del referendum che ha sancito l’indipendenza della penisola dall’Ucraina. L'evento sarà celebrato in tutta la regione e in Russia, anche se le cerimonie previste non dovrebbero essere sfarzose, per evitare di irritare la popolazione alle prese con una seria crisi economica.
 
 
 
  

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