"Guerre senza comando". Il cortocircuito dei conflitti in Ucraina e Iran - INTERVISTA A FABIO MINI

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"Guerre senza comando". Il cortocircuito dei conflitti in Ucraina e Iran - INTERVISTA A FABIO MINI

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"Storia in diretta" - Loretta Napoleoni intervista il generale Fabio Mini

27 maggio 2026

Buona visione:

 

Trascrizione completa. 

Loretta:
Eccoci. Oggi abbiamo di nuovo il generale Mini, un mio carissimo amico. Grazie per essere tornato e cominciamo subito con quello che sta succedendo.

Fabio Mini:
Grazie a te e buongiorno. Certo.

Loretta:
Grazie veramente Fabio. Cominciamo subito e andiamo subito a parlare della situazione in Iran, perché poco fa noi parlavamo e tu dicevi che non si sa bene quello che sta succedendo a Washington perché qui abbiamo forze contrastanti che perseguono obiettivi diversi. Ministero della Guerra chiaramente vuole continuare questo conflitto, negoziazioni dall'altra parte, Trump che sta in mezzo e forse non riesce a controllare tutto. Dicci, dicci cosa ne pensi, Fabio.

Fabio Mini:
Beh, questo è proprio il mio dubbio, è il perché questi fenomeni, queste cose che vengono dette e non dette, poi le cose che dice il presidente vengono smentite dai fatti sul terreno. Il presidente che deve correre ai ripari dicendo che sono azioni di autodifesa. Qui mi sembra che nelle forze armate ci siano dei piani già approvati magari dallo stesso presidente e anche delle scadenze che devono essere rispettate. I militari quando hanno i piani e hanno le scadenze le applicano, non c'è niente da fare. E non è che ci sia il dubbio: "Adesso il piano c'è, però faccio una telefonata al presidente per sentire cosa mi dice se vado avanti o mi fermo". No, una volta partiti si parte. Ora quello che doveva essere partito, almeno nell'idea di Trump che aveva proprio ampiamente diffuso, era che ci dovesse essere una operazione di terra per agevolare lo sblocco dello stretto di Hormuz. Questo in termini operativi vuol dire che le forze armate americane dovevano occupare una parte di territorio iraniano, almeno quella prospiciente lo stretto di Hormuz. Non è un puntino, è una bella striscia lunga, è una cosa un po' complessa, ma non impossibile per una forza militare come quella che gli Stati Uniti hanno schierato lì. Dov'è il problema? Il problema sta proprio nella risposta dell'Iran. L'Iran sta lì e sta negoziando, sta dando qualche indicazione che potrebbe esserci una soluzione, non dice a breve termine, ma almeno nell'ambito di un mese. Tu sei d'accordo e hai lì i negoziatori e poi c'è qualcuno che incomincia a sparare sul territorio iraniano contro le postazioni d'artiglieria, le postazioni di missile, tutto difesa, come se questi li avessero attaccati. Oppure ti metti a sparare in mezzo allo stretto di Hormuz o contro le barchette che girano, che vanno avanti e indietro, che vorrebbero anche mettere delle mine, non si sa bene, ma comunque stanno facendo il lavoro che hanno sempre fatto. Insomma, le due cose non sono congruenti. Quello che fa il Dipartimento della Guerra, quello che fanno i militari sul terreno, è quello che dice Trump ai suoi negoziatori? O Trump non controlla più neanche il dipartimento della guerra, oppure c'è qualcuno nell'ambito del dipartimento della guerra che non vuole stare a sentire o star dietro ai bizzantinismi dei negoziatori.

Loretta:
Beh, questa sarebbe una cosa gravissima. Grave, è grave, certo che è grave.

Fabio Mini:
Eh, è gravissima, perché qui ci troviamo di fronte a una situazione che potenzialmente potrebbe essere catastrofica non solo per gli Stati Uniti, ma per il resto del mondo.

Loretta:
Cioè, se Trump veramente... in ogni caso Trump continua a mandare anche dei messaggi contraddittori, non ci dimentichiamo: una mattina si sveglia e dice che le negoziazioni stanno andando avanti, poi dopo improvvisamente si ferma di nuovo tutto quanto e rilancia minacce. Quindi potrebbe anche essere che Trump manda un messaggio ai suoi che è un messaggio non chiaro. Questo potrebbe anche essere, no?

