Siria: le ragioni per non intervenire

Gli interventisti non considerano che potrebbero solo cambiare i protagonisti della guerra

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Siria: le ragioni per non intervenire

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In The perilous drift to intervention in Syria, Gideon Rachman analizza la posizione degli interventisti in Siria, in un momento in cui il mantra del “qualcosa deve essere fatto” aumenta negli Stati Uniti ed in Europa. Con 40,000 morti accertate di un conflitto che Ban Ki Moon considera ad un “nuovo livello di brutalità”, due sono le richieste immediate: rifornire di armi i ribelli e costituire una no-fly zone. “Abbiamo tentennato per 18 mesi e visto la gente morire. E' un tempo sufficiente”, l'opinione di un diplomatico europeo.  Uno dei principali sostenitori dell'intervento negli Usa, Anne-Marie Slaughter, ha scritto recentemente che senza intervenire, gli Stati Uniti stanno  “tradendo i principi basilari del paese” ed ha invocato un'azione “decisa per salvare le centinaia di migliaia di vite umane e bilanciare il conflitto”. Resta senza risposta, tuttavia, la domanda chiave nella vicenda, che fa pendere il Columnist del Ft ancora su una posizione di non intervento: riuscirà l'intervento a porre fine al conflitto o la guerra entrerà in una nuova fase, in cui americani ed europei saranno coinvolti? 
Tre sono gli argomenti principali degli interventisti. Il primo pragmatico: la vittoria dei ribelli sembra imminente e le potenze occidentale, senza un aiuto concreto, potrebbero non aver l'influenza necessaria per indirizzare la ricostruzione del paese. Il secondo geopolitico: la caduta di Assad sarà un colpo decisivo alle ambizioni regionali dell'Iran e secondo alcuni analisti americani un disimpegno nella vicenda potrebbe alimentare la percezione generale del declino americano in tutta la zona. Il terzo utilitarista. Gli interventisti sostengono come tutti gli scenari peggiori – la frammentazione del paese e la pulizia etnica contro crisitiani e Alawiti ad esempio – diventano pù probili più il conflitto si prolunga. James Dobbins della Rand Corporation, un think-tank con legami stretti con l'esercito americano, ha scritto recentemente di come le no fly zone potrebbero risultare decisive per il crollo del regime di Assad:  gli esempi recenti di Bosnia, Kossovo, Afghanistan, Libia e Iraq dimostrano come gli Usa potrebbero distruggere l'80% della contraerea siriana in un solo giorno. Gli interventisti, prosegue Rachman nella sua analisi, credono inoltre che l'aspetto legale possa essere aggirato. Dati i veti di Russia e Cina al Consiglio di Sicurezza, non è possibile l'ombrello Onu, ma se americani ed europei riconosceranno la nuova unità dei ribelli formatosi a Doha come il legittimo governo del paese, allora potranno garantirgli assistenza militare, senza la necessità di un'assistenza delle Nazioni Unite.
Tutti questi argomenti continuano ad essere osteggiati ed incontrare resistenze. Gli esperti di diritto internazionale si preoccupano del precedente che potrebbe crearsi nel riconoscere un'opposizione armata che non controlla il territorio come il governo legittimo. Alcuni militari sottolineano come il regime abbia posizionato la sua contraerea in zone urbane, aumentando i rischi di morti civili. La Russia, presente con oltre 2 mila consiglieri militari nel paese, potrebbe tornare a rifornire con materiale bellico il regime di Assad, alimentando i rischi di uno scenario ancora più drammatico. Infine, le conseguenze dell'intervento restano misteriose: anche se le bombe occidentali dovessero causare la fine di Assad, conclude Rachman, nessuno sa come sarà formato il prossimo governo del paese, con lo spettro di un nuovo Iraq o Afghanistan.

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