Siria: le ragioni per non intervenire

Gli interventisti non considerano che potrebbero solo cambiare i protagonisti della guerra

1565
Siria: le ragioni per non intervenire

I nostri articoli saranno gratuiti per sempre. Il tuo contributo fa la differenza: preserva la libera informazione. L'ANTIDIPLOMATICO SEI ANCHE TU!

OPPURE

In The perilous drift to intervention in Syria, Gideon Rachman analizza la posizione degli interventisti in Siria, in un momento in cui il mantra del “qualcosa deve essere fatto” aumenta negli Stati Uniti ed in Europa. Con 40,000 morti accertate di un conflitto che Ban Ki Moon considera ad un “nuovo livello di brutalità”, due sono le richieste immediate: rifornire di armi i ribelli e costituire una no-fly zone. “Abbiamo tentennato per 18 mesi e visto la gente morire. E' un tempo sufficiente”, l'opinione di un diplomatico europeo.  Uno dei principali sostenitori dell'intervento negli Usa, Anne-Marie Slaughter, ha scritto recentemente che senza intervenire, gli Stati Uniti stanno  “tradendo i principi basilari del paese” ed ha invocato un'azione “decisa per salvare le centinaia di migliaia di vite umane e bilanciare il conflitto”. Resta senza risposta, tuttavia, la domanda chiave nella vicenda, che fa pendere il Columnist del Ft ancora su una posizione di non intervento: riuscirà l'intervento a porre fine al conflitto o la guerra entrerà in una nuova fase, in cui americani ed europei saranno coinvolti? 
Tre sono gli argomenti principali degli interventisti. Il primo pragmatico: la vittoria dei ribelli sembra imminente e le potenze occidentale, senza un aiuto concreto, potrebbero non aver l'influenza necessaria per indirizzare la ricostruzione del paese. Il secondo geopolitico: la caduta di Assad sarà un colpo decisivo alle ambizioni regionali dell'Iran e secondo alcuni analisti americani un disimpegno nella vicenda potrebbe alimentare la percezione generale del declino americano in tutta la zona. Il terzo utilitarista. Gli interventisti sostengono come tutti gli scenari peggiori – la frammentazione del paese e la pulizia etnica contro crisitiani e Alawiti ad esempio – diventano pù probili più il conflitto si prolunga. James Dobbins della Rand Corporation, un think-tank con legami stretti con l'esercito americano, ha scritto recentemente di come le no fly zone potrebbero risultare decisive per il crollo del regime di Assad:  gli esempi recenti di Bosnia, Kossovo, Afghanistan, Libia e Iraq dimostrano come gli Usa potrebbero distruggere l'80% della contraerea siriana in un solo giorno. Gli interventisti, prosegue Rachman nella sua analisi, credono inoltre che l'aspetto legale possa essere aggirato. Dati i veti di Russia e Cina al Consiglio di Sicurezza, non è possibile l'ombrello Onu, ma se americani ed europei riconosceranno la nuova unità dei ribelli formatosi a Doha come il legittimo governo del paese, allora potranno garantirgli assistenza militare, senza la necessità di un'assistenza delle Nazioni Unite.
Tutti questi argomenti continuano ad essere osteggiati ed incontrare resistenze. Gli esperti di diritto internazionale si preoccupano del precedente che potrebbe crearsi nel riconoscere un'opposizione armata che non controlla il territorio come il governo legittimo. Alcuni militari sottolineano come il regime abbia posizionato la sua contraerea in zone urbane, aumentando i rischi di morti civili. La Russia, presente con oltre 2 mila consiglieri militari nel paese, potrebbe tornare a rifornire con materiale bellico il regime di Assad, alimentando i rischi di uno scenario ancora più drammatico. Infine, le conseguenze dell'intervento restano misteriose: anche se le bombe occidentali dovessero causare la fine di Assad, conclude Rachman, nessuno sa come sarà formato il prossimo governo del paese, con lo spettro di un nuovo Iraq o Afghanistan.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

Porfirio Hernández: un maestro, un amico, un militante di Fabrizio Verde Porfirio Hernández: un maestro, un amico, un militante

Porfirio Hernández: un maestro, un amico, un militante

Dorsi e ridorsi della storia di Michelangelo Severgnini Dorsi e ridorsi della storia

Dorsi e ridorsi della storia

Oltre 50.000 km di alta velocità: la Cina che corre   Una finestra aperta Oltre 50.000 km di alta velocità: la Cina che corre

Oltre 50.000 km di alta velocità: la Cina che corre

Il "dissenso" e le prossime elezioni di Francesco Santoianni Il "dissenso" e le prossime elezioni

Il "dissenso" e le prossime elezioni

250 anni d’America sul Time. Ma i nativi non ci sono di Raffaella Milandri 250 anni d’America sul Time. Ma i nativi non ci sono

250 anni d’America sul Time. Ma i nativi non ci sono

Halloween e il fascismo di Francesco Erspamer  Halloween e il fascismo

Halloween e il fascismo

CIABATTE E GINOCCHIERE di Alessandro Mariani CIABATTE E GINOCCHIERE

CIABATTE E GINOCCHIERE

L'estate degli italiani tra vacanze e sfruttamento di Giuseppe Giannini L'estate degli italiani tra vacanze e sfruttamento

L'estate degli italiani tra vacanze e sfruttamento

La dittatura dei B&B e la svendita della Puglia di Antonio Di Siena La dittatura dei B&B e la svendita della Puglia

La dittatura dei B&B e la svendita della Puglia

Il peggiore dei crimini possibili di Gilberto Trombetta Il peggiore dei crimini possibili

Il peggiore dei crimini possibili

FRIEDMAN HA VINTO di  Leo Essen FRIEDMAN HA VINTO

FRIEDMAN HA VINTO

Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale di Giorgio Cremaschi Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale

Zelensky e Netanyahu: la guerra come necessità vitale

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti