Chi guadagna davvero con la crisi? Le società che speculano tra guerre e inflazione
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Se la realtà diventa sempre più complessa, gli strumenti per leggerla sono ormai una rarità e a beneficio di pochi.
La guerra o si legge in termini oggettivi individuandone le cause economiche oppure cadiamo nelle letture ideologiche sempre che non ci si voglia nascondere dietro le guerre giuste o il rifiuto a prescindere della violenza.
Si comprende il significato della guerra quando ci colpisce direttamente, distrugge case e affetti, ci affama con le nostre famiglie seminando terrore e morte.
E a distanza di decenni dall'ultimo conflitto mondiale la memoria di chi ha vissuto la guerra sulla propria pelle è un lontano ricordo dei nostri nonni.
Se la memoria è labile davanti ai conflitti militari, altrettanto lo è davanti ai dati economici, se solo pochi mesi fa, sul finire del 2025, eravamo certi che l’inflazione fosse sotto controllo e stesse per arrivare anche il taglio dei tassi di interesse come richiesto dal presidente Trump. Questa lettura oggi appare lontano anni luce dalla realtà e non se ne serba alcun ricordo.
A fine Maggio nessuno ricorda lo scenario di 4 mesi or sono, nel frattempo le posizioni della Amministrazione Usa sono sempre più ondivaghe, tutto sembra dipendere dai tempi di riapertura dello stretto di Hormuz , la crisi energetica alimenta la inflazione, i tagli ai tassi possono attendere momenti migliori, nel frattempo i rendimenti dei tassi stanno aumentando raccogliendo gli investimenti dei risparmiatori. I rendimenti crescono non solo negli Usa ma anche in Gran Bretagna e Germania, perfino in Giappone e l'ipotesi che il prolungamento della crisi possa far crescere il prezzo del greggio e determinare aumenti dei costi a carico di imprese e famiglie non è un timore immotivato. A correre rischi sono tutti i paesi , quelli europei in primis, debito, spesa per interessi, aumento dei costi, impennata inflazionistica sono pericoli concreti.
E intanto dovremmo analizzare chi specula sulla guerra e sulla crisi, quanti da queste situazioni traggono indubbi vantaggi, se negli anni del covid erano le industrie farmaceutiche, oggi sono le aziende di armi e le società petrolifere, i grandi investitori in borsa.
E tra i grandi smemorati troviamo anche quanti non ricordano le promesse fatte in campagna elettorale dalle destre sul tema pensionistico, un tema sempre verde ripreso anche in vista delle elezioni politiche 2027. Sono trascorsi oltre 30 anni dalla riforma Dini del 1995 (legge 335/95) eppure non sembra destare interesse la richiesta di un bilancio di queste riforme previdenziali, una valutazione del passaggio al sistema contributivo giustificato con l'invecchiamento progressivo della popolazione rinviando per anni a una riforma del welfare persa per strada
I fautori del sistema contributivo erano certi che saremmo andati in pensione in anticipo, mai previsione si è dimostrata meno azzeccata perchè il montante dei contributi accumulati nel corso della carriera e i coefficienti di calcolo sono decisamente svantaggiosi spingendo a ritardare l'uscita dal mondo del lavoro per evitare un assegno misero.
Se il contributivo ha reso sostenibile il sistema previdenziale per le casse statali è indubbia la erosione del potere di acquisto e l'aumento dell'età lavorativa.
Anche in campo previdenziale gli smemorati hanno avuto vita facile se pensiamo a chi raccontava della forbice per l'uscita dal mondo del lavoro tra i 57 e i 65 anni quando oggi invece si superano i 67 anni anagrafici. La Riforma Dini serviva per far passare il sistema contributivo, poi sono intervenuti i governi successivi con altri interventi, l'età pensionabile da qui a pochi anni supererà 68 anni, se calcoleranno gli anni lavorati con il solo sistema contributivo ci sarà una rimessa economica, il nostro sistema previdenziale risulta tra i più rigidi e penalizzanti, un po' come avviene con le norme che regolano il diritto di sciopero
E quindi l’innalzamento automatico dell’età pensionabile diventa una sorta di inesorabile spiaggiamento per l'aumento della vita media dimenticando che ormai gli anni in pensione si stanno riducendo drasticamente, da qui a pochi anni 25 anni da pensionati e in discreta salute saranno un mero miraggio.
E che dire poi della speranza di vita che non è uguale per tutti e dipende invece dalle differenze sociali che hanno a loro volta ripercussioni nella salute e sulla longevità .Chi possiede redditi bassi, vive condizioni di vita peggiori tra case piccole e occupazioni usuranti vive meno e in condizioni precarie.
Ma anche in questo caso la perdita di memoria gioca brutti scherzi, è preferibile ignorare l'acuirsi delle differenze economiche e sociali, dimenticare i coefficienti di trasformazione applicati ai lavoratori senza tenere conto di quelli più fragili e con minor entrate.
Possedere la memoria del recente passato sta diventando una autentica maledizione per cui raccontare delle future e basse pensioni ci trasforma nelle odiate cassandre sociali
Il sistema contributivo non funziona bene, non funziona sia in presenza di carriere stabili immaginiamoci per i precari alle prese con vuoti contributivi e part time incolpevole.
Il mero ricordo della realtà sta diventando insopportabile per le rassicuranti narrazioni governative, chiunque salirà in futuro al potere dovrà fare i conti con la sostenibilità economica del sistema previdenziale, per questo gli interventi saranno nel solco tracciato nel recente passato, ricordiamocelo quando racconteranno agli elettori di volere cancellare la Fornero o la Dini o di abbassare il costo del denaro senza avversare le guerre che la inflazione fanno crescere.


