Un consiglio ad Obama sulla Siria
Prima di aumentare la presenza americana nel conflitto, è necessaria una ponderazione dei risvolti
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Thomas Friedman analizza l'opinione crescente che gli Stati Uniti siano pronti ad un impegno maggiore di sostegno ai ribelli siriani contro il presidente Bashar al-Assad per finire la guerra civile in corso. Prima di un maggiore coinvolgimento, il Columnist del Nyt in Caution, curvs ahead chiede che l'amministrazione Obama risponda correttamente ad alcune domande.
In primo luogo, la rivolta contro Assad è iniziata il 15 marzo del 2011 e la sua caduta prevista più volte è stata prevenuta non solo dagli aiuti russi ed iraniani, ma anche e soprattutto per il supporto politico in aree chiavi del paese. La minoranza alawita, che governa la Siria dagli anni '70, costituisce il 12% di una popolazione di 22 milioni di abitanti e teme di essere spazzata via dalla maggioranza sunnita (il 74%) una volta caduto Assad. Anche i cristiani, il 10%, ed addirittura alcuni commercianti secolari sunniti, restano vicini al regime, perché in grado di garantire uno stato stabile. Nessuno di loro crede che i ribelli possano costruire un paese stabile, secolare e multietnico. Perché gli Stati Uniti ritengono che si sbagliano?
In secondo luogo, Friedman analizza la posizione di Qatar ed Arabia Saudita, i due principali fornitori di armi e di sostegno ai ribelli siriani, che sono due monarchie fondamentaliste islamiche e non un buon modello di riferimento per il dopo Assad. Sono interessati questi paesi nel creare un governo stabile multietnico e tollerante nel loro paese?, si chiede Friedman.
In terzo luogo, i ribelli siriani sono divisi in tre gruppi: una parte democratica, che chiede un paese dove ognuno abbia gli stessi diritti; una parte islamista, sul modello di Fratellanza Musulmana in Egitto, ed una parte fondamentalista, che presagirebbe una settarizzazione del paese con la possibilità che la maggioranza sunnita spazzi via la minoranza alawita. A dimostrazione dell'equilibrio di forza interno ai ribelli, la scorsa settimana, il presidente della principale coalizione d'opposizione siriana, Moaz al-Khatib, si è dimesso dopo aver spinto per delle negoziazioni dirette con il regime, scelta impopolare tra molti ribelli. Con queste premesse, chi può assicurare la sicurezza dei cristiani ed alawiti nel dopo Assad?
In quarto luogo, la guerra libanese si è conclusa nel 1989 con la pace di Taif, che ha permesso alla minoranza cristiana di essere sovra rappresentata a garanzia che i loro interessi sarebbero stati protetti nel paese. Dovrebbe essere il modello di riferimento per il periodo di transizione in Siria, ma si può pensare una concessione similare dei sunniti dopo anni di sopruso dal regime alawita in Siria?
Infine, la lezione di Iraq, Egitto, Tunisia e Libia è che una volta ristabilita la sicurezza interna alla fine della guerra civile, prima le persone sono in grado di riconoscersi come cittadini di un progetto nazionale unico piuttosto che in sette ed in tribù, prima si può sperare in una transizione democratica. Dopo la caduta di Assad, chi medierà tra le comunità e milizie dentro la Siria e fuori? Una Siria post-Assad senza chiaramente un Nelson Mandela tra i ribelli sarà in grado di costruire e guidare uno stato multietnico con la mediazione dell'Onu e della Lega Araba?
In questo quadro generale, ci sono tre opzioni possibili per gli Stati Uniti: un'invasione come in Iraq, contenere il conflitto aspettando che le parti siano esauste e chiedano un armistizio, ma a costo di migliaia di morti ulteriori e la possibilità di un'implosione e la fratturazione in tre stati successivamente. Opzioni chiaramente non percorribili. La migliore scelta per gli Usa resta quella di armare la parte moderata e secolare dei ribelli per forzare Assad ed i russi ad un accordo e s sconfiggere i ribelli islamisti nel periodo di transizione. Il mio consiglio ad Obama, conclude Friedman, è di ponderare bene una scelta che apre scenari oggi non prevedibili nel paese.
Per un approfondimento:
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