La dottrina Milei: liberismo selvaggio e guerrafondaio: "Sono orgoglioso di essere il presidente più sionista del mondo"

Il vassallo neoliberista argentino si schiera senza riserve con la coalizione Epstein

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La dottrina Milei: liberismo selvaggio e guerrafondaio: "Sono orgoglioso di essere il presidente più sionista del mondo"

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C'è una foto che circola in queste ore sui social argentini e dice più di qualsiasi analisi politica. Ritrae Manuel Adorni, l’influente capo di gabinetto del governo Milei, in visita alla tomba di un rabbino a New York. Accanto a lui, sorridente, c'è la moglie Bettina Angeletti. "Coach ontologica", questa la sua professione. E la domanda che un deputato dell'opposizione ha già formalizzato in una richiesta di informazioni pubbliche è semplice: chi ha pagato il viaggio alla signora? Perché nella comitiva presidenziale che accompagna Javier Milei negli Stati Uniti, insieme a dieci governatori e a una corte di ministri, ci sono anche le consorti. Quella del ministro degli Esteri, Pablo Quirno, per esempio, che viaggia separatamente ma è lì, a New York, "per visitare uno dei figli". Una coincidenza, naturalmente. Succede quando il confine tra missione di Stato e gita familiare si fa sottile, quasi invisibile.

Ma veniamo al motivo ufficiale di questa ennesima trasferta nordamericana, la quindicesima da quando Milei si è insediato alla casa Rosada. Il presidente argentino ha parlato alla Yeshiva University, istituzione ebraica ortodossa, e davanti a cinquecento studenti ha pronunciato parole che pesano come macigni in un momento drammatico per la geopolitica mondiale. "Sono orgoglioso di essere il presidente più sionista del mondo", ha scandito, ricevendo applausi e ovazioni. Poi, con la disinvoltura di chi non ha mai dovuto mandare un figlio al fronte, ha aggiunto: "Vinceremo".

Vinceremo. Un leader sudamericano che promette vittoria in una guerra scatenata dall'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele (la coalizione Epstein) contro l'Iran, a ottomila chilometri di distanza da casa sua. Una guerra che il suo Paese non ha dichiarato, che non gli è stata dichiarata, ma che lui rivendica come propria con l'entusiasmo del tifoso che salta dalla tribuna per abbracciare l'idolo in campo. La storia, si sa, è maestra di vita. E in Argentina qualcuno con un minimo di memoria storica avverte i brividi: Carlos Menem, nel 1991, disse "siamo in guerra" e consegnò i irmasugli della sovranità nazionale a George Bush padre in cambio di una manciata di dollari e una foto. I conti, allora, arrivarono puntuali. Arriveranno anche stavolta, ma probabilmente a saldarli non sarà il fanatico ultraliberista Milei.

Il ragionamento di Milei, se così vogliamo chiamarlo, poggia su due pilastri. Il primo è emotivo e risponde ai fantasmi del passato: "Ci hanno sganciato due bombe, una all'AMIA e una all'ambasciata di Israele. Perciò, diciamo, sono i nostri nemici". Il riferimento è agli attentati del 1992 e del 1994, ferite ancora aperte nella carne argentina, mai del tutto risolte dalla giustizia. Ma dalla memoria del dolore alla dichiarazione di guerra la distanza è immensa, e qualcuno dovrebbe spiegare a Milei che la vendetta non è un principio di politica estera, semmai l'esatto contrario.

Il secondo pilastro è ideologico, e qui entriamo nel cuore della dottrina Milei: liberismo selvaggio, sionismo militante, atlantismo senza se e senza ma. In un'intervista a una radio argentina da New York, il presidente ha liquidato con sufficienza chi legge il conflitto in Medio Oriente come una guerra per il petrolio. "Questo tipo di argomentazione è molto povera concettualmente ed errata", ha sentenziato. Poi ha spiegato la sua visione: "Quel che conta è puramente e esclusivamente la geopolitica. C'è un movimento chiaro degli Stati Uniti per rafforzare l'egemonia sul blocco delle Americhe".

