Alberto Negri - La guerra fredda mondiale dello sport

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Alberto Negri - La guerra fredda mondiale dello sport

 
di Alberto Negri* - Il Manifesto 


È scoppiata la guerra fredda mondiale dello sport con la Russia. Per strana coincidenza ieri a Parigi si riuniva il «Formato Normandia», il gruppo per la «risoluzione» del conflitto in Ucraina orientale composto da Ucraina, Russia, Francia e Germania.


È scoppiata la guerra fredda mondiale dello sport. Ieri è toccato alla Russia, esclusa per doping dalle Olimpiadi e dai Mondiali di calcio, domani potrebbe essere il turno della Cina o di chiunque altro. Per coincidenza – ma è solo una coincidenza davvero strana – proprio ieri a Parigi si teneva la riunione, più volte rimandata, del «Formato Normandia», il gruppo per la «risoluzione» del conflitto in Ucraina orientale composto da Ucraina, Russia, Francia e Germania.


È evidente che Macron e Merkel, frequentando Putin e pur di farla finita con le sanzioni a Mosca, si dopano pure loro.


La decisione dell’Agenzia Mondiale Antidoping (Wada) fa sensazione e solleva qualche dubbio: ma ci sarà pure un atleta russo degno di partecipare? Ne conosco almeno tre, non perché mi intenda particolarmente di sport ma qualcosina di tennis: tre giocatori russi, tra i primissimi del mondo, che giocano regolarmente i tornei dell’Atp, sottoposti, come tutti quelli del circuito, a controlli stretti, anche improvvisi e persino durante gli allenamenti, in qualunque parte del mondo. Anche il tennis ebbe la sua epoca del doping, basta leggere un best seller mondiale come Open, l’autobiografia di Agassi, tennista americano, che ingurgitava i famosi «beveroni» del suo allenatore. E come non ricordare il ciclista Lance Armstrong, anche lui americano, vincitore per sette volte consecutive del Tour, i cui trofei sono stati tutti revocati per pratiche dopanti.


Ma nessuno aveva mai pensato di mettere al bando un’intera nazione. Lo ha fatto la Wada dopo una lunga inchiesta sul famigerato «laboratorio di Stato» di Mosca. Viene lasciata aperta una finestra per la partecipazione individuale degli atleti «non implicati» ma pure su questo ci saranno infinite discussioni.


Potranno gareggiare con o senza bandiera russa, con la maglia della nazionale o soltanto con quella degli sponsor, i veri padroni dello sport contemporaneo?


Si salva, in parte, soltanto il calcio, il più sacro e il più ricco degli sport. La Russia, bandita anche dall’organizzare eventi mondiali per 4 anni, potrà comunque ospitare il suo girone degli Europei di calcio 2020 (itineranti) e la finale di Champions League 2021 a San Pietroburgo.



Il calcio nostrano non si tocca perché a doparlo più che le sostanze proibite ci pensano i soldi. Come spiega un ottimo articolo di Luca Pisapia sul manifesto del 19 ottobre scorso. Nel football, dominato dalla metasifica finanziaria, stadio e giocatori sono valutati come «future» e «subprime»: investimenti, i cui ritorni e guadagni non dipendono neppure dai successi ottenuti sul campo: ormai le maggiori società sono controllate da fondi di investimento che hanno la sede in paradisi fiscali e generano utili anche senza vincere scudetti o coppe.



Quindi il calcio, anche quello russo, si salva perché non si sa mai che si possano intaccare gli interessi dei grandi investitori che reggono la baracca. È nella logica delle cose perché quello finanziario non è doping, salvo quando scoppiano le «bolle» lasciando con il sedere per terra speculatori e risparmiatori. A John Elkann acquistare il gruppo editoriale di la Repubblica è costato 102 milioni di euro, molto meno dell’operazione Ronaldo o dell’aumento di capitale da 191 milioni nella Juve, fatto proprio in questi giorni da Exor, la sua holding di diritto olandese azionista di Fca, Ferrari, Juventus, dell’Economist e protagonista della fusione con Peugeot.



Ma qual è il doping migliore? Non sempre quello per vincere. Alle corse dei cavalli si dopano i favoriti per non farli vincere e permettere a qualche brocco di tagliare il traguardo con quote altissime. Basta scommettere sul brocco giusto: quasi tutti i «bravi ragazzi» sanno su chi devono puntare.



Anche le guerre sono dopate. In Siria senza l’afflusso di jihadisti dalla Turchia forse finiva prima anche l’Isis, in Libia la comunità internazionale appoggia il governo Sarraj ma molti sperano che vinca l’altro, il generale Khalifa Haftar. Trump ha dopato persino i curdi: gli fatto credere quando c’era da combattere il Califfato che erano i nostri eroi e i suoi favoriti (10mila morti tra i combattenti), infine li ha mollati alla furia di Erdogan.



L’informazione poi è così drogata che oggi si parla soltanto di fake news. E quando c’è un’intervista vera come quella della Maggioni ad Assad, sta accadendo che la Rai cerca di non mandarla in onda. È un caso di doping alla rovescia, fatto per non far vincere il servizio pubblico. Questa oggi è la stampa bellezza.


*Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore 

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