Sciogliere le Camere per salvare la Repubblica
Le opposizioni hanno il diritto e il dovere di chiedere la fine della legislatura
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di Cesare Sacchetti
La fine del parlamentarismo per come lo avevamo conosciuto e della democrazia costituzionale sono sempre più prossimi. Il sistema costituzionale fatto di delicati equilibri e contrappesi è stato scardinato nel 2011, quando l’allora Presidente della Repubblica Napolitano vestì i panni del presidenzialismo e nominò di imperio Mario Monti, rappresentante delle istituzioni europee ed esecutore fallimentare della Repubblica Italiana. La logica di rappresentanza da parte delle istituzioni di governo e parlamentari da allora non è più la stessa, e da quando fu superato il punto di non ritorno della democratura europea, si è costretti a rimanere fino alla fine a bordo della nave, qualsiasi sia il suo punto di approdo. Una nave, senza un comandate riconosciuto dal suo equipaggio e che si è impossessato del comando in base ad una violazione, un arbitrio e un’investitura, che promana non dalla legittimità popolare o da una elezione democratica, ma da una consultazione di un’associazione privata: le primarie del PD che hanno eletto Renzi. Sulla base di questa votazione di carattere privato, l’ex-Presidente ha affidato il mandato di Governo all’homo novus di Firenze, più simile ad una grottesca figura caricaturale di un dittatore per caso, non pienamente conscio di chi o cosa lo abbia posto in carica, e di quali enormi poteri si servano di lui come di una marionetta, da gettare via appena divenuta inutile e inservibile, facilmente sostituibile con un’altra controfigura.
Se non fosse per il personaggio in questione, la storia assomiglierebbe di più a una farsa, ma sfortunatamente non lo è, e la vicenda comincia a farsi drammaticamente seria, non solo per la tragica situazione economica nella quale il Paese sta affogando e annaspando, orfano della sua identità e spogliato dei poteri di intervento statali, avocati scientemente dai Trattati europei che hanno rimesso al giogo dei mercati il destino di una nazione, ma anche per gli ultimi residui del formalismo costituzionale e regolamentare che stanno evaporando in questi giorni. Sotto certi aspetti, il precedente inquilino del Quirinale, non ha tutti i torti quando dichiara che indietro non si torna, o sarebbe meglio dire che più si va avanti lungo questo sentiero di autoritarismo finanziario e tecnocratico, più difficile sarà intraprendere di nuovo la strada maestra della Costituzione, qualora essa dovesse essere cambiata definitivamente, e nel caso in cui un nuovo Parlamento volesse ripristinare il precedente equilibrio, occorrerà l’ampio consenso dei partiti che siederanno nel nuovo Parlamento.
Il senso più profondo della Costituzione viene dal dettare delle regole del gioco condivise, un universo dei valori irrinunciabili, e non rimessi all’arbitrio di una singola maggioranza parlamentare; questo per evitare il manifestarsi di una dittatura della maggioranza cangiante che esca dalle elezioni, uno dei pericoli più temuti dal filosofo francese Alexis de Tocqueville. Conseguentemente la nascita di una costituzione rigida serve a porre un freno, un ostacolo all’arbitrio della maggioranza. I costituenti non biasimavano le riforme costituzionali, né tantomeno sostenevano l’immutabilità della Carta, ma si proponevano di stabilire dei punti fermi, delle regole condivise senza le quali si tornava agli scenari del passato, allo Statuto Albertino; costituzione flessibile sulla quale la maggioranza del Parlamento aveva possibilità di intervento e di modifica dei precetti contenuti nella prima costituzione italiana, rimettendo alla discrezionalità della singola maggioranza il potere di applicare o meno quella Carta, spesso superata da leggi ordinarie. Con la Costituzione del 1948 si pone fine a questo principio, e si stabiliscono dei punti fondamentali, delle colonne portanti il cui crollo comporta la compromissione dell’intero sistema. Oggi siamo ad un passo da quel punto. La prassi di discussione e di approvazione delle riforme costituzionali vorrebbe una discussione il più ampia possibile, l’intero arco dei partiti dovrebbe avere la possibilità di presentare una sua bozza di riforme o quantomeno di elaborare delle proposte di modifica delle quali la maggioranza di Governo, dovrebbe tenere conto.
L’aula vuota che si è vista durante la discussione della riforma della Carta è l’espressione più chiara di quanto peso attribuiscano la maggioranza e il Governo al dibattito e alle opposizioni: zero. Non solo si sta ricorrendo al trucchetto dei deputati in missione per abbassare il numero legale necessario per l’approvazione della riforma, vigilata dal premier Renzi seduto nell’emiciclo, ma a ciò si aggiunge il fatto che da tempo il governo sta abusando dello strumento della decretazione d’urgenza, non rispettando nemmeno i tempi previsti per la trasmissione alle Camere del provvedimento. Un allarme segnalato da esimi costituzionalisti, che hanno denunciato come in questo modo venga meno il senso della straordinarietà della decretazione di emergenza, se si procede in un ritardo nella comunicazione alle Camere del provvedimento. Tutto ciò è la conseguenza di un vizio di forma ancora più abnorme, che trae origine dall’approvazione della legge elettorale n.270/2005 meglio nota come “porcellum”, la grave ferita alla Costituzione che ha permesso l’instaurazione di un governo non eletto, portandogli in dono una maggioranza gonfiata da un premio di maggioranza incostituzionale, e che delegittima l’attuale Parlamento a fare alcunché; tantomeno una riforma così rilevante come quella Costituzionale.
Se si legge la sentenza n. 8878/14 della Corte di Cassazione, i giudici della Suprema Corte sono piuttosto chiari nel dire che il principio di continuità dello Stato non può legittimare l’esistenza dell’attuale Parlamento, e pertanto non si può non trarre la conclusione che il vizio di forma della legge elettorale è ab origine, in quanto è stato violato il principio di esprimere il “voto personale, eguale, libero e diretto secondo il paradigma costituzionale”. La conclusione da trarre è semplice: lo scioglimento delle Camere è l’unica via per ripristinare una legalità violata e più si ritarda nel farlo, più sarà vicina la meta della fine del Parlamento e della Costituzione. Le riforme costituzionali non solo amputano il Parlamento del ramo del Senato, ne stravolgono le funzioni, aumentano le difficoltà di ricorrere allo strumento di democrazia diretta dell’iniziativa legislativa popolare, sviliscono gli enti territoriali, e permettono la consacrazione definitiva di un Parlamento passacarte, il quale sostanzialmente ha vestito questi panni da diversi anni, da quando i trattati europei determinano l’indirizzo della vita politica ed economica della nazione.
Per arrestare questo processo di illegalità permanente e diffusa non resta altra soluzione che la sua sospensione, e la via dello scioglimento anticipato delle Camere pare essere l’unica via per arginare questa ondata antidemocratica e incostituzionale. Le opposizioni hanno il diritto e il dovere di chiedere la fine della legislatura, e il Capo dello Stato se dovesse esprimersi in senso negativo su tale richiesta, avrà sulla coscienza la fine della democrazia, o di quel poco che né è rimasto.

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