Riarmo, speculazione, centralizzazione dei capitali e guerra

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Riarmo, speculazione, centralizzazione dei capitali e guerra

 

di Gentili, F. Giusti, S. Macera

La tesi di fondo del libro di Emiliano Brancaccio, Raffaele Giammetti e Stefano Lucarelli[1], scritto tre anni fa e oggetto di ampio dibattito, collegava la tendenza alla centralizzazione del capitale con la distruzione della democrazia e la ripresa delle politiche di guerra. La tesi del libro veniva poi ripresa da Stefano Lucarelli ne “Il Tempo di Ares” (edito nel 2025), ove si analizzava l’ascesa dei creditori, ovvero di quei paesi che oltre al controllo delle materie prime sono riusciti ad acquisire e sviluppare nuove tecnologie con risultati economici fino a pochi anni fa impensabili, che hanno poi utilizzato i grandi ricavi ottenuti per aumentare le spese militari. Dal punto di vista della comunicazione politica, questi autori hanno avuto il merito di cogliere le cause materialistiche della guerra proponendo una suggestiva divisione del mondo in due blocchi: da un lato i paesi debitori – ossia Usa e Gb, con la Ue al traino –, impegnati a difendere la loro vecchia egemonia con ogni strumento possibile – inclusi il protezionismo e il ricorso alle armi –, dall’altro l’ emergente blocco imperialista “dei creditori” a guida cinese, che coinvolge russi  e paesi asiatici, disposti  anche a ricorrere alla guerra e al riarmo contenendo il monopolio occidentale.  In conclusione, i tre autori hanno ricercato nell’economia le cause della guerra, riprendendo le categorie marxiane per una analisi del capitalismo. E questo approccio guida, nel nostro piccolo, anche l’analisi che andiamo a fare.

Riarmo e speculazione

Chi voglia investire in Borsa ha di fronte a sé una allettante possibilità: acquistare dei pacchetti di titoli del settore militare, gran parte dei quali relativi a imprese di armi con rendimenti in rapida crescita. I risultati delle speculazioni finanziarie legate alle imprese di armi europee, del resto, presentano performances decisamente migliori dei titoli legati alle multinazionali Usa e le prospettive per gli anni a venire si presentano altrettanto positive.

A trainare l’aumento degli utili in borsa è la tendenza sempre più spiccata alla guerra e al Riarmo, ma il buon risultato per le imprese Ue deriva nello specifico dall’incremento dei backlog (nuovi ordinativi) dagli eserciti Nato. Il Riarmo genera domanda, produzione, utili in borsa, ma anche la trasformazione di parti dell’economia civile in militare.

Dai droni allo scudo

L’Alleanza Atlantica è infatti una garanzia di affari per i titoli azionari del comparto Difesa, sebbene nei prossimi due anni la loro crescita non dovrebbe essere uniforme: verranno premiate soprattutto le aziende che hanno investito maggiormente in tecnologie innovative e si sono specializzate in specifici settori (droni, AI, sensoristica). Non a caso sul portale del Ministero della Difesa è stato pubblicato uno spot per la produzione di droni a uso civile e militare (le famigerate tecnologie duali), in nome di resilienza, sicurezza e autonomia strategica.[2]

A beneficiare del Riarmo saranno non solo le grandi imprese di armi ma anche quelle di piccole dimensioni che hanno optato per le specializzazioni produttive indotte dalle nuove tecniche di guerra. Specializzazioni capaci di attrarre finanziamenti pubblici e privati e tali da poter essere utilizzate in qualche modo anche in ambito civile (non casualmente, sempre più spesso sulla stampa economica si parla della necessità di potenziare le tecnologie duali). Prendiamo come esempio il programma Golden Dome,[3] che nel corso degli ultimi due anni ha ricevuto sempre maggiori finanziamenti: dai 25 miliardi iniziali siamo arrivati, a fine 2025, a quasi 180. Tale scudo missilistico rappresenta un sistema bellico complesso, una sorta di architettura della guerra che mette insieme radar, intercettori, software, l’intero ambito della cyber-resilience. Se le commesse aumentano anche il peso specifico di queste componenti crescerà a sua volta, trainando non solo il settore della Difesa: i benefici in termini di fatturato saranno ad appannaggio di tutte quelle aziende che, a vari livelli, partecipino alla realizzazione di questi sistemi. Per esemplificare: si va dall’informatica alle telecomunicazioni, dall’Intelligence ai satelliti, e poi alla sensoristica e a una miriade di altri ambiti. Il punto è che il successo di un sistema di guerra avvantaggia tutte le aziende – spesso invisibili e microscopiche – che si nascondono dietro alle grandi multinazionali: a esse vengono affidate ricerche e produzioni relative a piccole parti dell’intero sistema, nel contesto di una complessa e variegata filiera di guerra che sfugge ai nostri occhi.

Ipotizziamo un investimento in Borsa?

Ipotizziamo ora un investimento in Borsa su titoli in crescita; sia chiaramente legati alla produzione di armi, sia su aziende apparentemente neutre che risultino però cruciali per la progettazione o la produzione di sistemi bellici. All’investitore le banche potrebbero ad esempio consigliare un pacchetto già definito con fondi di investimento ad alto rischio, quotati in una borsa europea ma tra loro diversificati, ma in alternativa potrebbe arrivare direttamente un’offerta da parte di un broker o di istituti finanziari interessati al successo di titoli azionari legati alle armi.

