Altro che addio Fornero: chi rischia seriamente di andare in pensione solo a 71 anni

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Altro che addio Fornero: chi rischia seriamente di andare in pensione solo a 71 anni

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di Gentili, F. Giusti, S. Macera – Centro Studi Politico-Sindacale

Da alcuni mesi stanno prendendo corpo alcune ipotesi di riforma previdenziale e sembra che in pentola non bolla nulla di buono. Innanzitutto, da indiscrezioni di stampa sempre più frequenti pare che il Governo voglia estendere la pensione anticipata contributiva – subordinata a 20 anni di anzianità lavorativa, 64 anni di età anagrafica e una soglia minima di importo, corrispondente a tre volte l’assegno sociale – anche a chi potrebbe andare in pensione col sistema misto.

Quest’ultimo prevede il calcolo retributivo per le annualità lavorate prima del 1996 e il contributivo per quelle successive. Il punto è che il retributivo risulta nettamente favorevole ai lavoratori, comportando importi più alti. Di conseguenza, la mossa del Governo si configura come l’ennesima norma retroattiva volta a ingannare i futuri pensionati, i quali, spinti dal desiderio o dalla necessità di andare in pensione anticipata, sarebbero spinti ad accettare una riduzione della propria pensione.

            A nulla valgono le originarie dichiarazioni del primo battitore libero dell’Esecutivo, il Sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, secondo cui la proposta governativa comporterebbe un vantaggio per i neopensionati e sarebbe votata all’uguaglianza sociale fra i contributivi e i misti. Per di più, Durigon ha proposto di «usare anche il Tfr presso l’Inps come rendita per raggiungere la soglia minima di pensione»,[1] prefigurando così l’ennesimo tentativo di scippare la liquidazione ai lavoratori dipendenti. Peccato che dall’insediamento del Governo Meloni a oggi l’importo minimo sia stato innalzato da circa 1.300 € a poco più di 1600, e che supererà i 1.700 € nel 2030, rendendo sempre più difficile il pensionamento anticipato. Anche la CGIL ha protestato, per bocca della Segretaria Confederale Ghiglione: «il Tfr non è un fondo da usare a piacimento, è salario differito, parte integrante della retribuzione, e toccarlo vuol dire colpire diritti certi conquistati con il lavoro».[2] Si tratta, dunque, di una doppia beffa che si tradurrà in pensioni da fame, nell’ottica di far credere che il sistema contributivo sia in fondo vantaggioso e di salvare la faccia a un Governo che prometteva di anticipare l’età previdenziale abbattendo la Fornero, quando invece ha fatto l’esatto contrario.

            Allo stesso tempo sono emerse indiscrezioni riguardo una possibile sterilizzazione dell’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita. Queste, però, al momento sono seccamente smentite proprio dall’ultima Legge di Bilancio, che ha disposto l’incremento di un mese di lavoro per il 2027 e di ulteriori due mesi per il 2028,[3] sia per la pensione ordinaria di vecchiaia (che arriverà a 67 anni e tre mesi di anzianità anagrafica) che per quella anticipata contributiva (che avrà elevato il requisito contributivo fino ai 43 anni e un mese di lavoro, con un anno in meno per le donne).

            L’adeguamento automatico alla speranza di vita, però, non tiene conto di almeno tre fattori: aumenta la percentuale di anni lavorati sul totale degli anni vissuti mentre non aumentano gli anni di pensionamento; la maggior longevità non coincide necessariamente con l’aumento degli anni vissuti in buona salute; sia la vita attesa che gli anni in buona salute si diversificano in base alla classe sociale, risultando significativamente inferiori per coloro che hanno un reddito basso.

Inutile, dunque, che l’Esecutivo provi a passare come quello che riduce l’età pensionabile: basti pensare che, già oggi, chi si pensiona col contributivo puro, non raggiunge i requisiti economici della pensione anticipata contributiva e non ha abbastanza contributi per la pensione di vecchiaia ordinaria andrà in pensione a 71 anni di età!

Infine, riguardo la previdenza complementare sono emerse alcune novità significative proprio nei giorni scorsi. Secondo l’accordo triennale appena siglato tra Governo e la Società per lo sviluppo del Mercato dei Fondi Pensione (Mefop S.p.A.), società partecipata a maggioranza dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, verranno attivati «lo sviluppo di attività di analisi e ricerca, la promozione di campagne di comunicazione istituzionale e percorsi formativi rivolti a cittadini, lavoratori e operatori del settore», in un contesto in cui «A partire dal primo luglio 2026 è prevista l'adesione automatica [alla previdenza complementare] per i nuovi assunti [nel settore privato]»[4] (per essere precisi, se prima i lavoratori avevano sei mesi di tempo per dichiarare la non adesione alla previdenza privata, da luglio avranno solamente sessanta giorni). Dunque, dal momento che in Italia attualmente i fondi pensione coinvolgono soltanto 9 milioni di persone, il Governo sta pianificando una rinnovata attività di propaganda e convincimento presso i lavoratori, unita alla trasformazione del meccanismo del silenzio-assenso in quello dell’adesione quasi automatica.

Vedremo, dunque, cosa riserverà il Governo per il 2027. Al momento pare che si stia procedendo verso una sempre minore convenienza delle pensioni anticipate, verso l’ulteriore innalzamento dell’età pensionabile sulla base dell’aumento della speranza di vita e in direzione di un ulteriore rafforzamento della previdenza complementare.

[1] E. Marro, Claudio Durigon: «Il Tfr come rendita per andare in pensione a 64 anni. Opzione donna va rafforzata», «la Stampa», 25 Agosto 2025.

[2] L. Ghiglione, Intervista ad Adnkronos: Pensioni: Cgil, TFR è salario differito, toccarlo vuol dire colpire diritti conquistati con il lavoro, 25 Agosto 2025.

[3] L. 199/2025, art. 1, c. 185.

[4] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Comunicato Stampa: Accordo tra Ministero e Mefop per promuovere la cultura previdenziale, 13 Maggio 2026.

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