Transnistria: la NATO esige il ritiro dei caschi blu russi
di Fabrizio Poggi
La Transnistria ha risposto per le rime alla risoluzione presentata da Kisinev e approvata lo scorso 22 giugno dall'Assemblea generale dell'ONU, che chiede il "ritiro incondizionato e immediato del contingente di pace russo dalla Repubblica di Moldova". Il contingente di pace, hanno dichiarato a Tiraspol, si trova nella Repubblica moldava di Transnistria (RMT), che con un referendum ha dichiarato la propria indipendenza; dunque, dato che la risoluzione fa riferimento alla Moldova, non riguarda in alcun modo Tiraspol. A favore della risoluzione avevano votato 64 paesi, tra cui USA, Canada, Romania, Ucraina, Azerbaidzhan, Georgia, Paesi baltici, Honduras, Gran Bretagna e quasi tutti i paesi UE; 83 i paesi astenuti e 14 i contrari, tra cui Russia, Armenia, Bielorussia, Bolivia, Cuba, Iran, Siria e Venezuela.
Il Ministero degli esteri della RMT nota che si tratta dell'ennesima provocazione di revanscismo da parte di Kišinëv e che “il formato dell'operazione di pace non può essere cambiato senza il consenso” di Tiraspol. I militari russi in Transnistria, è detto nella nota ministeriale, “svolgono esclusivamente compiti di pace e sicurezza; non vi sono altre forze armate russe sul territorio della RMT, ad eccezione di quelle di pace” e, dunque, “ogni tentativo di dichiarare che la Moldavia appoggia una operazione di pace, ma insiste sul ritiro del gruppo operativo russo, è semplicemente non oggettivo”. La presenza di forze di pace russe nella regione, hanno sottolineato a Tiraspol, offre l'opportunità di evitare provocazioni militari e la ripresa di conflitti armati. Ma per Washington e Bruxelles costituiscono un ostacolo sulla via verso est.
Il Presidente moldavo Igor Dodon – che non ha l'appoggio del governo filo occidentale guidato dal Partito Democratico – ha definito la risoluzione una pericolosa marcia indietro nei rapporti con Mosca, alla vigilia delle elezioni parlamentari d'autunno. Secondo Dodon, la soluzione risiede nel tentativo di reintegrazione del paese: vale a dire che il ritiro del contingente di pace, dislocato “in conformità agli accordi del 1992, sarà possibile solo dopo che entrambe le rive del Dnestr avranno raggiunto un accordo globale per la completa soluzione del conflitto".
A Mosca hanno condannato “l'odioso e provocatorio tentativo di alcuni circoli moldavi di farsi propaganda elettorale”, puntando su una “russofobia alimentata dall'esterno,” ma che gode di scarso consenso nel paese e hanno messo in rilievo l'interesse USA e NATO a favorire gli “unionisti” rumeni che mirano all'inglobamento della Transnistria e, in generale, dell'intera Moldavia.
Era stato proprio il reale timore di una fusione tra Moldavia e Romania che aveva portato gli abitanti della Transnistria (al 60% russi e ucraini), ancor prima della caduta dell'Urss, a lanciare la sfida per l'uscita dalla compagine moldava. Dopo l'infruttuoso tentativo di Kisinev di risolvere la questione con la forza, parti della 14° Armata della Guardia, dislocata nella regione – soprattutto i militari originari della Transnistria – cominciarono a passare “armi e bagagli” agli ordini della RMT e fu grazie al loro intervento che vennero respinti gli attacchi moldavi, in particolare quello alla fortezza di Benderi, principale porto sul Dnestr e importante snodo ferroviario dell'area, nel giugno 1992. In generale, però, la 14° armata aveva osservato la più completa neutralità, pur se Kišinëv non perdeva occasione per accusare Mosca di “aperta aggressione” e, in particolare, il generale Aleksej Lebed, divenuto ben presto “l'eroe della Transnistria”, di "interferenza diretta e deliberata della 14a Armata”. Dopo vari scontri, il 21 luglio 1992 era stato raggiunto il cessate il fuoco, con l'accordo sottoscritto da Mosca e Kišinëv, cui cui aveva poi aderito anche Tiraspol e il 29 luglio contingenti di pace russi entrarono a Benderi e a Dubossar, schierandosi a fianco di quelli moldavi e della Transnistria. Nel 1993 al processo di pace si era unita l'OSCE e, nel 1995, l'Ucraina. Da allora, il contingente di pace russo assicura la stabilità nella regione, con i caschi blu dislocati in una quindicina di postazioni per 225 km lungo il Dnestr e per una profondità da 12 a 24 km.
Il Parlamento moldavo torna ciclicamente sulla questione. Esattamente un anno fa, una risicata maggioranza di Partito Democratico, Partito Liberale e Partito Liberaldemocratico aveva votato una dichiarazione in cui si qualificava quale “minaccia permanente a sicurezza e stabilità regionali, e anche alla sicurezza europea”, la presenza “di una notevole quantità di armamenti e attrezzature belliche” e si chiedeva di “iniziare una discussione politica sulla trasformazione dell'operazione di pace sul Dnestr in missione civile su mandato internazionale”, qualificando come “illegale la presenza di militari stranieri sul territorio moldavo”. I deputati del Partito Socialista – cui appartiene il presidente Dodon – avevano definito la dichiarazione “l'ennesima provocazione”, volta “al peggioramento dei rapporti con la Russia” e sponsorizzata da “alcuni circoli occidentali interessati all'escalation della tensione in Transnistria”.
La dichiarazione del luglio 2017 seguiva passi analoghi, come l'espulsione di diplomatici russi impegnati nella missione congiunta di controllo sulla Transnistria, la lotta contro la “propaganda russa”, il rifiuto di partecipare ai lavori delle strutture della CSI e l'accordo moldavo-ucraino sul permesso alle guardie confinarie moldave di entrare in Ucraina e controllare vari accessi di frontiera tra Ucraina e Transnistria, in particolare, l'importante varco di Ku?urgan, nella regione di Odessa, cui corrisponde, sul territorio della Transnistria, Pervomajsk. Proprio quest'ultimo provvedimento, nel settembre scorso, impedendo il transito anche dei prodotti alimentari, aveva rischiato di portare alla fame gli oltre cinquecentomila abitanti della regione. E poi ancora nello stesso periodo, il primo ministro Filip , intervenendo all'ONU, era tornato a chiedere il “pieno e incondizionato” ritiro del contingente di pace russo.
Lo stesso Pavel Filip che, da fervente fautore del nuovo Ufficio comunicazioni NATO a Kišinëv, ha più volte ribadito a Bruxelles che “la neutralità della Moldavia non significa affatto l'isolamento del paese. Abbiamo collaborato e collaboreremo con la NATO”. E, per far questo, il primo passo è cercare di disfarsi di “scomode presenze”.
I risultati si vedono.

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