Da che parte stiamo? Ovviamente nelle piazze del 3 Ottobre

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Da che parte stiamo? Ovviamente nelle piazze del 3 Ottobre

 

di Federico Giusti

Scriviamo all’alba del 3 Ottobre, a poche ore dalle manifestazioni del 2 che hanno attraversato le piazze di tante città italiane e a poche ore dallo sciopero generale del giorno successivo.

Scriviamo di corsa tra un corteo e un presidio, tra assemblee nei luoghi di lavoro e iniziative davanti agli ospedali (a promuoverle i Sanitari per Gaza in solidarietà con le migliaia di colleghi uccisi dai bombardamenti di Israele), tra improvvisate manifestazioni e dibattiti nelle piazze italiane di inizio autunno.

Registriamo una straordinaria mobilitazione come non se ne vedevano da anni, un movimento eterogeneo e composito nel quale la componente studentesca ha avuto un ruolo dirimente tenendo alta la attenzione per oltre due anni. Il movimento sindacale è arrivato in ritardo ma restiamo tra i pochi paesi ad avere mobilitato la forza lavoro contro il genocidio del popolo palestinese. E la presenza della Cgil è un dato significativo dopo la folle mancata adesione alla piazza del 22 Settembre, quello che conta alla fine è avere raggiunto la mobilitazione più ampia possibile sapendo che con la galassia corporativa dei sindacati autonomi o con Cisl e Uil  abbiamo perso le speranze, non si può accettare contratti nazionali siglati con aumenti pari a un terzo del potere di acquisto perduto, non si salva il paese e men che mai i lavoratori con le politiche di austerità salariali come dimostrano i rapporti Censis, Cnel e di altri centri studi.

Lo sciopero del 3 si appella ai dettami costituzionali e per questo non sono stati rispettati i tempi di preavviso imposti dalla normativa antisciopero del 1990. La Cgil arriva dopo 35 anni a prendere atto che quella legge, sostenuta allora anche dai sindacati rappresentativi, era un cavallo di Troia per il movimento operaio, non serviva solo a colpire gli scioperi selvaggi e impedire l’ascesa del sindacalismo di base, imbrigliava e limitava fortemente l’esercizio di sciopero e prima o poi con questa regressione democratica avremmo fatto i conti, Cgil inclusa.

Sono del tutto incomprensibili le critiche alla presenza della Cgil in piazza anche se arrivano da Usb che per anni ha sottoscritto i contratti nazionali nel Pubblico Impiego per avere agibilità sindacale e accesso alle trattative, quei contratti ad esempio erano dentro l’austerità salariale e sancivano le disuguaglianze di trattamento economico tra i dipendenti pubblici. Con le opportune distinzioni gli errori sono stati commessi da molte parti, ci sono errori imperdonabili e altri di minore entità ma non è questo il momento di fare i conti con la recente storia del movimento sindacale, serve piuttosto lavorare per un cambio di rotta.

Da alcuni anni opera l’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, una critica serrata (con tanto di convegni, articoli, pubblicazioni, seminari) ai processi in atto nel mondo dell’istruzione, petizioni e campagne per denunciare ogni sconfinamento del militarismo in un mondo che dovrebbe essere aperto, tollerante, di pace e cementificato dal ripudio della guerra. Anche quando docenti e genitori non avevano colto la pericolosità dei processi (anche culturali) di militarizzazione, gli attivisti dell’Osservatorio erano (come dicono i giovani) sul pezzo, eppure non si sono mai sognati di chiudere la porta a realtà associative e individuali desiderose di attivarsi.

Il sindacalismo di base ha ragioni da vendere nel criticare la legge antisciopero come gli attivisti dell’osservatorio avrebbero mille ragioni per denunciare i troppi silenzi negli atenei o nelle scuole sui temi della ricerca a fini militari o della militarizzazione dei saperi, eppure entrambe le realtà sono consapevoli che allargando la partecipazione le loro stesse finalità acquisteranno maggiore forza

Non serve essere arrivati prima di altri alla consapevolezza che Israele stava commettendo un genocidio o che il colonialismo da insediamento era la strategia di lungo corso per espellere dalle loro terre i palestinesi, sono anni che parliamo inascoltati di economia dell’occupazione prima e del genocidio oggi (grazie anche alla denuncia di Francesca Albanese), è una amara consolazione avere compreso per primi il ruolo delle lobby di armi per promuovere la cultura militarista, pur celata da iniziative benevole e da interessati mecenatismi a favore della conoscenza, il merito di alcune avanguardie è quello di avere aperto la strada a un movimento oggi radicato nel paese. E servono sane argomentazioni e tanta pazienza per difendersi dagli attacchi beceri e scomposti del giornalismo mainstream che quel vecchio lavoro di inchiesta sul campo non lo pratica da tempo, quel lavoro avrebbe evitato campagne di odio che portano acqua al mulino delle politiche di Israele o scambiano una iniziativa umanitaria e politica, di denuncia del blocco degli aiuti umanitari, con una gitarella nelle acque del mediterraneo quando invece non accusano i pacifisti di essere alleati di pericolosi e sanguinari terroristi.

IL 3 Ottobre scioperiamo e sosteniamo tutte le manifestazioni che saranno numerose e partecipate, queste piazze ci chiedono di andare avanti a fianco del popolo palestinese ma anche contro l’economia di guerra che imporrà tagli alla scuola, alla sanità ai beni culturali e alla manutenzione dei territori.

E questo sciopero generale contro cui la commissione di Garanzia si scatenerà rappresenta anche una occasione per difendere quanto resta, di buono, della Carta Costituzionale visti anche i tradizionali silenzi delle alte cariche dello Stato. E quindi buona giornata a quanti rinunceranno mediamente a 65 70 euro, il costo di uno sciopero generale, per scendere in piazza, una rinuncia di questi tempi non banale giusto a ricordare alla presidente del Consiglio che da quando mondo è mondo sono i lavoratori a pagare di tasca propria .

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