La copertura sanitaria universale non esiste, neanche in Italia

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La copertura sanitaria universale non esiste, neanche in Italia

 

di Federico Giusti

Nella giornata della copertura sanitaria universale ci si nasconde dietro a proclami senza costrutto per non estendere (erga omnes) la copertura sanitaria con riferimento a tutte le prestazioni necessarie per garantire il diritto alla salute.

Numerosi servizi, e altrettante prestazioni, sono ormai inaccessibili nella sanità pubblica, invece di assumere personale, anche in deroga ai tetti di spesa, il Governo pensa di applicare la tassazione del 5% per le ore straordinarie del comparto sanitario.

Parliamo di temi, quelli della copertura sanitaria universale, parte integrante degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile previsti per il 2030, eppure negli ultimi 25 anni la salvaguardia della salute si è ridotta con minori risorse destinate al settore e numeri crescenti di cittadini esclusi dai servizi,

E la esclusione dai servizi sanitari è strettamente connessa con la povertà, in intere aree del Globo l'accesso alla salute è impedito proprio alle classi sociali meno abbienti dopo le privatizzazioni e l'affermarsi del sistema delle assicurazioni private.

Tra gli anni inclusi tra il 2021 e il 2023 oltre il 18% degli ultra 65enni (2,6 milioni di persone) italiani ha  rinunciato a un esame diagnostico  o a una prestazione sanitaria di cui avrebbe avuto necessità perchè il servizio pubblico prevedeva tempi di attesa fin troppo lunghi e il privato esigeva cifre inaccessibili

Per un reale e universale diritto alla salute servono assunzioni, reinternalizzazioni dei servizi, porre fine alle lunghe liste di attesa e favorire l'accesso alle prestazioni tout cort.

I soggetti che rinunciano alle prestazioni sanitarie, anche quando indispensabili per la salute, sono le fasce economicamente più deboli della popolazione, spesso precari con bassa istruzione, impossibilitati a impegnare parti del loro misero reddito per la sanità privata.

Questa situazione, di inaudita gravità, determina anche il depotenziamento della medicina del lavoro, della prevenzione, delle prestazioni fisioterapiche, il tasso di mortalità si abbatte con la prevenzione  specie se parliamo di alcune tipologie tumorali per le quali cure tempestive risultano indispensabili a scongiurare successive e fatali ricadute. E per capire la rilevanza della prevenzione citiamo una fonte autorevole come il Quotidiano Sanità che evidenzia come le regioni meridionali e insulari, dove l'accesso alla sanità pubblica presenta maggiori difficoltà, sono le più colpite dalla mortalità di alcune malattie.

Un andamento simile si ha anche per i tumori del colon: la copertura dello screening per il tumore del colon-retto raggiunge valori più alti fra i residenti al Nord (67%), ma è significativamente più basso fra i residenti del Centro (51%) e del Sud (26%). Nelle regioni del Centro e del Nord dove lo screening è partito prima e con livelli di copertura più elevati (intorno al 70%) la mortalità si è ridotta di circa il 30%, molto più che al Sud (-14% nelle donne e -8 negli uomini). Per entrambi i tumori il rapporto ISS mostra livelli contenuti di mobilità dei pazienti nel Centro e nel Nord del Paese. Nel Sud comprese le isole sono presenti livelli di mobilità nettamente più alti (circa 3 volte) rispetto al Centro-Nord. Per quanto riguarda il tumore della mammella le Regioni con le coperture di screening più alte presentano indici di fuga più bassi. “Questo dato – sottolineano gli autori - evidenzia come in Regioni in cui lo screening mammografico raggiunge una buona parte della popolazione femminile target il sistema è anche in grado si prendersi carico dei casi di tumore della mammella che necessitano di un ricovero ospedaliero per intervento chirurgico, mentre questo non è sempre garantito nelle Regioni dove lo screening è ancora lontano dai livelli ottimali. In questo panorama Regioni come Calabria e Molise si distinguono fra quelle con i più bassi livelli di copertura dello screening mammografico e il più alto indice di fuga”.

https://www.quotidianosanita.it/cronache/articolo.php?articolo_id=126421

Verrebbe da chiedere ai Governi che hanno tagliano impunemente fondi alla sanità pubblica quanti soldi pubblici siano stati spesi con le cure ospedaliere destinate ai malati terminali ma anche quanti ne avremmo risparmiati prevenendo in grande anticipo l'insorgere di gravi malattie e allungando nel frattempo i tempi di vita , e di salute, a tanti cittadini.

Ha quindi senso parlare ancora di diritto alla salute quando si esclude il reale accesso alla cura, alla prevenzione e tutte le prestazioni indispensabili facendo credere ai cittadini che questi servizi siano ormai un lusso da pagare nelle strutture private?

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