E allora la nostra – sia pur parziale e sintetica – descrizione delle mire speculative che vi sono attorno al Riarmo può esser forse d’aiuto per comprendere il rapido riposizionamento degli investimenti occorso a partire dalla guerra in Ucraina in poi: si tratta di un processo che ha visto l’ascesa di alcune imprese a discapito di altre, e in cui complessivamente si segnala un maggior successo in Borsa dei titoli legati alle multinazionali di guerra europee rispetto a quelle statunitensi.

Non vi sarà un effetto prorompente in termini di aumento dei volumi di produzione, in grado di fermare la crisi mitteleuropea della manifattura: si tratta indubbiamente di un fattore di controtendenza, ma interi settori industriali saranno, lo stesso, irrimediabilmente perduti.[4]

La Ue di guerra

Poche settimane or sono il Parlamento ha approvato in via definitiva, con 457 voti favorevoli, 148 voti contrari e 33 astensioni, il regolamento a supporto del primo Programma Europeo per l'Industria della Difesa (EDIP). Gli obiettivi sono a dir poco ambiziosi e prefigurano un grande salto tecnologico e la nascita del polo industrial-militare europeo, giudicato indispensabile per la difesa comune del Vecchio Continente. Questo documento nei fatti spiana la strada alla difesa militare comunitaria, accelera nella trasformazione delle catene di approvvigionamento, si serve di generosi finanziamenti che accresceranno il debito comune saccheggiando persino i fondi inizialmente destinati ad altri capitoli di bilancio (ad esempio quelli non spesi del PNRR). Per giustificare questo sforzo rilevante il Parlamento europeo ha puntato sulla ripresa economica dei paesi Ue e così, per favorire l'acquisto di prodotti per la difesa europei, il costo dei componenti provenienti da paesi terzi non associati non potrà superare il 35 % della stima del costo totale.

La Difesa in Italia

Per quanto concerne l’Italia, la Difesa viene trainata soprattutto dall’industria aeronautica e, in secondo luogo, da quelli aerospaziale e navale. Fa invece scalpore che, come sostenuto dallo studioso Giorgio Beretta in un saggio del 2023,[5] il peso dell’industria delle armi nell’economia italiana vada ridimensionato. Riferendosi ai dati dell’Anpam[6] egli ha precisato che il giro d’affari di armi e munizioni comuni equivale a quello dell’industria del giocattolo. Di più: la stessa produzione di armi a scopo militare, ritenuta indispensabile da tanti commentatori economici, anche considerata assieme al suo indotto impiega «solo il 3,8% di tutti gli occupati nel settore manifatturiero».[7] E, cosa ancor più importante, non produce che lo 0,6% del Pil italiano. Tuttavia, pur senza assumere il carattere determinante che, in modo interessato, già gli attribuiscono certi opinionisti, nell’arco di qualche anno le dimensioni di questo controverso settore potrebbero non solo aumentare – e in modi significativi – ma assegnare sempre maggiore forza agli apparati militari e di polizia. Peraltro la filiera militare potrebbe darsi un’articolazione inedita, collocando in una sorta di invisibilità diversi suoi settori, sempre nel nome di quella sicurezza nazionale ed internazionale dietro alla quale si celano processi involutivi della democrazia e interessi di guerra interna ed esterna.

Intanto, negli ultimi cinque anni l’Europa ha raddoppiato la spesa per la difesa. O, volendo essere fiscali – e tenendo quindi conto dell’inflazione –, potremmo dire che si sia registrato quasi il 70% di spesa in più, segnando con ciò un rapporto spesa/Pil per la prima volta sopra il 2%. Si tratta di un continuo finanziamento pubblico alle imprese di guerra che non produce vera crescita nei paesi interessati, avvantaggiando solo specifiche frazioni capitalistiche.

In conclusione, per quanto possa sembrare paradossale va colto un elemento di novità anche per quanto concerne le politiche economiche e fiscali: i cantori indefessi delle politiche di austerità e di rigido controllo del debito pubblico si sono infatti trasformati nei fautori dell’indebitamento attraverso le politiche di Riarmo. Lor signori hanno affamato popoli imponendo draconiane politiche di tagli alle spese sociali e oggi, invece, promuovono l’accrescimento del debito pubblico. E non certo a  favore della sanità o dell’istruzione, ma ad esclusivo vantaggio degli investimenti militari.

[1][1] E. Brancaccio, R. Giammetti, S. Lucarelli, La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista. Milano: MIMESIS, 2022.

[2] https://www.difesa.it/primopiano/informazioni-difesa-lo-sciame-e-lo-scudo/87140.html.

[3] https://www.lockheedmartin.com/en-us/capabilities/missile-defense/golden-dome-missile-defense.html.

[4] https://www.weaponwatch.net/2025/08/26/lindustria-delle-armi-in-europa-e-il-suo-impatto-sul-lavoro/.

[5] G. Beretta, Il paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata, Altreconomia, 2023.

[6] Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni sportive e civili.

[7] Redazione «la Difesa del Popolo», In Italia, la produzione di armi vale quanto quella dei giocattoli, 8 Marzo 2023, in https://www.difesapopolo.it/in-italia-la-produzione-di-armi-vale-quanto-quella-dei-giocattoli/.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

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