Sui diritti umani in Crimea e nel Donbass

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Sui diritti umani in Crimea e nel Donbass


di Fabrizio Poggi*

Come a voler prendere un’immediata rivincita per l’approvazione definitiva, da parte dell’Assemblea generale ONU, della risoluzione votata un mese fa dal suo Terzo comitato, contro la eroicizzazione di nazismo e neonazismo, USA e Ucraina hanno ottenuto l’approvazione di una propria risoluzione sui diritti umani in Crimea.
 

L’Assemblea generale ha approvato con 133 voti favorevoli e 49 astenuti (a novembre, rispettivamente 125 e 51) la risoluzione proposta dalla Russia, che impegna tutti gli Stati a vietare qualsiasi “onore tributato al regime nazista”; contrari, USA e Ucraina.



 

Le quali ultime sono riuscite a raccogliere il voto favorevole di appena 70 Paesi (la maggior parte dei membri UE), l’astensione di altri 76, insieme a quello contrario di 26 Stati, per l’adozione della risoluzione sui diritti umani in Crimea, votata dal Terzo comitato lo scorso 14 novembre. Il leader della Crimea, Sergej Aksënov, ha definito la risoluzione, una traduzione in vita dei “miti propagandistici di Kiev”. Tra le frasi di spicco nel testo, risaltano “la temporanea occupazione di una porzione d’Ucraina da parte della Russia”, che avrebbe “illegalmente imposto le proprie leggi nella penisola”, in quanto “potenza occupante”. Il documento invita Mosca a ritirare il divieto alle attività del Medžlis, l’organizzazione di quella parte dei tatari di Crimea che vanno a braccetto coi golpisti di Kiev.
 

Di quali diritti umani, invece, preferiscano non occuparsi, sia Kiev, sia i paesi UE che sostengono l’attuale regime neonazista, se ne ha un ennesimo, eloquente e tragico esempio dalle immagini che giungono dalla città di Stakhanov, una sessantina di km a ovest di Lugansk, da diversi giorni, insieme a Pervomajsk, sotto il tiro delle forze ucraine e in cui ieri i bombardamenti ucraini hanno semidistrutto 38 edifici civili e lasciato almeno ottomila persone anche senza energia elettrica, con il forte rischio di una crisi idrica, dato che sono state danneggiate le stazioni di pompaggio dell’acqua potabile.
 

La nuova offensiva ucraina fa seguito alla decisione russa di ritirare i propri osservatori che fanno parte della Commissione congiunta di controllo sul fronte del Donbass, stante gli intralci sempre più numerosi frapposti da Kiev all’attività di pattugliamento e, in particolare, all’attraversamento della frontiera. La partenza degli ufficiali russi era avvenuta, due giorni fa, dopo che la missione degli osservatori Osce aveva abbandonato l’area di pattugliamento attorno a Gorlovka, uno centri maggiormente colpiti dai razzi ucraini nelle settimane scorse. Kiev ne ha prontamente approfittato per approntare il proprio modo di intendere i “diritti umani”.


*Articolo esce in contemporanea su Contropiano e Antidiplomatico

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