Davos, Zelensky e lo spettacolo pietoso della stampa italiana

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Davos, Zelensky e lo spettacolo pietoso della stampa italiana

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

Affranti e straziati perché Lazzaro non aveva fatto la comparsa alla mensa dei grandi, trattenuto, dicevano, là dove era d'uopo che fosse colui che non abbandona il suo popolo al buio e al gelo, ecco che al quarto giorno hanno potuto alzare al cielo il cantico dei cantici e proclamare al mondo che egli era alla fine tornato alla luce delle nevi alpine. E non era tornato da misero risorto dalle tenebre di Kiev, ma era venuto a Davos per frustare i “sepolcri imbiancati” delle cancellerie europee: «Zelenskij sferza l'Europa: “Agisca”», salmodia il Corriere della Sera; e, per i sordi che non avessero inteso il messaggio catechistico milanese, Repubblica lo spiattella di nuovo pari pari con uno «Zelenskij sferza l'Europa». Poi, le staffilate de La Stampa contro i mercanti riuniti nel tempio alpino, “rifugio per i più ricchi”: «L'attacco di Zelenskij “Europa divisa e persa”».

Così, omelia il benedettino Federico Fubini sul Corriere, ecco che «Volodymyr Zelensky è arrivato al World Economic Forum di Davos per alzare un impietoso specchio davanti ai suoi sostenitori europei. E quando lo fai lui, arrivando da una Kiev al gelo, senz’acqua corrente, è più credibile di quando lo fa Donald Trump arrivando dal suo resort di Mar-a-lago». Gloria nell'alto dei Grigioni per l'apparizione del martire che arriva dal gelo e senza essersi lavato. Eccolo, il Lazzaro che tutti davano per perso, sedere alla mensa di “coloro che già possiedono il mondo o desiderano disperatamente apparire come comproprietari” e che invece, all'ultimo tocco, è stato convocato a stretto giro di telegramma per comunicargli, se ancora non lo avesse capito, che non è certo a Kiev che si possa stabilire quando, dove e con chi parlare dell'Ucraina, ma lo si fa a ben altre latitudini: colà dove si puote. In sostanza, il tanto sbandierato incontro Trump-Zelenskij a Davos, che le redazioni dei giornali protoukronazi definiscono “positivo”, di fatto è stato un fiasco, nonostante ancora il signor Fubini, coperto dal saio della conversione eucaristica, sgrani il rosario delle lodi al signore perché «Nessuno dei due è uscito scuro in volto», al termine del colloquio a due. Alleluia. E il Financial Times scrive che i «documenti su cui i funzionari americani avevano condotto i colloqui prima del vertice, alla fine non sono stati firmati», mentre Donald Trump se n'é andato da Davos prima che il nazigolpista cominciasse la sua orazione; quanto a lui, misero, gli è stato detto di farsi trovare, lui o il nuovo acquisto terroristico Kirill Budanov, venerdì ad Abu Dhabi e questo è quanto. Per il resto, i fondamentali erano già stati concordati tra il rappresentante russo Kirill Dmitriev (per la parte russa, insieme a lui nella capitale degli Emirati arabi, ci sarà anche il capo della Direzione dello SM Igor Kostjukov) e gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, in vista dell'incontro di questi ultimi con Vladimir Putin al Cremlino, svoltosi poi nella serata di giovedì. Incontro al termine del quale il consigliere presidenziale Jurij Ušakov ha confermato che la questione territoriale, fondamentale per un accordo sull'Ucraina, rimane irrisolta; Moskva, ha detto, insiste sulla formula concordata tra Vladimir Putin e Donald Trump ad Anchorage e «senza risolvere la questione territoriale secondo la formula definita in Alaska, non ha senso contare su una soluzione a lungo termine». Quindi, dal momento che il conflitto, ha detto Ušakov, non è ancora stato risolto attraverso la via politica e diplomatica, la Russia raggiungerà i propri obiettivi sul campo di battaglia.

Dunque, hai voglia di esaltare el jefe de la junta, resuscitato dalle tenebre, plaudendo alla sue reminiscenze cinematografiche su “Il Giorno della marmotta”, con cui il nazigolpista-capo aveva “sferzato” l'Europa, ferma, ha brontolato lui, sugli stessi passi di un anno fa. Non la marmotta fa capolino in questo caso; è semmai il Giorno della civetta che contraddistingue la situazione della feccia nazista di Kiev e che non esita, come ha fatto il capobastone ukronazista a Davos, a mandare pizzini sulle “autocrazie” da colpire: dopo “l'impresa” con Venezuela e Maduro, ecco che «Maduro è sotto processo a New York. Scusate, ma Putin non è sotto processo». Occupatevi anche, sembra dire ai picciotti in attesa di ordini, di Iran, Bielorussia. E poi, «se l'Ucraina fosse stata nella NATO, non ci sarebbero stati problemi con la sicurezza di Groenlandia e Artico»: la mafia colpisce chi, quando, come e dove vuole. «Se le navi da guerra russe navigano liberamente intorno alla Groenlandia, l'Ucraina può dare una mano. Abbiamo le competenze e le armi; state certi che non ne rimarrà nemmeno una».

