Un anno fa il massacro di Maidan. Giustizia e verità sono lontane
Il 18 Febbraio 2014 iniziò la fase più letale delle proteste in Ucraina che si è conclusa con un cambio di potere nel paese. In tre giorni 73 civili e 11 tra poliziotti e soldati, sono stati uccisi quando cecchini non identificati hanno aperto il fuoco sulla folla nel centro di Kiev. Un anno dopo, i responsabili non sono ancora stati individuati.
Il governo che si è insediato dopo le protesta ha accusato del massacro di Maidan tre agenti di polizia. I media occidentali supportano tale versione e insistono sul fatto che era l'ordine di reprimere la protesta partì dall'allora presidente Viktor Yanukovich o da qualcuno dalle forze di sicurezza.
Tutte le prove disponibili, sia quelle disponibili fin dall'inizio che quelle succesive, che indicano che gli autori erano civili armati non sono mai state analizzate adeguatamente. Anche un dialogo interecettato tra l'allora Ministro degli Affari Esteri dell' Estonia, Urmas Paet, e l'allora Alto Rappresentate della politica estera dell'Unione europea, Catherine Ashton, confermava che i cecchini di Kiev erano stati ingaggiati dall'opposizione.
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Una commissione speciale del Parlamento ucraino ha cercato di scoprire i dettagli del caso e ha concluso che non erano stati gli addetti alla sicurezza ad aver sparato sui manifestanti. Si è ricostruito che il primo colpo fu diretto contro la polizia e i proiettili estratti dai corpi delle vittime non corrispondevano ai modelli di fucili automatici utilizzati dalle truppe governative.

Tuttavia, la Commissione si è limitata ad attribuire la paternità ad "entità sociali che sono fuggite al controllo". Non ha precisato chi fossero e non ha proseguito con l'inchiesta, sia all'interno del Ministero degli Interni. I risultati dell'indagine non hanno avuto nessuna conseguenza.
I tagli annunciati da Kiev hanno avuto conseguenze prevedibili: congelamento degli stipendi, deficit energetico permanente, aumento delle tasse e delle spese, drastica caduta della moneta nazionale, aumento dei prezzi e crollo del mercato nazionale, elenca l'analista. Il conflitto con il sud significa non solo migliaia di vite, ma anche la distruzione della principale regione industriale, che peggiora solo la crisi economica, sottolinea Zharijin.
"Per quanto riguarda le altre richieste della piazza: se prima gli oligarchi controllavano il paese attraverso i loroi rappresentanti, ora sono al potere direttamente. le conseguenze: mancanza di riforme cardinali e corruzione dilagante", dice l'analista.

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