Servilismo democratico

I "penultimi" e la perversione della "guerra dei poveri contro i più poveri" secondo Gustavo Zagrelbesky

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Servilismo democratico


“Il ruere in servitium di cui parlò Tacito, oggi, ha un aspetto democratico perché non si presenta a prima vista come sopraffazione, ma come partecipazione. Anzi: come partecipazione sempre aperta, perché prevede scavalcamenti. Vi vediamo una ridda di competizioni, nella quale chi ha momentaneamente in basso aspira a salire più alto e chi sta momentaneamente in alto deve sempre temere d'essere espulso o di precipitare in basso. La servitù dispotica è un potere cristallizzato; la servitù democratica è mobile, instabile, stressante”. Pubblichiamo alcuni estratti del Capitolo 9 del libro di Gustavo Zagrelbesky “Contro la dittatura del presente. Perché è necessario un discorso sui fini” (Editori La Terza, Roma, 2014) fondamentali, secondo noi, per comprendere la struttura gerarchica dei rapporti sociali fondanti sul privilegio.
 

Servilismo democratico

di Gustavo Zagrelbesky
 
La strutturazione gerarchica dei rapporti sociali fondanti sul privilegio si basa su un meccanismo psicologico perverso e diffusivo che corrompe gli spiriti e li induce a innaturali alleanze. Il privilegio, anche il più piccolo, finisce per riconoscersi nel privilegio, anche il più grande, e a fare così sistema.
 
Con riferimento a quel laboratorio di umanità che è il Lager, dove tutti i caratteri si mostrano in modo estremo e quindi cristallino, Primo Levi ha osservato – e l'osservazione, ovviamente, è generalizzabile – che i “penultimi”, ossia coloro che godevano anche solo del più infimo privilegio che li distingueva dagli “ultimi”, erano perciò, al tempo stesso, costretti ma anche indotti a collaborare con la scala gerarchica che li opprimeva, a mostrare persino gratitudine. Era la difesa di quel poco che li innalzava sopra il nulla, la causa di questa perversione che non è la “guerra tra i poveri”, ma la “guerra dei poveri contro i più poveri”.
 
Con notevoli differenze, ci sono analogia con la “servitù volontaria” descritta magistralmente nel libello Discorso sulla servitù volontaria (1576) di Etienne de la Boétie: “Non sono gli squadroni a cavallo, né le schiere di fanti, né le armi a difendere il tiranno. Da principio si fa fatica a crederlo, ma è così […]. E' accaduto sempre che cinque o sei uomini siano diventati i confidenti del tiranno, o perhé si sono fatti avanti da soli o perché sono stati chiamati da questi per diventare complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, ruffiani della sua lussuria, soci nello spartirsi i frutti delle sue ruberie […]. Questi sei profittatori ne hanno altro seicento sotto di loro altri sei mila. […] Dietro costoro la fila prosegue interminabile, e chi volesse divertirsi a dipanare questa matassa vedrebbe che non sono seimila, ma centomila, milioni le persone che rimangono legate al tiranno con questa fune e si mantengono ad essa […] Insomma, tra favori e vantaggi, protezioni e profitti ottenuti grazie ai tiranni, si arriva al punto che quanti ritengono vantaggiosa la tirannia sono quasi altrettanto numerosi di quelli che preferirebbero la libertà”. E più oltre: “così il tiranno assoggetta gli uni servendosi degli altri, e viene difeso da uomini da cui dovrebbe difendersi, se valessero qualcosa […] Eppure, vedendo questi individui che servono il tiranno per trarre vantaggio dal loro potere e dalla servitù del popolo, spesso mi stupisce la loro malvagità e talvolta mi fa pena la loro stupidità; perché, a dire il vero, avvicinarsi a un tiranno cos'altro significa se non allontanarsi dalla propria libertà e afferrare, per così dire, a due mani e abbracciare la proprio servitù?

[…]
 
Riguardo alla servitù volontaria del dispotismo del XVI secolo, si poteva parlare di una fune, cioè di una struttura del potere verticale, dall'alto al basso. Pensando al tempo della democrazia, è più esatta l'immagine del “giro del potere”. Il “giro” pesca in basso. Il ruere in servitium di cui parlò Tacito, oggi, ha un aspetto democratico perché non si presenta a prima vista come sopraffazione, ma come partecipazione. Anzi: come partecipazione sempre aperta, perché prevede scavalcamenti. Vi vediamo una ridda di competizioni, nella quale chi ha momentaneamente in basso aspira a salire più alto e chi sta momentaneamente in alto deve sempre temere d'essere espulso o di precipitare in basso. La servitù dispotica è un potere cristallizzato; la servitù democratica è mobile, instabile, stressante. 

La distinzione è addirittura antropologica. L'homo hierarchicus è stato studiato con riguardo alle società castali. Potrebbe essere studiato con riguardo alle società castali. Potrebbe essere studiato con riguardo alle oligarchie “di giro”. Ne risulterebbero probabilmente tratti antropologici tipici e anche facilmente riconoscibili, perfino a prima vista. Coloro che hanno passato la propria esistenza, o si accingono a passarla, non come uomini liberi ma come scalatori di giri di potere, dove vige servilismo i potenti e protezione arrogante verso i deboli, ed esercitano così l'arte dell'opportunismo, non possono non portarne i segni sul loro modo d'essere, di mostrarsi e di fare. Il loro è un habitus caratteristico, che li distingue e che difficilmente possono dismettere. Possono anche far finta di indossare un habitus democratico, come quello bonario del factotum della città, ma se solo si fa un poco d'attenzione essi risultano due volte falsi.

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