Tradotto: Washington vuole blindare il suo dominio sull'emisfero occidentale, e l'Argentina di Milei sarà il cavallo di Troia in Sudamerica. Con quali conseguenze? Il presidente le elenca con il sorriso di chi sta facendo un affare: "Per decantazione cadrà Cuba". E ancora: la guerra "può essere molto favorevole dal lato esterno per l'Argentina" perché salgono i prezzi del petrolio e del grano, e il Paese è esportatore netto. Insomma, si può guadagnare sulla pelle dei morti iraniani, purché il business sia buono.

Il cinismo di quest'ultima affermazione meriterebbe una sosta di riflessione. Ma Milei non si ferma mai, corre sempre, posseduto da quella che i suoi biografi chiamano "energia divorante". Il giorno prima del discorso alla Yeshiva era a Miami, al vertice "Scudo delle Americhe" convocato da Donald Trump nel suo club di golf. Lì ha sfilato dietro al tycoon come un chierichetto, in attesa di una benedizione che forse non arriverà mai. Poi il volo per New York, la visita alla tomba del rabbino di Lubavitch, la cena di gala del giornale The Algemeiner dove ha ricevuto il premio "Guerriero per la Verità". E tra un evento e l'altro, la conferma che a fine aprile volerà in Israele per le celebrazioni dell'Indipendenza, guerra o non guerra. La sua agenda, fanno sapere, non è stata modificata dall'escalation bellica. Come se nulla fosse. 

Mentre Milei sventola bandiere e promette vittorie, in Iran continuano i funerali. E c'è chi in Argentina comincia a chiedersi quanto costerà al Paese questo incondizionato allineamento. Soprattutto alla luce della posizione assunta dal governo: l'Argentina è stata l'unico paese dell'America Latina ad appoggiare gli attacchi contro l'Iran. Mentre il resto della regione prendeva posizione contro o procedeva con cautela, il ministero degli Esteri argentino diffondeva una nota in cui "apprezza e sostiene le azioni congiunte di Stati Uniti e Israele destinate a neutralizzare la minaccia che l'Iran rappresenta per la stabilità internazionale". Una dichiarazione di guerra in piena regola, firmata Buenos Aires.

Ma la storia, si sa, insegna ma non ha scolari, come ricordava Antonio Gramsci. E così Milei continua la sua corsa: dopo New York sarà in Cile per l'insediamento del presidente nostalgico del fascista Pinochet, Antonio Kast, poi a Madrid per un forum economico dove chiuderà i lavori. In tasca ha l'invito a partecipare a una cena con biglietti da 2500 euro, e la certezza di chi ha trasformato la politica in spettacolo e la diplomazia in una boy band. Intorno a lui, la corte. La sorella Karina, vera eminenza grigia del governo che lui stesso definisce "l'ambasciatrice", il ministro degli Esteri Quirno, i dieci governatori, le mogli, i coach, i comunicatori digitali. Un esercito pagato dallo Stato argentino per viaggiare, sorridere, farsi fotografare. Perché in questo caso, evidentemente, non vale l’austerità predicata dai neoliberisti e attuata solo nei confronti del popolo.

Mentre a Buenos Aires l'inflazione strangola i salari e la povertà avanza, il presidente più sionista del mondo vola di capitale in capitale a dire la sua sulla guerra. E a chi gli chiede se non sia il caso di occuparsi delle faccende di casa, risponde con una lezione di geopolitica: "La Cina rimarrà più isolata, cadranno i suoi cattivi soci, e la situazione sarà più pura e pulita". Pura e pulita. Come le bombe che piovono sui bambini di Teheran, si potrebbe aggiungere. Ma questo, probabilmente, è un dettaglio per i vassalli della coalizione Epstein.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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