Carabiniere ucciso a Roma. Sui social si scontrano le opposte propagande
Riceviamo e pubblichiamo
di Lorenzo Palaia
Non ho mai creduto a chi diceva che internet e i social avrebbero portato l’imbarbarimento. L’unica cosa che mi sembrava di vedere, ed era senz’altro positiva, era l’accesso a informazioni che su canali ufficiali scarseggiavano. Noto un tratto però che prima non mi aveva colpito e che incomincia a preoccuparmi. Il recente tragico omicidio dell’eroico carabiniere che a Roma cercava di recuperare una refurtiva, ha scatenato un’attività social che dovrebbe far riflettere.
La versione che vedeva coinvolti due maghrebini ha scatenato dapprima, come prevedibile, le polemiche sull’immigrazione, interpretando il fatto come l’ennesima goccia che fa traboccare la pazienza di chi non crede che un’integrazione sia possibile sempre, e anche di crede che non sia mai possibile . Al contrario, chi crede che sia sempre possibile si scagliava, invece di focalizzare il fatto, sulle critiche degli anti-immigrazionisti. Così i primi trovavano nel fatto compiuto la riprova delle loro tesi, e i secondi – cosiddetti “bunonisti” - la negavano dichiarandone l’irrilevanza ai fini del tema, e scagliandosi a loro volta sui “salvinisti”, che strumentalizzano i fatti a fini politici. Inutile dire che tra gli opposti cretinismi qui i più sciocchi erano i secondi, perché per risolvere problemi complessi e variegati non c’è altro modo di analisi che partire da fatti particolari.
Poi però la versione cambia, o meglio la verità assume i suoi contorni. I ricercati non sono più due maghrebini ma due americani, di cui uno addirittura reo confesso del delitto e del quale è stata ritrovata l’arma. A questo punto le reazioni si invertono. Molti o alcuni di coloro che facevano parte del primo gruppo, gli anti-immigrazionisti, diventano scettici, a volte fautori di teorie che vedono in campo servizi deviati, che mettono in giro versioni alternative artefatte al fine di evitare un disordine civile, il quale sarebbe avvenuto a partire dal linciaggio dei due maghrebini nel caso fossero stati veramente trovati colpevoli.
Cosa vuol dire questo? Che il desiderio di supportare le proprie teorie porta a voler piegare i fatti in modo che essi ci diano ragione, come se il fatto che quell’avvenimento sia andato in un modo piuttosto che in un altro sia del tutto irrilevante, perché ciò che conta è la giustezza della propria lettura della realtà, a prescindere da quanto avvenuto; cioè – paradossalmente – a prescindere dalla realtà. A nulla valgono, contro questi pensatori, le solidità dei dati di fatto, come la confessione del reo, l’arma del delitto e le riprese delle telecamere, perché la propria rappresentazione è sempre più forte della realtà. Se fossimo psichiatri a dover diagnosticare casi clinici individuali chiameremmo questo comportamento psicotico, ma qui siamo di fronte ad una patologia collettiva, che si trasmette quanto più il mezzo è potente. E il mezzo è così potente come mai prima d’ora, perché i commenti di gente comune spesso si confondono con articoli di blog e testate di tanto o poco credito, in una commistione che non lascia nessuno spazio ad una gerarchia di autorevolezza. ? un megafono potentissimo che aumenta di potenza con l’utilizzo, e per ora l’antidoto è solo l’equilibrio della propria coscienza.
Questi sospetti in parte rientrano quando si vede che il Capitano (che è anche ministro dell’Interno) mantiene lo stesso atteggiamento aggressivo verso – si ricorda – due indagati “innocenti fino a prova contraria”, come lo stesso ha ricordato più volte per i suoi amici Siri, Savoini e compagnia bella. Questo ci dovrebbe far riflettere su come le opinioni, anche le più stravaganti, siano facilmente pilotabili dall’alto di qualche profilo o pagina molto seguiti. Poi però un altro fatto prende la scena: una foto, quella dell’indagato bendato e ammanettato in caserma, che i “garantisti” minimizzano fino quasi alla giustificazione, mentre l’Arma stessa prende le distanze. Qui sì ci si dovrebbe chiedere, bando ai complottismi, come questo sia potuto succedere, ma soprattutto: a chi sia venuto in mente di scattare una foto del genere e diffonderla. Non mi risulta che gli agenti che pestarono Cucchi abbiano scattato foto. Se l’avessero fatto sarebbero stati molto autolesionisti. Perché allora qualche pubblico ufficiale avrebbe dovuto commettere un evidente illecito e scattarne una foto? Forse per invalidare la confessione del reo? Quello scatto è già andato in pasto ai media internazionali, alle ONG dei diritti umani e alla stessa CNN, insieme alle dichiarazioni sconcertanti di Salvini. Chiediamoci a chi tutto questo giovi.

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