Una guerra da non dichiarare. L'attacco all'Iran e le traversie di Netanyahu

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Una guerra da non dichiarare. L'attacco all'Iran e le traversie di Netanyahu


di Piccole Note
 

Si susseguono incidenti in Iran: esplosioni misteriose in una base missilistica, presso la centrale nucleare di Natanz, vicino a Teheran (New York Times). E oggi un incendio nello strategico porto di Bushehr, che avrebbe interessato da tre a sette navi. Notizie che rimbalzano sui media, enfatizzate in Israele e in Occidente e minimizzate in Iran.


Una guerra da non dichiarare


I media parlano di una guerra segreta contro l’Iran, fatta di azioni clandestine, attacchi informatici e bombe, che Israele, pur plaudendo a quanto avviene, eviterebbe di rivendicare. Una strategia usuale: la rivendicazione equivarrebbe a una dichiarazione di guerra, costringendo l’Iran a rispondere.


E spiega anche il minimalismo dell’Iran, che da una parte non vuole evidenziare le falle della sicurezza né concedere la palma della vittoria all’antagonista, ma soprattutto non vuole dichiarare guerra aperta a Israele.


Così, accanto alle dichiarazioni tranquillizzanti riguardo la scarsità dei danni subiti dagli attentati, ché tali sono, apre inchieste ufficiali, che allungano e dilavano i tempi della risposta, anche se prima o poi sarà costretta a tracciare una linea rossa, dato che non può continuare a subire attentati quasi quotidiani.


Linee rosse


C’è da dire che finora gli attentatori hanno evitato di colpire strutture civili (incendio di oggi a parte), imponendosi anch’essi una linea rossa da non superare (anche se di civili ne sono morti).


Uno sviluppo nuovo, dato che finora si era evitato di colpire nel cuore dell’Iran, limitandosi a bombardare i suoi delegati in Siria, e che apre ulteriormente la finestra bellica mediorientale, con rischi di incidenti di percorso alti.


Ad oggi l’unica vera risposta dell’Iran è stato l’annuncio della creazione di basi missilistiche segrete a ridosso delle coste del Golfo Persico. Una strategia alquanto efficace presa in prestito dalla Corea del Nord.


Pyongyang ha infatti piazzato missili e cannoni alla frontiera con la Corea del Sud: se attaccata, da queste postazioni partirà una reazione subitanea e autonoma quanto devastante.


Similmente sta facendo l’Iran, che sa bene che un attacco combinato Usa-Israele lo incenerirebbe in breve tempo, da cui una deterrenza difficile da parare.


Ma è ovvio che Teheran stia cercando anche di rafforzare la sicurezza interna per limitare la libertà di movimento degli attentatori, e altro e più segreto.


Le rivelazioni dell’Iran e l’embargo sulle armi


Di interesse il fatto che tre giorni fa il vice-ministro degli esteri iraniano Mohsen Baharvand abbia rivelato che, dopo l’uccisione del generale Soleimani, gli Usa abbiano chiesto a Teheran di non vendicarsi (Fars).


Si sapeva, ne avevamo scritto, ma la conferma ufficiale di questi giorni suona strana perché inutile. Più che parlare del passato, sembra riferirsi al presente,  come se si volesse far intendere l’esistenza di una qualche trattativa segreta attuale tra Teheran e i suoi nemici…


La guerra segreta si svolge mentre è in scadenza l’embargo sulle armi contro l’Iran, che termina a ottobre. L’America sta tentando di prolungarlo, ma è difficile data l’opposizione di Cina e Russia. E forse il forcing attuale contro l’Iran serve a provocarne una reazione sconsiderata, che rafforzi la proposta di Washington. Ma è solo una ipotesi.


in altra nota abbiamo accennato come questa nuova finestra di guerra sia iniziata quando Netanyahu ha “sospeso” l’annessione della Palestina, rivolgendo nuovamente all’Iran le sue attenzioni.


L’annessione resta ancora sospesa e lo speaker del Parlamento israeliano Yariv Levin ne ha anche spiegato il motivo: a Washington c’è “malumore” per l’iniziativa, da cui il rischio di fare un passo del tutto unilaterale.


Jared e Netanyahu


Recentemente si è avuta notizia di un forte dissidio tra Trump e suo genero Jared Kushner (Axios), su una questione secondaria. Ad accendere le polveri contro Jared era stato una delle persone più vicine a Trump, l’anchorman della Fox News Tucker Carlson, che da giugno ha iniziato a criticarlo apertamente (Politico).


Le critiche e il dissidio riguardano altro, ma non è un segreto che Jared da sempre, da quando il padre lo mandava a dormire in cantina per offrire la sua stanza a Netanyahu in visita negli Usa, è allineato e coperto sul premier israeliano. Così la sua lontananza da Trump corre in parallelo con quella del premier israeliano, e forse le cose son più correlate di quanto appaia.


Tanto è vero che Netanyahu, a differenza del 2016, non sta supportando Trump per le presidenziali. Aspetta di trattare col vincitore, e forse vede nel debole Biden, nonostante questi abbia espresso opinioni in contrasto con la sua linea, un interlocutore più malleabile di Trump, del quale peraltro teme un accordo con l’Iran al secondo mandato.


Netanyahu, ora che ha ripreso in mano il Paese, si sente forte e in grado di trattare alla pari con chiunque. Anche se deve registrare un imprevisto calo di consensi (Timesofisrael) che fino a qualche giorno fa era alle stelle, avendo potuto rivendicare la sconfitta del coronavirus.


La seconda ondata che sta flagellando Israele e la correlata crisi economica rappresentano un mix duro anche per lui. E se prima aveva accarezzato l’idea di andare a nuove elezioni per scaricare il suo alleato Gantz e avocare a sé tutto il potere, ora è tutto diverso. E più complicato.

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