Fabio Mini:
Ma questo sì, anzi io sono sicuro che non è che può essere, è certamente così. E però, come normalmente è nella pratica militare, se si è partiti con un'operazione, questa operazione ha delle cadenze e delle scadenze. Se nessuno dà l'ordine chiaro, netto "interrompi e stai lì", ma gli dà invece la possibilità di fare con una scusa qualsiasi – e quella dell'autodifesa mi sembra proprio un pretesto di quelli che reggono poco – se lui non dà l'ordine contrario, l'ordine dice "stoppate qui e aspettiamo fino a...", e invece lascia che i piani vadano avanti così per inerzia, vanno avanti per inerzia. Ma lì partono i bombardieri, partono i caccia, partono anche gli uomini. Se poi partono gli uomini arriva la cosiddetta invasione di terra che tutti dicono che deve essere scongiurata perché sarebbe un bagno di sangue per tutti a partire proprio da quegli americani che sarebbero coinvolti. Questa è una cosa veramente grave. Bisogna che ai militari bisogna dare delle cose chiare, anche nefande, ma chiare. Tu guarda Israele: a Israele danno delle direttive nefande e quelli vanno avanti e le fanno. Non è che non siano colpevoli anche loro, sono colpevoli anche loro, però le direttive le ricevono in quella maniera.

Loretta:
Tra l'altro, infatti quello che Israele...

Fabio Mini:
...questa nebbia nell'ambito statunitense c'è il grosso macigno israeliano. Israele non vuole assolutamente che si fermino le operazioni militari. Israele vuole tutto, tutto e subito. Non è che vuole aspettare fra un mese. E quindi chi comanda? Qualcuno se l'è chiesto: ma chi comanda in questa guerra? Comanda negli Stati Uniti o comanda Israele? Io sono sempre stato dell'idea che fino adesso ha comandato e continua a comandare Israele. Trump si troverà messo in mezzo nelle questioni politiche interne con queste benedette elezioni di medio termine che si stanno avvicinando. Lui è sempre di più nei guai, è sempre più sotto nel consenso popolare e quindi secondo me ha un po' d'ansia. Che cosa potrebbe far sparire questa ansia presidenziale? I militari, primo fra tutti quello che è capo del dipartimento della guerra, di sicuro gli stanno dicendo "bombardiamo e azzeriamo l'Iran". Questo gli sta dicendo un sacco di gente. Il senatore repubblicano di sicuro gli sta dicendo questa cosa e con questo magari l'80% dei repubblicani gli staranno dicendo questa cosa. Se lui resiste e se resiste fino alla fine, nel senso che non fa scoppiare veramente il grande caos e mette il guinzaglio a Israele, qui dovrebbe scattare il premio Nobel non dico per la pace, ma per la furbizia. Questo un nuovo premio, dovremmo istituirlo: il premio Nobel per la furbizia.

Loretta:
Sì, sì. No, ma ormai di premi Nobel nuovi da istituire ce ne sono. Il premio Nobel per la nefandezza che andrà da qui ai prossimi 15 anni sarà sempre appannaggio di uno. Senti, ma spiegami una cosa: come funziona la catena di comando? Perché il commander in chief è Trump, giusto? Quindi Hegseth, essendo lui il ministro della guerra, cioè può fare fino a un certo punto... devi spiegarmelo, non può fare fino a un certo punto.

Fabio Mini:
Lui non è nella catena di comando, nel senso che i suoi ordini sono gli ordini del presidente. Quello che invece sul terreno, nell'area di responsabilità comanda veramente, cioè materialmente dà gli ordini esecutivi, non è il presidente degli Stati Uniti, è il comandante di CENTCOM, il comando centrale che ha tutta la competenza in tutta l'area del Medio Oriente, ma arriva fino all'Afghanistan, arriva fino al Pakistan, poi lascia il territorio al comandante dell'Indo-Pacifico, che è un altro generale a 5 o 6 stelle. E questi stanno a sentire il presidente, di sicuro avranno un auricolare nell'orecchio in diretta con il presidente, però sono loro che poi devono riverberare gli ordini, tradurre le intenzioni in ordini e andare avanti. Se questi sono partiti con una pianificazione – e di sicuro c'è una pianificazione che abbia una validità di un mese o di 10 giorni non ha importanza – è comunque una pianificazione. Se hanno spostato tre gruppi portaerei e li hanno portati tutti lì, se hanno spostato una cinquantina di militi là, beh, qualcuno gli ha dato l'ordine e questo ordine è il comandante di CENTCOM. Il giorno che gli dici "no, l'operazione salta", lui dice soltanto una cosa: "me la metti per iscritto, mi mandi un bel messaggio scritto o verbale registrato" – sperando che l'intelligenza artificiale non lo faccia veramente implodere – e allora lui poi esegue e dà tutti gli ordini relativi. Attenzione: nel momento in cui lui dà gli ordini relativi allo sganciamento oppure alla permanenza in zona, se dà l'ordine di sganciamento almeno di una parte delle forze, queste mettono in moto il sistema logistico per farle ritornare indietro, che sono tutte cose che non si fanno così, con le dita che schioccano. Non solo hanno un'isteresi, un'inerzia per conto loro, ma sono proprio delle cose materiali da organizzare che non si possono organizzare nel giro di 10 minuti. E ogni manovra di questo tipo, cioè lo spostamento di forze oppure l'attribuzione di un compito piuttosto che un altro, ha una valenza politica enorme perché l'effetto che fa sull'avversario non è quello che fa sul presidente. Il presidente se ne può anche fregare dell'effetto che fa una ritirata, ma sull'avversario vuol dire tanto.

