Un nuovo George W. Bush alla Casa Bianca?
La vittoria di Romney alla Casa bianca ed il rischio di un mondo nuovamente diviso in "buoni" e "cattivi".
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Polonia, Israele ed Inghilterra. L'itinerario di politica estera di Mitt Romney, secondo Gideon Rachman in if you liked George Bush, you'll love Mitt Romney, denota la strategia di politica estera del candidato repubblicano alle presidenziali del prossimo novembre. La critica maggiore rivolta all'amministrazione di Barack Obama è quella di aver perseguito un atteggiamento poco protettivo verso gli alleati, mentre l'anti-americanismo non è stato contrastato a dovere. Obama ha fatto discorsi d'apertura al mondo arabo, ma non ha visitato Israele; ha perseguito una nuova partenza delle relazioni con la Russia, ma è stato accusato di un atteggiamento troppo severo da polacchi e stati baltici; ha rimarcato la necessità di sviluppare relazioni amichevoli con gli stati asiatici in via di sviluppo, trascurando le vecchie alleanze, in particolare la “special relationship” con il Regno Unito.
Romney vuole ribaltare completamente questa strategia, giudicata perdente. Mentre i guadagni di politica estera con gli ex nemici sono stati del tutto effimeri - le relazioni con la Russia sono in gran parte in pericolo, ora che Vladimir Putin è tornato al Cremlino; la popolarità dell'America nel mondo musulmano è ancora in totale empasse; ed anche le ambizioni di lavorare in modo più stretto con la Cina si sta rilevando un fallimento – l'America ha anche peggiorato i storici legami con gli alleati tradizionali.
Il problema di fondo dell'approccio di Romney è, secondo Rachman, che si tratta di un ritorno ad una visione del mondo tipica di George W. Bush, nelle quali le nazioni sono divise in amici e nemici. Romney ha già definito la Russia, “il principale nemico geopolitico” dell'America, promesso di designare la Cina un “manipolatore di monete” nel suo primo giorno d'ufficio, uno spostamento che potrebbe preludere a sanzioni commerciali; infine, in visita in Israele, è arrivato a minacciare un attacco preventivo all'Iran. Le implicazioni della politica estera sono quindi allarmanti: guerra con l'Iran, guerra commerciale con la Cina, confronto diretto con la Russia.
L'enfasi di Obama sulla diplomazia, anche se difficoltosa, è preferibile di una politica estera basata su punire i “bad guys”. Questo è il giudizio riassuntivo dell'analisi di Rachman: parlando ai russi e cercando di evitare una guerra con l'Iran non significa affermare che non hai un valore morale di fondo nelle tue scelte o sei bollato come debole, ma semplicemente cercare di trovare un modus convivendi con questi regimi. La destra repubblicana accusa Obama di aver rinnegato i valori occidentali, ma la verità è che Obama è un realista al pari di repubblicani moderati come Brent Scowcroft e Colin Powell.
L'inutilità di dividere le nazioni in due campi contrastanti è sottolineata dalla relazione complicata degli Usa con il Pakistan. Da un lato, i pakistani hanno fatto il doppio gioco con al-Qaeda e Talebani, chiaramente nel campo del “male”. D'altro lato, Lahore ha lavorato a stretto contatto con gli Usa sull'Afghanistan, oltre ad essere uno stato nucleare minacciato da islamisti militanti. Il problema della campagna presidenziale di Romney è quindi che la sua retorica non potrà essere cancellata del tutto nel momento in cui dovesse accedere alla Casa Bianca. Romney, conclude Rachman, sta esasperando delle posizioni che porterebbero al deterioramento della posizione l'America ed il mondo.

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