Dal Referendum al Premierato: il piano del Governo per un Esecutivo senza controlli
di Federico Giusti
Prima di scrivere sul referendum ho atteso settimane, non mi sentivo sufficientemente preparato sull'argomento giustizia e forse anche nauseato da una campagna referendaria costruita su pochi argomenti ma innumerevoli pregiudizi. Nei luoghi di lavoro di questo Referendum si parla poco e male, chi poi si è inventato il cosiddetto No sociale utilizza solo strumentalmente il referendum per propria visibilità ma senza portare contenuti reali alla discussione. In giro non ho ascoltato un ragionamento serio e credibile sulla Giustizia, alla fine in pochi si esprimeranno con autentica cognizione della posta in gioco e consapevoli dell'oggetto del contendere su cui siamo chiamati ad esprimerci.
Ammetto di non avere avuto dubbi sul votare No, ossia contro la Riforma Costituzionale, i dubbi nascono dalla compagnia degli assertori del No tra i quali troviamo anche fautori di qualche pacchetto sicurezza e della Legislazione speciale che avrebbe dovuto essere liquidata con la fine del cosiddetto terrorismo ma invece è rimasta al suo posto. Se le legislazioni emergenziali sono un male, i pacchetti sicurezza rappresentano la loro continuazione securitaria. Detto questo la vittoria del Si avrebbe l'effetto di spianare la strada al premierato e al rafforzamento dei poteri dell'Esecutivo, sia sufficiente questo solo elemento per prendere posizione almeno a difesa di quanto resta, poco, della democrazia.
La ferocia con la quale si attacca la Costituzione, con cui si è eliminato il reato di abuso di ufficio quando in ogni altro paese europeo lo stesso viene considerato essenziale, è la stessa che porta a dare numeri del tutto errati come quando si racconta dei passaggi dal ruolo di giudice a Pubblico ministero che nella storia sono stati veramente irrisori, numeri così insignificanti da chiedersi per quale ragione la separazione delle carriere, o la nascita di due Csm, sia giudicata dirimente per la Giustizia Italiana. Cosa si nasconde allora dietro l'operato del Governo Meloni? Senza dubbio la deliberata volontà di limitare il potere della Magistratura che ad onor del vero ha messo sotto processo indistintamente politici di sinistra e politici di destra, talvolta anche commettendo degli errori. Anche chi simpatie per i Giudici non le ha mai nutrite difficilmente arriverebbe a pensare che la Magistratura sia il deus ex machina di cambiamenti epocali nella storia del paese.
Se ricordiamo Manipulite (tra gli assertori del Si troviamo molti dei protagonisti delle cronache giudiziarie di quel periodo ) è indubbio il ruolo svolto dalla Magistratura contro un sistema corrotto ma è altrettanto vero che una parte significativa del potere economico e finanziario aveva deciso di porre fine alla Prima Repubblica, non è casuale la fulminea carriera di esponenti politici che poi ritroveremo tra i paladini del sistema maggioritario, della elezione diretta dei Sindaci, del quorum per accedere in Parlamento anche a costo di escludere importanti minoranze o di penalizzarle attraverso la cancellazione del Proporzionale. La separazione delle carriere è tanto inutile quanto uno sperpero di soldi pubblici, non aiuterà la Giustizia ad accorciare i tempi dei processi, per quello servirebbero assunzioni di varie figure professionali per le quali invece vige, senza deroga di sorta, il Patto di stabilità.
Una riforma, quella del Governo Meloni, essenzialmente ideologica ma mossa da intenti politici assai chiari che non aiuteranno la Giustizia a migliorare il proprio operato.
Prima di parlare di decisioni dei Giudici identiche a quelli dei Pubblici ministeri dovremmo avere qualche dato statistico su un campione sufficientemente vasto di sentenze, qualche dato incontrovertibile a supporto delle proprie analisi. Al contrario, un luogo comune ripetuto mille volte diventa quasi una verità assoluta senza mai rendere di questa posizione. Il procedimento giudiziario non è per altro riducibile alla decisione finale, invece di guardare l'atto finale dovremmo rivolgerci all'intero iter processuale, sempre che si voglia esprimere dei giudizi non ideologici con tanto di elementi probanti a supporto delle nostre tesi.
L'idea del Pubblico ministero all'americana fa paura se pensiamo alle modalità con le quali la Giustizia in quel paese viene amministrata, al numero di innocenti incarcerati, al numero di detenuti in proporzione agli abitanti. Potremmo anche ricordare la gestione privatistica del sistema carcerario tra gli esempi da non seguire ma il discorso ci porterebbe lontano.
La comunanza di carriera tra un giudice e un Pm non sono causa di eventuali processi squilibrati, giusto a ricordare che in questa campagna elettorale alle ragioni del Si è stato affidato un valore taumaturgico con effetti immediati su sterminate questioni.
Bisognerebbe chiedersi se accusa e difesa in un processo siano veramente pari piuttosto che pensare a carriere separate di giudici come panacea di ogni male.
E se portassimo alle estreme conseguenze questi ragionamenti dovremmo discernere anche tra le figure degli avvocati chiamati ad assistere la parte lesa da quelli invece a tutela della parte opposta?
La cultura giurisdizionale dovrebbe essere unica, ci sembra un principio importante da preservare e non da sottoporre al pubblico ludibrio. E il ruolo del superpoliziotto che qualche assertore del Si ha in mente per il Pubblico ministero renderà la giustizia ancora meno credibile e in sostanza ingiusta. Per queste ragioni esprimere perplessità e valutazioni critiche è senza dubbio importante, nutrire invece dubbi sul votare No è invece inammissibile se non vogliamo ritrovarci con un Potere esecutivo senza alcun controllo. In quel caso saremmo davanti a una Ingiustizia ben più grande. Teniamocela stretta la Costituzione allora, chi ha scritto quella Carta veniva dal Fascismo e su un punto non transigeva: la democrazia va preservata attraverso un bilanciamento dei poteri; per quanto imperfetta meglio una democrazia zoppa di un autoritarismo sovranista perfetto.

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