Spedizione via terra in Siria. Perché ora si può?

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Spedizione via terra in Siria. Perché ora si può?


di Fulvio Scaglione*

Per quanto a Ginevra si possa discutere, il perno di tutta la questione in Siria è sempre quello: nessuno ha mai voluto davvero sconfiggere l’Isis. Men che meno la famosa coalizione di 60 Paesi guidata dagli Usa e dall’Arabia Saudita, che ora parla serena di una spedizione via terra.
 
Lo dimostrano le notizie degli ultimi giorni. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein sono ufficialmente disposti a inviare in Siria un corpo di spedizione via terra. Lo faranno, dicono, se la coalizione sarà d’accordo. Ovvero, se gli Usa daranno via libera e appoggeranno concretamente la spedizione via terra. Nello stesso tempo, da Nord, la Turchia minaccia di fare la stessa cosa. O meglio: non lo minaccia ma si prepara a entrare in Siria con truppe che sventoleranno, ovviamente, la bandiera della missione umanitaria in aiuto dei profughi o di qualche minoranza minacciata.
 
Spedizione via terra. Perché solo ora?
 
Nessuno di loro dice con chiarezza di voler andare a combattere l’Isis. Se si muoveranno, cercheranno con più probabilità di andare contro Assad e in aiuto dei cosiddetti “ribelli moderati”, tra i quali in realtà c’è di tutto, compresa una bella fetta di jihadisti che da anni sono armati e finanziati dalle monarchie del Golfo Persico. I turchi, per parte loro, se entreranno in Siria, lo faranno anche in funzione anti-curda. E resta da vedere come possano conciliare l’ostilità verso i curdi (su richiesta di Erdogan esclusi dai colloqui di Ginevra, anche se sono quelli che vanno in prima linea contro l’Isis) con il proposito di battersi contro il terrorismo islamista.
 
Ma non è nemmeno questo ciò che più rivela la fragilità di tutta l’impalcatura. Per anni, infatti, le popolazioni del Medio Oriente toccate dalla piaga dell’Isis hanno detto e ripetuto che con i soli bombardamenti non si arrivava da nessuna parte. Per anni, persino i miti vescovi cristiani della regione hanno chiesto un intervento più deciso, con i soldati sul terreno. E dello stesso loro parere erano tutti gli analisti militari e gli strateghi: senza stivali sul terreno, dicevano anche loro, l’Isis non si batte.
 
E per anni, puntualmente, è stato loro risposto che no, non si poteva, che sarebbe stato ancora peggio, eccetera eccetera. Adesso, di colpo, si può. Adesso, di colpo, ci sono Paesi disposti a offrirsi volontari per quella spedizione via terra che per due anni non si era neanche potuta immaginare. Una bella svolta, se alle proposte di Arabia Saudita&C. aggiungiamo i mille soldati italiani che dovrebbero dispiegarsi in Iraq, i corpi speciali americani che già operano accanto ai curdi e così via.
 
Come mai, questo voltafaccia? La risposta è ovvia: l’intervento russo ha cambiato tutto. Sauditi, americani e compagnia non hanno mai avuto l’intenzione vera di combattere l’Isis, ma solo di tenerlo sotto controllo intanto che svolgeva il compito designato: abbattere il regime di Assad. E pazienza se nel frattempo c’erano milioni di profughi in Iraq e in Siria, pazienza se la guerra civile infuriava. L’unico vero obiettivo era far fuori Assad.
 
Adesso gli è venuto un dubbio atroce: e se Assad, appoggiato dai russi, dagli iraniani e da Hezbollah, dovesse invece vincere? Per questo, e solo per questo, ora parlano di una spedizione via terra. Quelle stesse operazioni che avrebbero ben potuto varare prima: in fondo, i russi sono in Siria solo dal settembre scorso, di tempo ce n’era. Se la coalizione americo-saudita  fossero davvero intervenuta contro l’Isis, al posto di giocarselo come un alleato, l’intervento russo (comunque lo si giudichi) manco ci sarebbe stato. E di nuovo: comunque la si pensi su Vladimir Putin, di questa gente non ci si può fidare.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell'autore 

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