Da Pahlavi a Trump, i perdenti della guerra contro l'Iran

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Dopo quasi quaranta giorni di guerra, il confronto tra Stati Uniti, Israele e Iran sembra essersi concluso con un esito molto diverso da quello immaginato a Washington e Tel Aviv. Il memorandum d'intesa raggiunto tra Teheran e Washington, destinato ad aprire una fase negoziale di sessanta giorni, rappresenta infatti un riconoscimento implicito dell'impossibilità di imporre con la forza gli obiettivi strategici che l'amministrazione statunitense aveva indicato all'inizio del conflitto. Secondo il testo dell'accordo reso noto dalle autorità iraniane, gli Stati Uniti si impegnano a porre fine alle operazioni militari, rimuovere progressivamente il blocco navale, allentare il regime sanzionatorio, sbloccare fondi iraniani congelati all'estero e partecipare a un piano di ricostruzione del valore di almeno 300 miliardi di dollari. In cambio, Teheran ribadisce di non voler sviluppare armi nucleari, mantenendo tuttavia aperta la discussione sul proprio programma di arricchimento dell'uranio nell'ambito dei futuri negoziati. Si tratta di un risultato che contrasta con le richieste avanzate nei mesi scorsi da Washington e Tel Aviv. Né il programma missilistico iraniano è stato smantellato, né l'asse regionale della Resistenza è stato sciolto, né Teheran ha accettato l'azzeramento delle proprie capacità nucleari civili. Obiettivi che erano stati presentati come condizioni imprescindibili per la fine delle ostilità.

In questo contesto assume particolare rilevanza il giudizio espresso dalla Guida della Rivoluzione Islamica, l'ayatollah Mojtaba Khamenei, secondo cui i dirigenti iraniani hanno accettato il memorandum per senso di responsabilità e nell'interesse della popolazione, mentre la Casa Bianca avrebbe fatto ricorso a diverse forme di pressione nel tentativo di ottenere un accordo che consentisse all'amministrazione Trump di uscire da una guerra sempre più difficile da sostenere sul piano politico e militare. Un altro elemento che emerge con forza da questa vicenda è il fallimento della strategia del "cambio di regime". Per mesi i media occidentali hanno presentato l'opposizione iraniana in esilio come una possibile alternativa politica pronta a sostituire l'attuale sistema. In particolare, la figura di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià, è stata promossa come possibile leader di una futura Iran post-rivoluzionaria. Tuttavia, gli sviluppi delle ultime settimane hanno mostrato i limiti di questa impostazione. Le dichiarazioni del vicepresidente statunitense JD Vance, secondo cui Washington non ha mai preso in considerazione l'ipotesi di insediare Pahlavi al potere, sono state interpretate da molti osservatori come una smentita definitiva delle aspettative coltivate dall'opposizione in esilio.

Per una parte significativa della società iraniana, il sostegno espresso da alcuni gruppi oppositori ai bombardamenti statunitensi e israeliani ha ulteriormente compromesso la loro credibilità politica. La parabola di Pahlavi ricorda quella dei Mujaheddin-e Khalq (MEK), organizzazione che durante la guerra Iran-Iraq si schierò al fianco di Saddam Hussein e che continua a essere percepita da gran parte degli iraniani come un soggetto privo di legittimità nazionale. La convinzione diffusa in Iran è che nessuna leadership possa essere costruita dall'esterno o imposta attraverso pressioni militari straniere. Nonostante l'accordo, la situazione resta tutt'altro che stabilizzata. I colloqui tecnici previsti in Svizzera sono stati rinviati dopo il ritiro della delegazione guidata da JD Vance. Teheran ha inoltre collegato il proseguimento dei negoziati all'applicazione concreta delle clausole del memorandum, soprattutto per quanto riguarda la cessazione delle operazioni militari israeliane in Libano. Proprio il fronte libanese rappresenta oggi uno dei principali ostacoli alla piena attuazione dell'intesa. Mentre il memorandum prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, nelle ultime ore sono proseguiti bombardamenti israeliani nel Libano meridionale, con vittime civili e nuovi scontri tra le forze israeliane e Hezbollah nell'area di Kfar Tibnit. Per Teheran, tali operazioni costituiscono una violazione diretta dello spirito e della lettera dell'accordo. L'intera vicenda evidenzia un dato geopolitico più ampio.

Ancora una volta, il ricorso alla pressione militare, alle sanzioni economiche e al sostegno di opposizioni esterne non ha prodotto il risultato auspicato dai promotori della strategia di contenimento dell'Iran. Al contrario, il conflitto sembra aver rafforzato la convinzione, diffusa in ampi settori della società iraniana, che le trasformazioni politiche del Paese possano nascere soltanto da dinamiche interne e non da interventi stranieri. Se il memorandum riuscirà a trasformarsi in un accordo definitivo resta una questione aperta. Tuttavia, già oggi appare evidente che la guerra non ha ridisegnato il Medio Oriente secondo i piani di Washington e Tel Aviv. Piuttosto, ha mostrato i limiti della loro capacità di imporre unilateralmente nuovi equilibri regionali, accelerando una transizione geopolitica nella quale la pressione militare non garantisce più automaticamente risultati politici.


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