Tsipras scegli: gli interessi del popolo greco o gli interessi del debito?

Se Syriza non rispetterà gli impegni presi in campagna elettorale, allora si apriranno le porte per Alba Dorata.

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Tsipras scegli: gli interessi del popolo greco o gli interessi del debito?

di Cesare Sacchetti


Escludendo gli interessi sul debito, la Grecia non incorrerà mai più in deficit fiscali. Mai, mai, mai”. Queste le parole di Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze greco, a Die Zeit.  Una dichiarazione che sembra un segnale chiaro ai possessori del debito greco, che non dovranno temere particolari ricadute sul loro investimento, stando a quanto dichiarato dal ministro greco.

E’possibile mantenere un deficit fiscale in surplus o in pareggio e allo stesso tempo aumentare l’occupazione? Difficile, se non impossibile per un paese come la Grecia e per comprendere meglio le alternative a disposizione del governo greco, dobbiamo prima prendere in considerazione le componenti che costituiscono la domanda aggregata: i consumi delle famiglie (C), gli investimenti delle imprese (I), la spesa pubblica (G), e il saldo netto tra esportazioni (X) e importazioni (M).  Il livello di inflazione in Grecia è attualmente -2.6%; questo ci dice che il paese sta attraversando una fase di deflazione, e un aumento delle prime due componenti (C) e  (I) , il settore privato, in questa situazione è da escludersi fino a quando non incorra un evento che possa cambiare le prospettive di crescita del settore privato. Nelle fasi di crisi come quella attuale, le famiglie tenderanno ad accumulare risparmi e preservare la loro liquidità nell’attesa di tempi peggiori, quindi i consumi, salvo tendenze contrarie che incoraggino la spesa delle famiglie, saranno destinati  ad una stagnazione o ad un ulteriore calo.

Le imprese in questo momento sono tutt’altro che interessate ad aumentare gli investimenti, poiché le loro vendite sono piuttosto basse, devono fare i conti con magazzini pieni di scorte invendute, e sono costrette ad abbassare ulteriormente i prezzi delle loro merci, peggiorando la deflazione, oppure si vedono loro malgrado obbligate a licenziare il personale o ad assumerlo ad un costo molto minore.

Il settore privato può ben poco, da solo, per uscire dalla spirale deflattiva e restano due sole possibilità per arrestare il peggioramento dei conti pubblici : o si aumenta la spesa pubblica (G) o si porta in surplus il saldo tra esportazioni (M) e importazioni (X).  Se prendiamo in esame la differenza tra quest’ultime nel caso greco, notiamo come la Grecia negli ultimi anni abbia fatto negli ultimi 5 anni ha sempre riscontrato un saldo negativo della sua bilancia commerciale, e le proposte volute dai vertici europei per uscire dalla crisi sono la riduzione dei salari, come affermato dal presidente della BCE, Mario Draghi "sì, esattamente, e tale rinuncia coincide con la riduzione dei salari in tutti i settori”. Quindi per aumentare la competitività dei lavoratori greci, si punta ad una svalutazione del loro salario, ma queste politiche, se consideriamo i dati delle esportazioni greche, non aiutano ad invertire la tendenza negativa, contribuiscono ad aumentare eccessivamente la dipendenza dalla domanda estera (export led growth), e deprimono lo stato della domanda interna, la vera malata di questa crisi. Sarebbe più salutare una svalutazione del cambio, che non influirebbe sul salario dei lavoratori e consentirebbe di diminuire il saldo negativo della bilancia commerciale, diminuendo le importazioni, ma questo non è possibile perché la Grecia è legata all’euro e non può svalutare. 

 
L’aumento del deficit 

Quali alternative restano? L’aumento della spesa pubblica destinata all’aumento dell’occupazione è senz’altro una valida alternativa. In questo caso un trasferimento di ricchezza netta passa dal settore pubblico al settore privato ( famiglie e imprese), e in questa fattispecie le imprese saranno motivate ad aumentare gli investimenti, le assunzioni non potranno che aumentare, e conseguentemente la crescita dell’occupazione porterà ad un aumento della spesa per consumi. Per ogni nuovo posto di lavoro che si crea, ci sarà un cittadino in più messo nelle condizioni di pagare le imposte che finiranno nelle casse dello Stato, a vantaggio di una diminuzione del deficit fiscale e quindi verso un inevitabile miglioramento dei conti pubblici. In questo modo si realizza un aumento della domanda interna attraverso l’aumento della spesa pubblica.

La domanda che dobbiamo porci adesso è: un aumento del deficit corrisponde sempre ad un aumento della domanda interna? La Grecia negli ultimi 5 anni di cura della Troika, ha sperimentato un aumento del rapporto debito/PIL dal 146% al 174,9% ( non del 300% come ha detto qualcuno a Ballarò) . Questo perché le politiche di massacro sociale dell’austerity, fatte di tagli alla spesa e aumento della pressione fiscale, hanno portato la disoccupazione dal 10% del gennaio 2010 fino all’attuale 25%; un aumento del 150%. Quindi, se seguiamo lo schema di prima, più disoccupati corrispondono a meno entrate fiscali, e il deficit non potrà che aumentare sia per la riduzione del gettito fiscale sia per l’erogazione degli ammortizzatori sociali, che da un punto di vista economico sono improduttivi, poiché allo Stato converrebbe assumere direttamente qualcuno piuttosto che pagarlo per tenerlo a casa. 
 

Gli interessi sul debito contro gli interessi della popolazione greca
 
Se prendiamo in parola il ministro Varoufakis, appare assai improbabile che il programma sociale di Syriza possa realizzarsi senza incorrere in un deficit fiscale espansivo e positivo, che non sia il frutto delle politiche di austerity. Syriza ha vinto le elezioni conquistando l’elettorato greco, grazie soprattutto alle promesse di aumento dello stato sociale, di restituzione della tredicesima ai pensionati e di lotta alla disoccupazione.

Come si può pensare di aumentare la disoccupazione senza incorrere in un aumento della spesa? L’alternativa l’abbiamo citata sopra, resta solo un aumento esponenziale della domanda estera, ma appare piuttosto improbabile che la Grecia aumenti la propria occupazione solamente con un aumento delle esportazioni, se non al prezzo di ridurre ancora di più i propri salari e allungando gli orari di lavoro, ma questo non ingenera alcuna crescita - lo abbiamo già visto negli ultimi anni - nella domanda interna al contrario la deprime ancora di più. La Bce, ha di fatto annullato la possibilità di finanziamento delle banche greche, le quali non potranno più fornire titoli del debito pubblico in cambio di liquidità. Il segnale che sta mandando l’Europa è molto chiaro: o fate come diciamo noi oppure affogate.

Varoufakis ha dichiarato dopo l’incontro con il ministro delle Finanze tedesco, Schauble, che “la Grecia resta un paese dell’area euro” aggiungendo che “ha bisogno del supporto politico, tecnico e morale dei suoi partner europei ”. Non si comprende quale sia il supporto che i partner europei danno alla Grecia, all’indomani della decisione della Bce di chiudere i rubinetti del finanziamento alle banche greche. I segnali che arrivano da Atene non sono incoraggianti, e le premesse di un tradimento degli impegni presi sembrano realizzarsi. Tsipras e il suo ministro delle Finanze devono fare una scelta: o continuano a servire gli interessi sul debito, oppure dicono addio all’euro, tornano a una dracma meno apprezzata e più competitiva sui mercati intraeuropei, e lanciano un programma di  occupazione nazionale. Se non si rispetteranno gli impegni presi in campagna elettorale, allora si apriranno le porte per Alba Dorata.

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