Quando ammetteremo che l'euro è stato un fallimento?

Non è l'Europa ad aver prodotto il fallimento dell'euro, ma il contrario

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Quando ammetteremo che l'euro è stato un fallimento?

Riprendendo una recente domanda posta da Tim Duy – quando ammetteremo che l'euro è un fallimento? - Paul Krugman in un post recente per il suo blog The Consicience of a liberal, Europe in Brief, ripropone la sua visione sull'esperienza della moneta unica.
Alla fine degli anni '90 l'Europa, sottolinea il premio nobel per l'Economia, era un continente con molti problemi, ma non erano presenti segnali che sarebbe entrata in una crisi con un sentiero insostenibile dal lato di crescita e occupazione. Poi è arrivato l'euro. 
Il primo effetto della moneta unica è stata euforica: improvvisamente, gli investitori hanno creduto che tutto il debito europeo fosse uguale, i tassi d'interesse sono quindi crollati anche nella periferia ed immensi capitali si sono spostati dal centro in Spagna ed altre economie del sud, generando quelle bolle speculative che, esplose dal 2008, hanno determinato un nuovo differenziale d'inflazione: da allora, costi e prezzi sono, infatti, cresciuti molto più nella periferia che nel centro. 
Come conseguenza, le economie del sud del continente sono divenute sempre meno competitive e, senza più quell'afflusso di capitali dal nord che aveva finanziato la domanda in precedenza, il risultato è stato una recessione drammatica, svalutazione interna dei salari, perdita di competitività sui mercati esteri e, soprattutto, un tasso di disoccupazione drammatico. A concludere il quadro drammatico, il cuore dell'Europa ha chiesto a questi paesi programmi d'austerità per contenere il debito pubblico ed attuare quelle riforme dal lato della produttività necessari a far ripartire il motore della crescita. L'austerità, al contrario, ha creato un circolo vizioso, a cui oggi non è possibile vedere la fine: maggiore recessione nella periferia, che, essendo il mercato di maggiore sbocco anche per il cuore, ha generato recessione anche in paesi come la Germania; ed un tasso debito-Pil che nonostante i tagli continua a peggiorare. 
In questo scenario, prosegue Krugman, il collasso della moneta unica è stato evitato solo grazie all'intervento massiccio della Bce che ha arginato la perdita di fiducia dei mercati sul debito sovrano dei paesi più a rischio. Ma mentre il panico finanziario è stato contenuto, i dati macroeconomici continuano a peggiorare e la domanda al momento è se ci siano possibili misure per rendere l'Europa qualcosa di diverso. All'inizio della crisi Krugman ed altri economisti di stampo keynesiano chiedevano l'applicazione di tre misure: intervento della Bce per stabilizzare i costi  dell'indebitamento; politiche monetarie aggressive ed espansione fiscale nel centro, per agevolare il processo degli aggiustamenti interni, infine, riduzione delle misure d'austerità nella periferia. Solo la prima è stata applicata, ed è troppo poco. Inoltre, Bruxelles continua a fraintendere il problema di riferimento, continuano a definire come il male di riferimento, il debito pubblico e l'eccessiva spesa interna, che è solo parte della crisi in Grecia, e non ha nessun peso negli altri paesi in difficoltà.
Troppa è la storia dietro e troppo è stato investito per ammettere l'errore fatto con l'euro ed anche se il progetto è oggi un disastro totale, i fautori della moneta unica, conclude Krugman, preferiscono dire che è l'Europa ad aver portato al fallimento dell'euro e non il contrario.

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