Trump minaccia, Cuba resiste: all’ONU va in scena la crisi dell’unipolarismo USA
Donald Trump è salito sul podio dell’Assemblea Generale dell’ONU con un messaggio perentorio: gli Stati Uniti sono tornati, più forti che mai, e continueranno a utilizzare la propria forza militare per difendere quelli che Washington considera i propri interessi vitali. Una dichiarazione che, più che fotografare il mondo attuale, sembra voler riaffermare un ordine internazionale sempre più difficile da imporre. Trump ha celebrato la potenza economica, militare e tecnologica statunitense, definendo gli USA leader praticamente in ogni settore. Ma proprio la necessità di ribadire con tanta insistenza la propria supremazia racconta le difficoltà di una potenza alle prese con un sistema internazionale profondamente trasformato. Il passaggio più significativo riguarda l’Iran.
Trump ha sostenuto di aver offerto a Teheran una cooperazione economica totale in cambio della fine del suo programma nucleare, presentando il rifiuto iraniano come un grave errore. La questione viene così inserita nella consueta narrativa della minaccia, attraverso la quale l’escalation militare viene presentata come una risposta inevitabile. Non meno rilevante è stata la dichiarazione secondo cui Washington continuerà a ricorrere alla propria “incomparabile potenza militare” per impedire che minacce agli Stati Uniti mettano piede nell’emisfero occidentale. Trump ha inoltre equiparato i cartelli della droga latinoamericani all’ISIS, definendoli nemici della civiltà. Il messaggio è dunque chiaro: gli Stati Uniti rivendicano ancora il diritto di stabilire unilateralmente quali siano le minacce e quali strumenti utilizzare per affrontarle. Lo stesso schema è emerso nel caso di Cuba. Trump ha definito il governo dell’isola uno “Stato fallito” e ha affermato che “cadrà”, confermando che Washington punta a un “cambiamento fondamentale” a Cuba e che la pressione esercitata sarebbe la più forte mai applicata.
La risposta del presidente cubano Miguel Díaz-Canel è stata altrettanto netta: Trump, ha affermato, mente quando presenta Cuba come una minaccia e utilizza questa narrativa per giustificare la pressione economica contro l’isola. Poco prima, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva aveva denunciato all’ONU l’inasprimento del blocco statunitense contro Cuba. Tra le dichiarazioni di Trump e le reazioni latinoamericane emerge così una frattura più ampia. Washington continua a parlare il linguaggio della supremazia e della coercizione, mentre una parte crescente del Sud globale rivendica sovranità, autodeterminazione e maggiore autonomia. L’Assemblea Generale dell’ONU diventa quindi il teatro di un confronto che va ben oltre i singoli dossier: da una parte la pretesa di mantenere una centralità statunitense fondata anche sulla superiorità militare, dall’altra un sistema internazionale nel quale nuove potenze e nuovi blocchi reclamano spazio.
La retorica di Trump può riaffermare la forza USA. Ma non può cancellare il cambiamento degli equilibri mondiali. Il mondo che emerge dall’81ª Assemblea Generale dell’ONU appare sempre meno disposto ad accettare che Washington continui a decidere da sola le regole del gioco.
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