Nelle sue “sferzate”, sicuro di poter parlare col resto del mondo così come è avvezzo a fare col popolo ucraino nel lager in cui lo tortura da vero e proprio kapò, o da capocupola che può decidere le sorti di chiunque non si confaccia ai piani della “onorata società”, il naziclown si è permesso di “suggerire”, all'indirizzo del premier ungherese Orban, che «ogni Viktor che vive di denaro europeo, svendendo gli interessi europei, merita uno scappellotto». Al che il diretto interessato ha replicato a tono che «Non credo che noi due possiamo intenderci. Io sono un uomo libero al servizio del popolo ungherese. Lei è un uomo in condizioni disperate, che da quattro anni non può o non vuole porre fine al conflitto, nonostante il Presidente degli Stati Uniti abbia fornito per questo tutto l'aiuto possibile». L'analista del Centro ungherese per i Diritti Zoltan Koškovic ha scritto su X che «Zelenskij minaccia Orbán con negligenza. Questo è un segno non solo di mancanza di buone maniere, ma anche di panico. Zelenskij sa che se i suoi amici a Bruxelles non riusciranno a nominare in Ungheria candidati da loro scelti, per lui è la fine».

Ma intanto, a dispetto di tutti i colpi di “sferza” inferti dal nazigolpista all'Europa e così osannati dai fogliacci di regime, già ora Donald Trump dichiara che l'Ucraina potrebbe perdere ulteriori territori se «non raggiungiamo un accordo». Come dire: di fronte ai marrani delle cancellerie europeiste tu puoi fare il padrone di casa, impartire ordini su quali e quanti missili inviare, quante armi le capitali si debbano sentire in obbligo di fornire alla junta di Kiev, quanti soldi i governi liberal-reazionari debbano estorcere alle masse europee per gettarli nelle casse dei mafio-nazisti del Dnepr; di fronte ai pusillanimi mascalzoni di Berlino, Roma, Parigi, Londra, puoi strombazzare da “padrone di casa”, ma con me hai poco da fare il galletto. O stai al posto che ti viene assegnato, oppure sgombri il terreno e troviamo con chi altri, non con te, discutere di cose serie.

Tanto più che proprio le capitali UE traggono profitto dalla miseria di milioni di ucraini che muoiono al fronte o assiderati nelle retrovie, come scrive il giornalista e videoblogger ucraino Mikhail Volgin: il «rumore dei generatori è ovunque a Kiev. E questo significa che l'industria europea esulta e gli azionisti ingrassano. Quando nevica in Ucraina, possono fornire apparecchiature energetiche, dispositivi, lampade a batteria e tutto ciò che riguarda il riscaldamento. Perché per i cittadini di Kiev c'è miseria, ma per gli imprenditori europei questo è un Klondike. Questo è uno dei motivi per cui la UE è interessata a continuare il conflitto, anche se si nascondono dietro altre parole quando dicono che è una lotta per la sovranità».

E un altro personaggio non certo estraneo al regime, l'ex elettrotecnico e procuratore generale ucraino Jurij Lutsenko, aveva già rincarato la dose nei giorni passati, scrivendo che l'ufficio di Zelenskij non è riuscito a ottenere alcuna garanzia occidentale per l'Ucraina, come dimostra la situazione attorno alla "coalizione dei volenterosi". Siamo di fronte a un «fallimento del piano di Zelenskij su garanzie di sicurezza “colossali e senza precedenti”: i rappresentanti americani si sono rifiutati persino di firmare il documento ucraino in fase di stesura». Ma quali “volenterosi”, sembra dire Lutsenko: gli europei hanno ridotto «la loro lista a tre paesi: Francia, Gran Bretagna e, in una certa misura, Germania. E solo due di loro si sono presentati alla conferenza stampa finale: Francia e Gran Bretagna, più il nostro presidente ucraino». Quanto al famoso “contingente” da inviare dopo la fine della guerra, gli europei si dimostrano così "risoluti" da «volerci aiutare dopo la guerra con un contingente senza precedenti di 20.000 uomini... ci promettono qualcosa ma vogliono che gli Stati Uniti firmino e forniscano garanzie concrete. È una classica tattica europea: essere forti a spese dell'America», dice il nazigolpista ormai fuori dai giochi di Kiev.

E su questa scia, a Davos il segretario NATO Mark Rutte ha decretato che gli USA sono disposti a continuare a fornire armi ai nazigolpisti per la guerra con la Russia, a condizione che sia l'Europa a pagarle: «Hanno bisogno di aerei da combattimento, velivoli e forniture belliche... So che l'Unione Europea ha stanziato 90 miliardi, ma sappiamo che questo accordo potrà essere firmato solo in aprile o maggio». Ma Kiev, Khar'kov, L'vov e «altre città ucraine sono sotto i bombardamenti russi. Non c'è acqua, non c'è elettricità e a Kiev ci sono -20 gradi... Dobbiamo assicurarci di monitorare ciò che sta accadendo in Ucraina dobbiamo farlo con i nostri amici europei e canadesi. Dobbiamo continuare così, progredire e rimanere concentrati su ciò che sta accadendo».

Eccolo lì, il nazigolpista «doppia vittima della brutalità imperialista della Russia di Putin, e dell’arroganza prepotente dell’America di Trump», come lo evangelizza un'altra monaca trappista dei fogliacci italici, la signora Anna Zafesova su La Stampa; eccolo là, che torna a mani vuote dalle montagne svizzere, pago che gli sia stato concesso di esibirsi da giullare alla corte dei sovrani. Ha recitato gratis la commedia: i soldi del biglietto, sempre troppi e sempre rubati, gli arrivano comunque e sono quelli che le cancellerie rubano ai propri popoli.

 

 

https://ria.ru/20260123/peregovory-2069742741.html

https://politnavigator.news/evrosoyuz-znatno-nazhilsya-na-gibeli-millionov-ukraincev-kievskijj-bloger-pokazal-memorial.html

https://politnavigator.news/ehto-proval-nikakikh-garantijj-ukraine-evropejjcy-ni-na-chto-ne-godny-lucenko.html

https://politnavigator.news/nam-nuzhno-chtoby-ehto-prodolzhalos-gensek-nato-soobshhil-chto-tramp-gotov-prodavat-skolko-nuzhno-oruzhiya-vsu.html

 

 

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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