Loretta:
Certo.

Fabio Mini:
L'avversario può percepire la minaccia in più o in meno anche dalle semplici banalità che può dire Trump. Un problema di Trump in questo caso è proprio quello della volubilità, per cui gli iraniani prima non si fidano di questi americani, si fidano poco anche degli stessi paesi arabi. I paesi arabi sono in crisi anche loro perché si rendono conto che loro sono diventati gli obiettivi soltanto perché ospitano le basi statunitensi. Quindi la credibilità se si perde non si riguadagna nel giro di poco tempo e ci vogliono delle azioni concrete. Trump ha perso credibilità, l'ha persa anche in Europa. E adesso per riprenderla dovrebbe fare delle cose anche strane o mettersi al tavolo e fare veramente un piano di pace, un piano che sia onorevole per tutti quanti e quindi rinunciare a qualche cosa. Sono partiti sia l'Iran che gli Stati Uniti da posizioni altissime di richieste. Sono delle cose che non stanno né in cielo né in terra, soprattutto da parte dell'Iran nei confronti di un paese con le forze armate che ha schierate ai propri confini in quella maniera. Fare il gioco che fa l'Iran è molto pericoloso, però non farlo è ancora più pericoloso. Nel senso che se si va veramente a sfregiare l'Iran e l'Iran smette di fare e dice "Va bene, accetto tutto il rischio delle perdite che ho, però a voi vi faccio male male veramente" e incomincia a colpire tutti i paesi arabi che stanno intorno. E guarda, i paesi arabi non è che si rivoltano contro l'Iran. Io ho sentito una dichiarazione: mi sembra che proprio i paesi arabi, a partire dall'Arabia Saudita, abbiano lanciato dei bei messaggi forti sia agli Stati Uniti che a Israele. E insomma, se gli Stati arabi, quelli che fino a ieri dovevano essere parte dei patti di Abramo, incominciano a dire "No, noi non riconosciamo Israele, torniamo al '48"... Eh.

Loretta:
Sì, ma infatti Trump mi sembra questa mattina ho letto che aveva chiesto all'Arabia Saudita esplicitamente di riconoscere Israele perché, insomma, lì ci sono grossi contrasti. Una cosa che adesso mentre tu parlavi mi è venuto in mente: queste sono tutte guerre e sto pensando anche all'Ucraina in cui si va un po' in punta di piedi, cioè non sono guerre totali in cui dici "Sì, va bene, siamo in un conflitto, io voglio vincere". Tu guarda come si è comportata la Russia fino adesso. E quindi si protraggono per lunghissimi periodi di tempo. Forse questa è una mia interpretazione sbagliata, però ho quasi questa impressione perché tu adesso hai detto che l'Iran, se volesse, potrebbe veramente fare del male. Eppure è contenuto.

