Chi cerca di destabilizzare l’Iraq?
di Valerij Kulikov, New Eastern Outlook 07.10.2019
L’ondata di proteste scoppiata in Iraq il 1° ottobre, secondo vari rapporti, ha provocato decine di morti e centinaia di manifestanti feriti. Come riportato dalla stazione televisiva al-Arabiya, attivisti per i diritti umani sostengono che almeno un centinaio di persone hanno perso la vita nel corso delle proteste, mentre circa 3mila sono rimasti feriti.
I disordini scatenati dalla frustrazione che i residenti locali condividono per enorme corruzione, alti tassi di disoccupazione, frequenti interruzioni di corrente e carenze idriche, porterebbero presto a richieste di dimissioni del governo in carica, seguite da ogni sorta di altre pretese politiche.
Nonostante i tentativi delle autorità locali per ristabilire l’ordine imponendo un coprifuoco, l’intensità delle proteste non diminuirà. Ci sono pneumatici che bruciano per le strade, manifestanti che attaccano aeroporti ed edifici governativi. Il Sasa Post egiziano afferma che l’Iraq non ha visto un movimento di massa così dai giorni in cui gli iracheni cercarono di respingere l’attacco degli Stati Uniti. Le manifestazioni hanno coinvolto tutte le grandi città del paese, ad eccezione di quelle nelle mani dei terroristi dello SIIL nel settentrione ed occidente del Paese.
Anche se al-Jazeera sostiene che non c’è nessun leader a capo delle proteste, un certo numero di osservatori arabi ha già espresso dubbi sulla validità di tale pretesa. A loro avviso, una “ribellione degli affamati” non assomiglia a un assalto armato a polizia e forze di sicurezza, in quanto furono segnalati casi in cui le forze dell’ordine subivano perdite. La maggioranze dei manifestanti sono giovani di meno di 20 anni. Difficilmente possono essere descritti come conservatori religiosi ed è difficile sospettare che siano influenzati dai chierici.
Nelle ultime settimane le loro pretese subivano un grande cambiamento ed è chiaro che ciò avverrebbe solo se fossero sotto influenza esterna. Ciò che era iniziato come il tentativo dei giovani di esprimere frustrazione per le attuali politiche sociali verrebbe dirottato da una folla arrabbiata che inneggiava pretese politiche estreme, come la sostituzione della repubblica parlamentare con una presidenziale, le dimissioni di Adil Abdul-Mahdi al-Muntafiqi e la sua sostituzione con l’ex-capo della sicurezza Generale Abdulwahab al-Saydi. Tutto ciò è in linea coi manifestanti che avanzano slogan anti-iraniani e bruciavano bandiere iraniane. È anche degno di nota che tali proteste iniziarono nel meridione del Paese per lo più abitato da sciiti, così come a Baghdad.
È chiaro che il tono sempre più anti-iraniano delle proteste è indicatore del possibile coinvolgimento di forze estere negli eventi attuali in Iraq.
In tale contesto, va notato che il libanese al-Akhbar ricorda che la scorsa estate una fonte del dipartimento militare iracheno predisse ciò che stava per accadere, affermando che Washington era estremamente preoccupata per la crescente influenza dell’Iran nel Paese. A suo avviso, tali proteste servirebbero da monito alle autorità irachene nel tentativo di impedire ai due Paesi di avvicinarsi. È anche degno di nota che un paio di settimane prima il sottosegretario di Stato USA per la sicurezza civile, la democrazia e i diritti umani, Marshall Billingslea, annunciasse che il popolo iracheno era “vittima” degli stretti legami di Baghdad e Teheran. Tuttavia, gli Stati Uniti non sono gli unici attori a provare a combattere l’influenza dell’Iran in Iraq, poiché Israele cercava di raggiungere lo stesso scopo. Dalla metà dell’estate, aerei da combattimento e droni israeliani e statunitensi compirono oltre due dozzine di sortite, bombardando una serie di obiettivi in Iraq, dal vicino al confine con la Siria nel Governatorato di al-Anbar al confine coll’Iran. Ma soprattutto tali attacchi aerei furono diretti contro le basi della “milizia popolare” sciita irachena, già denigrata come “agente iraniano” dall’occidente.
In tale contesto, c’era un acuirsi dei sentimenti anti-americani e anti-israeliani in Iraq, con conseguente bombardamento dell’ambasciata nordamericana, costretta a sospendere i lavori fino quando il coprifuoco fu revocato. Il momento scelto dalle “ingerenze estere” per suscitare disordini è particolarmente degno di nota, coincidendo con la preparazione per il pellegrinaggio di Arbain di milioni di iraniani.
Questo raduno è la commemorazione di Husayn ibn Ali, nipote del profeta Muhamad e terzo imam sciita, che cadde in combattimento insieme ai fedeli compagni d’armi nel 680 per mano del califfo Yazid e di soldati della dinastia omayyade. Quest’anno il pellegrinaggio in Iraq inizierà tra due settimane. Il raduno annuale non è meno importante per milioni di sciiti del pellegrinaggio alla Mecca per gli altri musulmani: secondo i media ufficiali iracheni, oltre 22 milioni di credenti hanno preso parte alla cerimonia alla fine dei 40 giorni di lutto dopo l’Ashura dell’anno scorso, rendendo questa riunione due volte più numerosa dell’Hajj dell’anno scorso. Per coordinare e facilitare il movimento dei pellegrini iraniani, Teheran inviava rappresentanti in Iraq pochi giorni prima dello scoppio delle proteste. Questa collaborazione e altri contatti bilaterali tra Iraq e Iran sempre più numerosi vengono visti con invidia a Washington e Tel Aviv. Tuttavia, quando le proteste iniziarono a prendere una svolta anti-iraniana, Teheran fu costretta a chiudere due checkpoint di frontiera coll’Iraq (Khosravi e Khazabekh), comunemente usati dagli sciiti che viaggiano in Iraq per visitare i santuari degli imam sciiti.
Non vi è dubbio che sabotando il pellegrinaggio sciita di quest’anno le forze dietro le proteste aumenteranno la frustrazione dei popoli di Iraq e Iran. Ma questo è esattamente ciò che certe forze anti-iraniane aspirano, soprattutto Stati Uniti ed Israele, al fine di aumentare la portata delle operazioni militari in Iraq, mentre Baghdad è impegnata a gestire i disordini.
Valerij Kulikov, esperto politologo, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

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