Quale soluzione per la Siria?

Quattro diversi punti di vista sul conflitto a Damasco.

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Quale soluzione per la Siria?

Devono intervenire gli Stati Uniti per impedire il bagno di sangue in corso in Siria? Thomas Friedman in Any Solution to Syria? torna su un tema ampiamente dibattuto dagli esperti di politica internazionale e lo fa da quattro diversi punti di vista possibili: da Nuova Delhi, Baghdad, Tel Aviv e le Nazioni Unite.
In un incontro con gli strateghi della Difesa indiana a Nuova Delhi, Thomas Friedman sostiene come gli ufficiali indiani vedono la questioni con i punti di riferimento delle vecchie civilizzazioni (Persia, Turchia, Egitto), delle vecchie fedi (sciiti, sunniti ed indu), dei vecchi popoli (pashtun, tajiki, ebrei e arabi), che interagiscono in logiche vecchie di secoli non mesi. In questo contesto, non c'è possibilità che gli Stati Uniti possa mantenere la stabilità politica e della sicurezza interna in Afghanistan dopo il ritiro delle proprie truppe, senza lavorar con l'Iran. Nella visione indiana, i vecchi legami tra gli sciiti iraniani e quelli afghani persiani di Herat rappresentano il principale bastione di riferimento contro i sunniti talebani ed il fondamentalismo islamico nel paese. E' negli interessi dell'Iran diminuire il peso politico dei talebani in Afghanistan ed è questo il motivo perché Washington e Teheran sono stati alleati taciti nel fronteggiare i talebani. Dall'India, quindi, la battaglia in Siria appare come un altro capitolo della guerra civile tra sunniti e sciiti. 
Da Tel Aviv, al contrario, sostiene il Columnist del New York Times, alcuni generali israeliani stanno iniziando a realizzare che il teatro siriano rappresenti una sfida mortale all'esistenza stessa del paese, tanto quanto al programma nucleare iraniano. Se la Siria dovesse implodere in un altro Afghanistan , si creerebbe uno stato fallito, terra di jihadists, armi chimiche e missile al confine pronti a partire al confine israeliano.
Da Washington, Friedman sottolinea come molti al pentagono sperino che il collasso del regime di Bashar al-Assad a Damasco porterà la Siria fuori dall'orbita sciita dell'Iran. Un'eventualità che rimane lo scenario meno probabile, rispetto alla dissoluzione del paese e la divisione in regioni autonome in conflitto tribale tra di loro. E l'Iran dominerà la regione a dominanza sciita e alawita. 
Dal punto di vista delle Nazioni Unite, la posizione è mediana: mobilizzare il Consiglio di sicurezza per passare una risoluzione di condanna per la creazione di una governo di transizione in Siria con pieni poteri e con una rappresentanza paritaria tra alawiti, sunniti ribelli. Tuttavia, resta poco probabile che la Russia sosterrà una tale  risoluzione che romperebbe lo stallo in Siria, perché molti regimi alleati di Mosca vivrebbero come tradimento personale l'abbandono ad Assad. 
La lezione per la Siria, conclude Friedman, viene dall'Iraq, dove si presenta una situazione conflittuale simile tra sunniti, sciiti e curdi. Nel dicembre del 2010, le elezioni irachene hanno dimostrato che dei partiti multietnici e tribali possano svolgere azione politica nel mondo arabo. Senza la presenza militare americana, tuttavia, il consolidamento di una democrazia multinetnica è entrata in crisi ed è meno sostenibile.
La Siria è il gemello dell'Iraq: il solo modo che si possa mantenere e garantire la transizione multietnica è attraverso una risoluzione Onu - sostenuta dalla Russia  - con le Nazioni Unite come arbitro armato sul terreno, in grado di indurre le parti a lavorare insieme. 

Per un approfondimento si consiglia:
 

Syria: The Fall of the House of Assad di D. W. Lesch

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