Fabio Mini:
Sì, ma questa non è una percezione, questa è proprio la realtà. Questa guerra, tutte e due le guerre – la guerra in Ucraina – è partita in punta di piedi. Io il primo articolo che ho scritto sulla guerra in Ucraina l'ho scritto il giorno dell'invasione, ho detto "questa non è un'invasione, questa è una mossa interlocutoria", perché non si invade un paese come l'Ucraina con 120.000 uomini schierati. Là è una colonna di carri armati che non sanno andare né avanti né indietro. Era un parlare, e ho dato questa definizione quella volta: questa è una guerra al risparmio, nel senso che la Russia voleva impegnare quelle forze, ma quel minimo indispensabile perché potesse succedere qualche cosa. A partire dal mese successivo, però la Russia si è resa conto che questa guerra non stava andando così leggermente, così favorevolmente. E allora è passata – ma questo è successo il 19 di aprile – Putin ha fatto un discorso a tutti i capi delle repubbliche e i responsabili dell'organizzazione periferica dello Stato, a tutti i governatori, i presidenti delle repubbliche, e ha dato un messaggio che è stato pubblicato per intero. Ci sono le registrazioni: erano effettivamente gli ordini per la preparazione del paese a una guerra prolungata, a una guerra di attrito, a una guerra di consumo, di consumo delle energie, delle forze, della volontà, una cosa senza limiti di tempo. Questo è il passo più forte che può fare una nazione quando non mette limiti né di tempo, né di mezzi, né di soldi.

Loretta:
Mmm.

Fabio Mini:
Nessuna di questi tre limiti è stato dichiarato da Putin quando ha detto "incominciate a prepararvi per cambiare i vostri fornitori e per cambiare i vostri clienti. Cominciate a rivedere tutta la politica economica, la politica finanziaria, e andiamo avanti con questa operazione che non è ancora guerra" – diceva quella volta – che è un'operazione speciale.

Loretta:
Operazione speciale. Sì.

Fabio Mini:
Questo è stato. Quindi la guerra che si vede adesso è la continuazione esatta di quello che c'è. Cosa succede nel frattempo in Ucraina? Succede che i russi si sono stufati di queste continue provocazioni, questo andare avanti e indietro. Cioè non sembra agli occhi dei russi logico o razionale che quello continui ad appoggiarsi anche a forze straniere, alle stesse forze che gli diamo noi, che non abbia neanche gli occhi per piangere, che non abbia i soldi, che noi gli promettiamo dei soldi tutti a debito – cioè non gli diamo dei quattrini, gli passiamo dei pezzi di carta che sono debiti nostri, e con i pezzi di carta gli Stati Uniti i carri armati o le altre cose che servono non glieli danno. Gli Stati Uniti hanno ridotto l'afflusso di denaro in Ucraina proprio per questo, perché loro sono pieni di debiti. Loro dovrebbero assumere come buoni anche degli altri debiti che il buon Zelenski gli passa e che l'Europa ha firmato. L'Europa è all'implosione economica e finanziaria, anche lei non funziona in questa maniera. Per cui quando ci sono queste provocazioni o questi attacchi che la Russia – che non è stupida – prende proprio come provocazioni abusive e illecite e illegali (il bombardamento del collegio giù nel Donets, il bombardamento del dormitorio per civili... è inutile che gli ucraini dicono che lì c'erano i comandi: non c'erano i comandi, lì sono morti 60 da una parte e 30 dall'altra), allora in quel caso è proprio la pressione interna di quei falchi che ci sono anche in Russia, come negli Stati Uniti, i quali vogliono da Putin la fine della guerra, la fine totale, e hanno anche loro i mezzi per farlo. Perché quando l'altro ieri hanno buttato giù un missile RS-28 e quello ha fatto quel disastro, questi missili RS-28 ce n'hanno un'altra decina da mandare, e sono cose veramente gravi. Se poi fanno il salto, cioè "attacco illegale, illegittimo contro opposizioni civili da una parte, io rispondo con la stessa misura e ti attacco Kiev e tutti gli altri compresi civili" – cosa che fino adesso non hanno fatto.

Loretta:
Eh, però dice che i russi non potrebbero farlo.

Fabio Mini:
Se lo fanno. Ci sono i falchi russi che gli dicono "fallo. T'hanno ammazzato 30, tu ne devi ammazzare 300".

Loretta:
Sì, sì.

