Venezuela: smontata campagna diffamatoria sulla detenzione di López

Il Presidente dell'Assemblea Nazionale del Venezuela, Diosdado Cabello, ha reso noto un video dove vengono mostrate le reali condizioni di detenzione dell'oppositore condannato a 13 anni e 9 mesi di reclusione per le violenze che hanno insanguinato il Venezuela nel 2014

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In una lettera indirizzata quotidiano 'New York Times' lo scorso 25 settembre, Leopoldo López, ha denunciato condizioni di detenzione non umane. Il fondatore del partito di estrema destra Voluntad Popular – secondo quanto riporta RT - denuncia di trovarsi in «isolamento in una cella di 2 metri per 3 dove vi è solamente un letto singolo, un bagno e una piccola mensola per i pochi cambi di vestiti». 

 

«Mi è stato proibito di scrivere – continua nella sua denuncia l'esponente dell'opposizione – e l'unico libro concesso è la Bibbia. Non ho nemmeno una lampada o una candela per far luce dopo il tramonto». 

 

A stretto giro di posta, come si suol dire in questi casi, è però giunta a Lopez la pronta replica di Diosdado Cabello. Il Presidente dell'Assemblea Nazionale del Venezuela ha infatti confutato con immagini e un video quanto denunciato da colui che nel 2014 tramite la violenza delle guarimbas puntava a rovesciare il legittimo governo di Maduro. 

 

 

«Ci sono persone che hanno meno di lui, e scrive di non avere nemmeno una candela», ha affermato Cabello dopo aver mostrato che in realtà Lopez può disporre di un letto con materasso, un'ampia finestra da dove penetra luce naturale, un bagno privato di 2,8 metri quadrati con sanitario in ceramica e zona doccia. 

 

Inoltre – sottolinea correttamente l'emittente venezuelana Vtv – dalle immagini si evince che l'aspirante Pinochet venezuelano gode di molti altri 'benefit' quali tv satellitare, lettore Blu Ray, zona cucina comprendente fornello e forno a microonde dove il detenuto può prepararsi da mangiare. 

 

La lettera di Lopez al quotidiano statunitense è parte «di una campagna volta a trasformare il responsabile della morte di 43 venezuelani – spiega Cabello – in una vittima». 

 

Bisogna ricordare che Leopoldo López è stato condannato a 13 anni e 9 mesi di reclusione in quanto responsabile di crimini quali l'incendio doloso (art. 343 del Codice Penale), l'istigazione alla violenza (art. 285 del Codice Penale), danneggiamenti alla proprietà pubblica (art. 83, 473 e 474 del Codice Penale), e associazione a delinquere (art. 37 del Codice Penale), con l'aggravante di aver infranto la Legge Organica contro il Crimine Organizzato e il Finanziamento al Terrorismo, in occasione delle violente proteste da lui capeggiate nell'anno 2014, quando con la destabilizzazione delle piazze l'opposizione cercò di provocare il rovesciamento del legittimo Presidente Maduro, nell'ambito di un piano denominato 'La Salida'. 

 

Intanto in Italia viene presentato come un 'prigioniero politico' e secondo quanto afferma il 'Corriere della Sera' un gruppo di deputati del Partito Democratico è pronto a presentare una mozione per impegnare il governo italiano a muoversi per la liberazione di Leopoldo López, desritto come vittima di persecuzioni dal governo Maduro.  

 

Un fatto quantomeno singolare visto che l'esponente dell'estrema destra venezuelana si è reso protagonista di attività miranti a sovvertire l'ordine costituzionale e democratico. Negli Stati Uniti d'America avrebbe rischiato la pena di morte, in Arabia Saudita la lapidazione, mentre in Italia l'ergastolo con regime carcerario duro (41 bis).  

Farebbero bene i parlamentari del Partito Democratico, ad andare a leggere le denunce e gli appelli alla giustizia lanciati dal Comitato Vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuado, che lo scorso giugno in audizione davanti all'Europarlamento, tramite la portavoce Desiree Cabrera, hanno pronunciato delle parole che si adattano alla perfezione alla loro iniziativa: «Quando in questo Parlamento così come in altre istanze viene richiesta la liberazione di Leopoldo López, Daniel Ceballos e altre persone detenute per i crimini commessi negli atti violenti, classificati come ‘prigionieri politici’, viene violato il nostro diritto alla giustizia». 

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