Questione morale o strumento per far dimettere i nemici?
Colpire D’Alema e la minoranza PD: quando le inchieste danno una mano a chi governa realmente
1823
di Cesare Sacchetti
Ci si chiede spesso quanto tempo ancora il governo in carica sia destinato a durare. Apparentemente le circostanze degli ultimi tempi portano a pensare che nulla possa comprometterne la stabilità. L’ultima inchiesta giudiziaria coordinata dal Pm Woodcock che ha portato all’arresto del Sindaco di Ischia, Giosi Ferrandino assieme ai vertici della storica cooperativa rossa Cpl Concordia, del settore energia e gas, tira in ballo suo malgrado l’On. Massimo D’Alema, il cui nome spunta fuori nelle intercettazioni dell’inchiesta.
L’On. D’Alema non risulta né indagato né tantomeno coinvolto nella vicenda in questione, ma questo non è stato sufficiente per escludere la sua candidatura ideale a bersaglio privilegiato dei media. Ciò che occorre comprendere in questo susseguirsi continuo di inchieste e di intercettazioni pubblicate a bella posta sui giornali, financo ad essere recitate da attori professionisti in diversi programmi televisivi, è se effettivamente ci sia la volontà di ripulire le putridità di un sistema che esiste dalla notte dei tempi, oppure se le inchieste o le intercettazioni servano solo per colpire l’avversario politico di turno.
D’Alema è da sempre stato uno degli uomini più importanti della nomenclatura dei Democratici di Sinistra e poi successivamente della nuova creatura del Partito Democratico. Non corre buon sangue tra Renzi e D’Alema, che non ha mai gradito la scalata del rottamatore al partito del Nazareno. L’ex-ministro degli Esteri difatti è uno degli uomini più importanti della cosiddetta minoranza PD, una sorta di opposizione dentro la maggioranza, una condizione che assomiglia molto da vicino ad un paradosso. La minoranza critica del PD non è mai stata un pericolo particolare per la stabilità del governo, si è limitata perlopiù ad uscire dall’aula quando era in disaccordo con la maggioranza del partito, nel tentativo velleitario di far venire meno il numero legale necessario per l’approvazione delle leggi in parlamento.
Accade di recente che la minoranza PD, che assomiglia sempre di più al Godot della politica italiana, provi a far sentire con un po’ più di insistenza la sua timida voce contro il governo Renzi che marcia inarrestabile verso la terra promessa della crescita e delle riforme; la prima ancora non è stato possibile riscontrarla, salvo le stime di crescita di un misero 0,2% del primo trimestre del PIL che hanno fatto gridare di giubilo gli entusiasti osservatori di regime e dei media depensanti che oramai hanno una voce univoca; la seconda è la strada della decostituzionalizzazione ultima che conduce inevitabilmente alla fine della vecchia repubblica italiana, già agonizzante da tempo e privata dei suoi poteri da dei trattati europei che le hanno tolto, non solo gli strumenti di politica economica - come una moneta sovrana, la capacità di fare una spesa pubblica degna di questo nome e di ridurre la pressione fiscale - senza i quali è pressoché impossibile realizzare alcuna crescita economica reale, ma in particolare hanno calpestato la dignità di molti cittadini umiliati e vilipesi dalle proprie istituzioni, non più interessate a perseguire gli interessi della sua cittadinanza.
Le istituzioni non hanno più un’anima poiché occupate da avventurieri e personaggi senza scrupoli che eseguono una procedura fallimentare per conto terzi, ovvero della dittatura europea e dell’oligarchia finanziaria che la ingrassa. La minoranza Pd non appare un pericolo particolare per l’esecutivo di Renzi, ma è quantomeno singolare che ogni qualvolta qualcuno provi a muovere una flebile critica contro le politiche del governo peggiore della storia d’Italia, chi lo faccia venga fulminato non solo da delle inchieste giudiziarie intempestive, ma precipiti nel carniere dei media che maciulla tutti coloro che per qualsiasi ragione si trovino ad essere d’intralcio al governo.
E’ questa una situazione senza precedenti nella tormentata storia del Paese, nella quale sono saltati tutti i principi fondamentali di bilanciamento dei poteri, con il Parlamento svuotato del suo ruolo di interlocutore legislativo, i media che hanno la funzione di colpire chiunque si opponga in un modo o nell’altro a questa dittatura camuffata e il primo ministro che sembra protetto da una cortina di ferro che lo rende invulnerabile a qualsiasi critica. Se il problema come sentiamo ossessivamente ripetere dai media è la corruzione, perché mai non si cita neanche di striscio il procedimento che la Corte dei Conti di Firenze ha istruito contro Matteo Renzi, chiamato in causa per rimborsi gonfiati ai tempi in cui era presidente della Provincia di Firenze? Perché viceversa il ministro dei Trasporti Lupi si è dovuto dimettere con tanta solerzia, quando il suo nome non compariva nemmeno nel registro degli indagati?