Fabio Mini:
Israele, tanto per prendere un'unità di misura: Israele, se gli fai una cosa di questo genere, decuplica la reazione. E questo è il tipo di ragionamento in cui si è. Putin per adesso è ancora alla fase della guerra di logoramento. Lui vede questa Ucraina traballare, vede traballare il supporto americano all'Ucraina, vede traballare per incompetenza, per incapacità e anche incapacità finanziaria il supporto europeo, e quello dice "vabbè, continuiamo ancora un po' al risparmio, non mandiamo tanti uomini, prendiamo quello che possiamo e andiamo avanti". È una strategia, però questa strategia si scontra in Russia anche con il sentimento popolare. Sentimento popolare in Russia prima era: "c'è un'operazione speciale, va bene, abbozziamo. Spendiamo come per un'operazione speciale, come le operazioni speciali contro Praga, a Budapest. Quelle erano le operazioni speciali dell'Unione Sovietica. E vabbè, passa. Noi non saremo interessati alla guerra perché nessuno ci attaccherà sul territorio". E allora va avanti con quella, ma poi dopo no. Con le risposte ucraine, ovviamente attizzate e alimentate sia dagli europei che dagli americani, questa è diventata una guerra per il popolo. "Siamo in guerra". E guarda cosa succede: la Russia non ha difficoltà economiche e non ha neanche difficoltà di reclutamento. Perché il passaggio psicologico della guerra da operazione speciale a guerra che si è fatto in testa il russo medio è quello della seconda guerra mondiale: siamo disposti a sacrificarci. Se è necessario ci sacrifichiamo.

Loretta:
Ah, sì, sì, sì. No, si sentono delle cose: vuol dire che se fossero vere solo la metà, sarebbe una vergogna nostra stare ancora qui a dare retta agli ucraini. Va bene, questa è la cosa. Comunque invece la situazione in Libano e Israele è diversa. Cioè Israele non sta facendo una guerra di logoramento, sta facendo una guerra vera, no? Ma non fa neanche una guerra, fa un massacro. È una distruzione metodica, sistematica. Questa, fra l'altro, si permette l'uso anche di dare l'avviso: "sventolo questo quartiere e domattina lo butto per terra". E così. E quindi non è neanche una guerra militare. Io non so, io da militare se mi ordinassero di fare quelle cose lì, ci penserei 20 volte prima di dire "Ma scusa, ma che cosa stiamo facendo? Come siamo diventati veramente dei becchini per andare a prendere morti, bambini, donne, e far sfollare la gente senza acqua, senza cibo? Che cosa siamo diventati così?" E invece in Israele nessuno si meraviglia, anzi si meravigliano che noi in Occidente – quei pochi, dico la verità, non siamo tantissimi – quelli che dicono "Ma che cazzo di militari siete?" Cioè un'etica ce l'avete o non ce l'avete? O avete solamente l'etica dell'ordine? Guardate che con l'etica dell'ordine ricevuto voi siete stati massacrati e annientati. Avete perso 6 milioni di persone perché gli altri avevano l'etica dell'obbedisco all'ordine e non sono responsabile. Voi dovete pensare a quello che è successo ai gerarchi nazisti a Norimberga, compresi quelli che tutto sommato alla fine non avevano fatto neanche tante nefandezze insieme a quelli impiccati. Il protocollo di Norimberga è passato come diritto internazionale: il fatto che quel tipo di reati siano dei reati perseguibili come crimini di guerra. È passato a Norimberga.

Loretta:
Sì, sì. Alla parte non era mai stato visto da nessuna parte, è stato inventato dagli avvocati inglesi e americani per far fuori tutta la dirigenza politica.

Fabio Mini:
Ecco, poi dico la verità: la dirigenza è stata decimata con il processo, ma decimata significa il 10%. Gli altri 90 sono stati tutti presi e coccolati e avviati direttamente nei laboratori statunitensi oppure della Gran Bretagna, o soprattutto gli scienziati, oppure avviati verso altri paesi, Argentina, Brasile e così via, e salvaguardati poi per 50 anni. C'è voluta soltanto l'operazione israeliana e quelli sì perso per andare a caccia di questi cosi, sennò la caccia non ci sarebbe mai stata. Però questo sembra che gli israeliani non se lo stiano ricordando. Non stanno per niente maturando o comunque formando il pensiero sullo specchio. Cioè, guardate che adesso a voi vi vedono come i nazisti, come voi vedevate i nazisti. Non fanno questo esercizio di specularità, ed è una cosa incomprensibile. Non tutti in Israele, non tutti. C'è ancora qualcuno, ma sono talmente pochi che fra l'altro, essendo quei pochi ancora con l'abilità di parlare, ma pochi e ininfluenti, comunque essendo in quella condizione danno l'alibi, forniscono l'alibi a Israele per fare continuare a fare quello che fa. Tanto l'opposizione non è niente. "Poi siamo democratici, c'è anche l'opposizione e la lasciamo parlare, siamo democratici". Questo succede. Quindi è dura, è veramente. Però la guerra in Ucraina potrebbe finire se soltanto non ci fosse questo accanimento contro un modello. Perché non è tanto l'accanimento contro la Russia, è l'accanimento contro un modello di gestione dell'ordine internazionale.

