Bangladesh: noto clericale islamico condannato a morte

Pena capitale in contumacia per Abul Kalam Azad, accusato di crimini contro l'umanità nella guerra del 1971

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Bangladesh: noto clericale islamico condannato a morte

Il noto clericale musulmano Abul Kalam Azad è stato condannato in contumacia alla pena di morte dal tribunale speciale di crimini internazionale stabilito in Bangladesh per crimini contro l'umanità. L'accusa è quella di aver ucciso sei persone e stuprato alcune donne di etnia hindù, commessi durante la guerra d'indipendenza del 1971. A commento della sentenza, gli ufficiali del tribunale hanno dichiarato come la famiglia di Azad abbia deciso di non cooperare con l'avvocato difensore preposto dal tribunale e non ha fornito testimoni. Per questo il procedimento è stato molto breve.
La sentenza contro Azad, un celebre presentatore tv di programmi islamici che si ritiene possa trovarsi al momento in Pakistan, è il primo verdetto emesso dal discusso tribunale preposto dal governo del primo ministro Sheikh Hasina, che sta perseguendo la repressione dei crimini di guerra nel 1971 come punto di riferimento fondamentale del suo programma di governo.  Azad ai tempi della guerra civile era uno studente membro del gruppo islamico di sinistra Jamaat-e-Islami  e membro di Razakar Bahini, una forza ausiliaria creata per aiutare l'esercito pakistano per estirpare la resistenza locale e nota per aver intrapreso operazioni mirate a colpire civili Hindu, sospettati di simpatizzare con i nazionalisti bengalesi.
Il tribunale di crimini internazionali è stato creato dalla Lega Awami al governo per  processare cittadini del Bangladesh, accusati di aver collaborato con le forze del Pakistan che hanno cercato di impedire l'autodeterminazione nella guerra secessionista del 1971.  Il governo stima che circa tre milioni siano stati uccisi durante la guerra d'indipendenza.
Tra gli accusati anche diversi leader del partito Jamaat  ed un ex ministro dell'opposizione del partito nazionalista del Bangladesh (BNP). L'azione della Corte, non riconosciuta dalle Nazioni Unite, è ferocemente criticata dall'opposizione, che la giudica una vendetta politica da parte del governo Hasina, e da molti osservatori internazionali che denunciano la mancata garanzia dei diritti minimi processuali agli accusati.

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