Un altro New Deal è necessario

Nella società americana servono maggiori beni pubblici. Possibili solo con una riforma generale delle tasse

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Un altro New Deal è necessario

Stiglitz nel suo spazio mensile per The Project Syndicate, Mitt Romney's fair share, si fa portatore di un maggiore intervento del pubblico nell'economia e di una riforma generale delle tasse per garantire maggiore equità nel sistema societario americano. Un chiaro messaggio al dibattito presidenziale in corso.
Il settore privato, centrale in tutte le economie moderne, non può da solo assicurare il successo: la crisi finanziaria iniziata nel 2008 dimostra la necessità di una maggiore regolamentazione in grado di assicurare un adeguato livello di competitività. L'innovazione tecnologica, sostiene Stiglitz, fondamentale premessa per ogni progetto di crescita di lungo periodo, presuppone finanziamenti governativi per la ricerca. E si tratta di un esempio tipico di bene pubblico. Il partito repubblicano sottostima l'importanza del ruolo del pubblico nei campi di educazione, tecnologia ed infrastrutture. Le economie in cui i governi forniscono questi beni pubblici hanno un livello di crescita maggiore. Ma hanno un costo, che deve essere pagato attraverso un sistema di imposizione fiscale onesto ed equo. Coloro al vertice della scala gerarchica dell'economia americana non stanno partecipando in modo corretto all'erogazione dei beni pubblici, con un livello di tassazione che colpisce solo il 15% del loro reddito disponibile. 
Il miliardario Warren Buffett sostiene correttamente che c'è qualcosa di profondamente sbagliato se le sue imposte sono inferiori a quelle della sua segretaria. Le democrazie si basano su uno spirito di fiducia e cooperazione a livello societario: un economia di mercato non può funzionare se ogni contratto deve essere imposto attraverso un'azione legale. Ma la cooperazione è possibile solo se vi è la consapevolezza della società che il sistema sia equo.   Inoltre, molti dei soldi che si risparmiano dalle mancate tasse al vertice sono quelle che gli economisti chiamano rendite, che non accrescono l'economia del paese. Anzi. Trattandosi perlopiù di monopolisti, che aumentano il loro redditi restringendo la produzione ed impegnandosi in pratiche anticompetitive, amministratori delegati che sfruttano le deficienze nelle leggi corporative statali per afferrare una fetta maggiore di rendite corporative per loro stessi e banchieri dediti in prestiti fraudolenti; le loro maggiori entrate sono nocive al benessere complessivo della società. Non è un caso che l'ineguaglianza sociale è aumentata nell'ultimo periodo, quando le regolamentazioni sono state eliminate e l'attuazione delle regole esistenti indebolite.
Vi è oggi, sostiene Stiglitz, una maggiore consapevolezza del legame tra diseguaglianza sociale e crisi economica, che produce un circolo vizioso molto pericoloso: la diseguaglianza sociale si trasforma in diseguaglianza politica, che rafforza sempre più la prima, attraverso un sistema di tasse che permette a persone come Mitt Romney – soggetto ad una tassazione inferiore del 13% negli ultimi 10 anni – a non pagare la sua quota equa. Romney può anche non essere un evasore - solo una investigazione del US Internal Revenue Service lo accerterà - ma dato che l'aliquota maggiore negli Usa è del 35%, è certamente quello che Stiglitz definisce un “tax avoider” su grande scala. E chiaramente il problema non è solo Romney: l'enorme livello di “tax avoidance” prodotto dall'economia attuale americana rende difficile finanziare i beni pubblici senza una economia moderna che cresce. E soprattutto, conclude Stiglitz, la "tax avoidance" sulla scala di Romney mina l'opinione della gente sull'onestà del sistema, indebolendo ancora di più i vincoli di condivisione che tengono la società unità.

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