Loretta:
Mmm.

Fabio Mini:
Noi non vogliamo che la Russia faccia parte di quel modello. Bene, adesso dobbiamo dirglielo, gli mandiamo un telegramma e glielo diciamo. Guardate, è inutile che fate guerre e non guerre, dopodiché questi si comportano come quelli che hanno soltanto un sistema giuridico da rispettare. Il loro.

Loretta:
Ma ti volevo chiedere: tu prima parlavi dell'etica militare, ma è possibile per un soldato rifiutarsi? Quando è ammesso?

Fabio Mini:
Guarda, qui c'è una cosa che poi diventa di lana caprina, ma comunque è così. Allora, l'etica militare stabilita dai regolamenti è che l'ordine può essere rifiutato quando è manifestamente illegale, illegittimo e contro le leggi. Noi italiani, per esempio, abbiamo come riferimento anche tutte le leggi internazionali, le abbiamo accettate tutte, nemmeno una ce ne siamo fatta sfuggire. Per cui alla giurisdizione nazionale c'è anche la giurisdizione internazionale, quindi è possibile rifiutarsi. Ma che cosa succede? Succede che se uno si rifiuta, il problema fondamentale non è il suo atto, è il riverbero di quell'atto sulla compattezza o sulla capacità operativa di tutte le forze, per quello che mina. Ecco perché anche i militari come me, dico "anche come me", di fronte all'alternativa "mi rifiuto oppure ci andrei con i piedi caldi". Purtroppo noi militari siamo messi in queste condizioni. Il nostro militare soldato che ha il fucile in mano è posto in queste condizioni: deve decidere lui se diventare un criminale o no. E poi dopo sarà difficile che ci sia qualcuno che lo difende in tribunale, soprattutto se perde. Se poi perde la guerra sarà dura. Quindi praticamente questa obiezione funziona in termini teorici, funziona, è possibile. In termini pratici, proprio dal punto di vista pratico: io comandante che dico "non eseguo questa cosa", ma so che non eseguendo questo ordine metto a repentaglio la vita di quello che sta dalla parte di là, metto a repentaglio l'operazione che invece ha uno scopo finale che è giusto ed è legittimo. Insomma, davanti a questo va a finire: mi assumo io la responsabilità, nessuno mi salvaguarda. Tanto è vero che i criminali di guerra... tu hai visto tutti i criminali di guerra che sono tutta gente che aveva fatto materialmente quelle cose. Quelli che avevano ordinato, pochi ne sono andati durante la seconda guerra mondiale. Poi la lasciamo perdere, perché Norimberga è stato il processo contro i vinti. Ma i crimini sono stati fatti anche dai vincitori, e quelli non li ha processati nessuno.

Loretta:
No, beh, certo, lì hanno processato solamente chi ha perso. È chiaro. Senti Fabio, grazie. Ci hai spiegato un sacco di cose. Vediamo quello che succede sul fronte ucraino nei prossimi... devo dire che quella è una parte che mi interessa molto perché quella potrebbe essere una dei tre conflitti che si potrebbe concludere. Però come tu dici, le possibilità ci sono. Basta soltanto un po' di razionalità. Appunto, che è tantissimo perché da quello che vedo io qui di razionalità c'è zero.

Fabio Mini:
E no, guarda.

Loretta:
Va bene, Fabio, ti ringrazio tantissimo.

Fabio Mini:
Anche a te. Ciao Loretta, arrivederci. Buonasera.

Loretta  Napoleoni

Loretta Napoleoni

 

*Economista di fama internazionale. Ha insegnato alla Judge Business Schools di Cambridge e nel 2009 è stata invitata come relatrice alla Ted Conference sui temi del terrorismo. Nel 2005 ha presieduto il gruppo di esperti sul finanziamento del terrorismo per la conferenza internazionale su terrorismo e democrazia organizzata dal Club de Madrid. Autrice di diversi libri di successo tra cui Terrorismo SPAEconomia Canaglia e Maonomics, tradotto in 18 lingue, incluso l’arabo ed il cinese; ISIS, lo stato del terrore, uscito in 20 nazioni. L’ultimo si intitola Technocapitalism

 

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