Un analista russo spiega il Russiagate

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PICCOLE NOTE


L’amministrazione Trump
 sembra «paralizzata nella sua azione verso la Russia. La sola cosa su cui vogliamo lavorare con gli Usa e siamo convinti che questa presidenza sia in grado di fare, è di evitare la guerra tra i nostri due Paesi». Così Dmitrij Suslov interpellato da Paolo Valentino per il Corriere della Sera del 23 luglio.

 

Membro del Club Valdai, un think tank russo, Suslov spiega al suo interlocutore che Trump è il «primo presidente americano che in 25 anni non vuole rifare o trasformare la Russia». E che l’incontro con Putin ad Amburgo, il primo tra i due presidenti, è stato importante perché ha visto «l’impegno reciproco a non permettere che le relazioni russo-americane peggiorino in modo incontrollabile».

 

Da qui l’accordo nato in quella sede, sulla crisi siriana e sulla cyber-security «i due temi sui quali Russia e America potrebbero arrivare a un confronto diretto». Un accordo però monco, spiega ancora Suslov, che lascia in sospeso dettagli non secondari della risoluzione della guerra siriana, la questione iraniana e altro.



 

Eppure, nonostante Trump non abbia ceduto alcunché, il nuovo corso dei rapporti con Mosca trova contrasto irriducibile da parte del «tradizionale establishement di politica estera [americana ndr.], uno schieramento trasversale che unisce repubblicani, democratici e complesso militar-industriale», che «considera Trump uno sbaglio della Storia che va corretto il prima possibile».

 

Interessante però la conclusione, seppure il Russiagate impedirà al presidente americano di fare ulteriori passi verso Mosca, «Trump non è un fatto passeggero, ma l’inizio di una nuova fase della presenza americana nel mondo, meno ideologica e più egoistica. E non crediamo che dopo di lui i rapporti tra America ed Europa torneranno allo status quo ante. In un certo senso potremmo avere un trumpismo senza Trump».

 

A margine dell’intervista si possono fare tre osservazioni: anzitutto che i timori di uno scontro diretto Stati Uniti – Russia, paventati da alcuni analisti, non sono infondati. Tale la follia di certe élite, americane e non, che davvero reputano sia nell’interesse degli Stati Uniti (in realtà nel loro interesse) dar vita a una guerra globale. Questa preserverebbe la loro leadership nel mondo, messa a repentaglio dall’emergere di nuovi protagonisti globali come Russia e Cina.

 

In secondo luogo la possibilità che i rapporti Europa – Stati Uniti siano ormai deragliati in maniera stabile dovrebbe spingere a guardare con altri occhi il progetto Intermarium messo in cantiere dalla Polonia (vedi Piccolenote).

 

Sul punto ha scritto anche Maurizio Molinari nell’editoriale di ieri, accennando a come tale progetto abbia la benedizione di Washington, E al fatto che quando Trump, prima di giungere al G20 di Amburgo, era convenuto a Varsavia (dove tale iniziativa è stata rilanciata), ha sottoscritto contratti di varia natura, anche nel campo della Difesa.

 

Accordi stretti «in un’atmosfera segnata dalla volontà dell’Europa ex comunista di essere più vicina a Washington che a Bruxelles, – scrive Molinari – per proteggersi dalle crescenti minacce di Mosca».

 

Di fatto il progetto Intermarium, o sue declinazioni, viene immaginato da Washington come un modo di porre un baluardo tra Mosca e l’Europa occidentale, impedire cioè la nascita di una sinergia tra le due aree, potenzialmente la prima area commerciale e finanziaria del pianeta.

 

Infine, appare interessante l’accenno di Suslov a un trumpismo senza Trump: in effetti può essere una possibilità, anche in caso di sconfitta dell’attuale amministrazione nel braccio di ferro contro le élite che lo vogliono morto (politicamente, ovvio).

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