Apparentemente la decisione è il frutto di un senso di responsabilità, che sembra toccare alcuni membri dell’esecutivo e lasciarne al riparo altri. Le intercettazioni dunque sono divenute lo strumento di pressione per far dimettere i nemici e proteggere gli amici, parafrasando la celebre espressione di Giolitti. Come ha osservato lo stesso D’Alema: “Non sono indagato per nessun reato, perché rendere pubbliche in un atto giudiziario cose private di persone come mia moglie?” Probabilmente perchè nessuno è indispensabile per le élite che scelgono e scartano i loro uomini, appena questi sono divenuti inservibili o d’intralcio. Prima o poi si cade giù inevitabilmente. E’ una lezione che Renzi dovrebbe tenere bene a mente.
L’On. D’Alema non risulta né indagato né tantomeno coinvolto nella vicenda in questione, ma questo non è stato sufficiente per escludere la sua candidatura ideale a bersaglio privilegiato dei media. Ciò che occorre comprendere in questo susseguirsi continuo di inchieste e di intercettazioni pubblicate a bella posta sui giornali, financo ad essere recitate da attori professionisti in diversi programmi televisivi, è se effettivamente ci sia la volontà di ripulire le putridità di un sistema che esiste dalla notte dei tempi, oppure se le inchieste o le intercettazioni servano solo per colpire l’avversario politico di turno.
D’Alema è da sempre stato uno degli uomini più importanti della nomenclatura dei Democratici di Sinistra e poi successivamente della nuova creatura del Partito Democratico. Non corre buon sangue tra Renzi e D’Alema, che non ha mai gradito la scalata del rottamatore al partito del Nazareno. L’ex-ministro degli Esteri difatti è uno degli uomini più importanti della cosiddetta minoranza PD, una sorta di opposizione dentro la maggioranza, una condizione che assomiglia molto da vicino ad un paradosso. La minoranza critica del PD non è mai stata un pericolo particolare per la stabilità del governo, si è limitata perlopiù ad uscire dall’aula quando era in disaccordo con la maggioranza del partito, nel tentativo velleitario di far venire meno il numero legale necessario per l’approvazione delle leggi in parlamento.
Accade di recente che la minoranza PD, che assomiglia sempre di più al Godot della politica italiana, provi a far sentire con un po’ più di insistenza la sua timida voce contro il governo Renzi che marcia inarrestabile verso la terra promessa della crescita e delle riforme; la prima ancora non è stato possibile riscontrarla, salvo le stime di crescita di un misero 0,2% del primo trimestre del PIL che hanno fatto gridare di giubilo gli entusiasti osservatori di regime e dei media depensanti che oramai hanno una voce univoca; la seconda è la strada della decostituzionalizzazione ultima che conduce inevitabilmente alla fine della vecchia repubblica italiana, già agonizzante da tempo e privata dei suoi poteri da dei trattati europei che le hanno tolto, non solo gli strumenti di politica economica - come una moneta sovrana, la capacità di fare una spesa pubblica degna di questo nome e di ridurre la pressione fiscale - senza i quali è pressoché impossibile realizzare alcuna crescita economica reale, ma in particolare hanno calpestato la dignità di molti cittadini umiliati e vilipesi dalle proprie istituzioni, non più interessate a perseguire gli interessi della sua cittadinanza.
Le istituzioni non hanno più un’anima poiché occupate da avventurieri e personaggi senza scrupoli che eseguono una procedura fallimentare per conto terzi, ovvero della dittatura europea e dell’oligarchia finanziaria che la ingrassa. La minoranza Pd non appare un pericolo particolare per l’esecutivo di Renzi, ma è quantomeno singolare che ogni qualvolta qualcuno provi a muovere una flebile critica contro le politiche del governo peggiore della storia d’Italia, chi lo faccia venga fulminato non solo da delle inchieste giudiziarie intempestive, ma precipiti nel carniere dei media che maciulla tutti coloro che per qualsiasi ragione si trovino ad essere d’intralcio al governo.
E’ questa una situazione senza precedenti nella tormentata storia del Paese, nella quale sono saltati tutti i principi fondamentali di bilanciamento dei poteri, con il Parlamento svuotato del suo ruolo di interlocutore legislativo, i media che hanno la funzione di colpire chiunque si opponga in un modo o nell’altro a questa dittatura camuffata e il primo ministro che sembra protetto da una cortina di ferro che lo rende invulnerabile a qualsiasi critica. Se il problema come sentiamo ossessivamente ripetere dai media è la corruzione, perché mai non si cita neanche di striscio il procedimento che la Corte dei Conti di Firenze ha istruito contro Matteo Renzi, chiamato in causa per rimborsi gonfiati ai tempi in cui era presidente della Provincia di Firenze? Perché viceversa il ministro dei Trasporti Lupi si è dovuto dimettere con tanta solerzia, quando il suo nome non compariva nemmeno nel registro degli indagati?
Apparentemente la decisione è il frutto di un senso di responsabilità, che sembra toccare alcuni membri dell’esecutivo e lasciarne al riparo altri. Le intercettazioni dunque sono divenute lo strumento di pressione per far dimettere i nemici e proteggere gli amici, parafrasando la celebre espressione di Giolitti. Come ha osservato lo stesso D’Alema: “Non sono indagato per nessun reato, perché rendere pubbliche in un atto giudiziario cose private di persone come mia moglie?” Probabilmente perchè nessuno è indispensabile per le élite che scelgono e scartano i loro uomini, appena questi sono divenuti inservibili o d’intralcio. Prima o poi si cade giù inevitabilmente. E’ una lezione che Renzi dovrebbe tenere bene a mente.

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