Sudan: il prossimo Mali?

Crisi economica e manifestazioni di protesta: il regime di Bashir vacilla

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di Simone Massi

Dalla fine di settembre una serie di proteste molto violente sta interessando il Sudan: la popolazione si batte contro l’aumento dei prezzi del carburante. Da due anni il governo sta portando avanti alcune riforme economiche per evitare il collasso dell’economia nazionale. Tra questi provvedimenti c’è anche la fine delle sovvenzioni statali per l’acquisto di benzina e diesel. L’effetto è stato il raddoppio dei prezzi e la rapida diminuzione della capacità di acquisto delle fasce più deboli della popolazione. Oltre a favorire il contrabbando e a privilegiare le fasce più ricche, i sussidi impegnavano la maggior parte del bilancio nazionale e il Fondo Monetario Internazionale ne ha consigliato la cancellazione.

La crisi economica nel paese si è accentuata dal luglio 2011, quando il Sudan del Sud ha ottenuto l’indipendenza: il meridione a maggioranza cristiana ospita infatti la maggior parte delle riserve energetiche della regione. Di conseguenza il governo di Khartoum ha dovuto rinunciare agli introiti petroliferi e ha visto salire l’inflazione fino al 47,9% nell’aprile scorso. Al momento solo il Qatar è venuto in soccorso del governo sudanese, depositando 1 miliardo di dollari nelle casse della Banca Centrale.
 
Le proteste sono le più violente dal 1989, quando il presidente Omar al-Bashir si è insediato alla guida del paese con un colpo di stato. Il governo ha represso con la forza le manifestazioni – provocando la morte di centinaia di persone – e ha imposto la chiusura di molti organi di stampa, tra cui il quotidiano nazionale al-Intibaha e la sede locale della televisione emiratina al-Arabiya. Sabato scorso l’evento più drammatico, quando la polizia ha aperto il fuoco durante il funerale di un manifestante. Per un giorno è stato bloccato anche l’accesso ad internet, ma non è chiaro se sia stata una decisione del governo o un problema tecnico della rete nazionale.
 
John Prendergast su Foreign Policy ha definitivo il Sudan come “il prossimo Mali”, descrivendo una nazione divisa su più fronti e con il rischio molto concreto che gli scontri etnici e religiosi possano farsi sempre più radicali. Dal 2009 il presidente Bashir è ricercato dalla Corte Penale Internazionale ed è accusato di crimini contro l’umanità e crimini di guerra (l’accusa di genocidio è invece decaduta per mancanza di prove), in particolare nella regione del Darfur dove si combatte un’aspra guerra civile che in un decennio ha ucciso quasi 400.000 persone. Gli scontri proseguono anche lungo il confine nel Kordofan Meridionale, nelle città di Abyei ed Heglig.
 
Nonostante le promesse di aiuti governativi alla popolazione, come la distribuzione di pacchi viveri e l’aumento dei salari dei dipendenti pubblici, le proteste di piazza non sono ancora finite. Rispetto alle manifestazioni scoppiate nel 1964 e 1985, oggi la situazione è molto diversa. Oltre all’estrema violenza degli scontri tra polizia e manifestanti, per la prima volta il governo sudanese si è dimostrato debole nelle zone urbane e nella capitale, interessate dagli scontri più intensi. Inoltre la coalizione al potere ha iniziato a vacillare: il Partito Unionista Democratico, guidato da Mohamed Osman al-Mirghani, ha deciso di togliere l’appoggio al governo per non essere stato consultato sul taglio ai sussidi e per la repressione delle proteste.

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