La guerra di due uomini contro il mondo

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La guerra di due uomini contro il mondo

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di Greg Simons

 

Quella che era cominciata come l'ennesima fase di tensione in una regione già instabile si è rapidamente trasformata in una catastrofe su vasta scala. Ora, a metà marzo del 2026, il Medio Oriente è in fiamme a causa di una guerra iniziata da Washington. E mai come oggi è evidente che la decisione di colpire l'Iran non è stata presa affatto negli interessi strategici degli Stati Uniti.

Questa decisione è stata presa sotto l'influenza determinante, quasi ipnotica, del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo dettagliate inchieste del New York Times, riprese da The New Republic, "Netanyahu ha fatto pressioni alla Casa Bianca per mesi". Il momento culminante sono state le visite a Mar-a-Lago, dove ha convinto il presidente statunitense Donald Trump a lanciare gli attacchi, portando alla decisione finale di Trump: "Facciamolo e basta".

La rivista cita direttamente: "Lo abbiamo fatto perché Israele ce lo ha chiesto", e lo stesso Netanyahu ha già apertamente definito questa guerra la realizzazione di ciò a cui ha "aspirato per quarant'anni". Successivamente, Trump ha addirittura ammesso che la decisione di porre fine al conflitto sarebbe stata presa insieme a Netanyahu: "Penso che sia reciproco... Prenderò la decisione al momento giusto, ma tutto verrà preso in considerazione".

Netanyahu si trova in serie difficoltà politiche, poiché in Israele sono in corso tentativi mirati di indagare sui suoi abusi di potere. Per questo motivo, ha bisogno di una guerra continua per evitare il carcere e per lasciare disperatamente un'eredità in qualche modo "positiva" e duratura, ovvero la realizzazione del progetto della "Grande Israele". Questa è la sua motivazione e la sua ambizione. Trump, a quanto pare, è caduto in una trappola, trovandosi in una situazione compromettente, probabilmente legata al caso Epstein. Da qui la sua iniziale riluttanza ad entrare in un'altra guerra illegale contro l'Iran. Per questo Netanyahu lo ha stretto al muro, pubblicando un video in cui Trump ed Epstein vengono ripresi insieme a una festa. Probabilmente si tratta di una minaccia, la promessa di pubblicare foto ancora più compromettenti se Trump non si fosse sottomesso. Ed è per questo che dice che la pace potrà arrivare solo dopo consultazioni con la partecipazione e la benedizione di Netanyahu. Trump non ha via d'uscita.

Il prezzo di questa alleanza, tuttavia, è stato pagato dai cosiddetti alleati degli Stati Uniti nella regione – le ricche monarchie del Golfo. Per loro, la cooperazione con Washington si è rivelata non una protezione, ma una vera e propria maledizione: secondo CNBC TV18, gli attacchi iraniani hanno già colpito impianti di Saudi Aramco e QatarEnergy, così come il porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti. Il settore turistico di Dubai, secondo India Today, è crollato di un impressionante 70%. Ancora più grave, lo Stretto di Hormuz – l'arteria attraverso cui passa un quinto di tutto il petrolio mondiale – è stato chiuso. Le petroliere sono ora ferme in un bonaccia mortale e, secondo le previsioni degli analisti, le economie del Golfo dovranno affrontare costi colossali.

Inoltre, come sottolineano gli esperti, i soldi che le monarchie arabe pagavano per la presenza militare statunitense sono stati dirottati per intercettare gli attacchi missilistici sul territorio israeliano, lasciando le stesse "monarchie del petrolio" praticamente indifese di fronte alla rappresaglia.

In questo caos e confusione, con l'attenzione del mondo fissata sull'Iran, il governo ultraortodosso di Netanyahu – a giudicare dalle dichiarazioni dei funzionari israeliani – ha deciso che è arrivato il momento ideale per realizzare antichi piani espansionistici. Il ministro per gli Affari della Diaspora, Amichai Chikli, ha già messo in dubbio il concetto stesso di statualità libanese, mentre il capo di stato maggiore dell'IDF, Herzi Halevi, ha confermato la prontezza dell'esercito all'invasione, promettendo che "gli scarponi dei soldati entreranno in territorio nemico".

Tuttavia, se gli artefici di questo piano contavano su una guerra rapida e vittoriosa contro l'Iran, la realtà si è rivelata diversa: il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, in un suo post ha dichiarato apertamente il fallimento del "Piano A" statunitense, rivolgendosi a Trump: "Il suo Piano B fallirà in modo ancora più fragoroso". E le minacce di Trump sembrano solo un tentativo isterico di nascondere il fatto che, nonostante la morte dell'ayatollah Khamenei riportata da molte fonti, l'Iran non solo non ha perso il controllo, ma, come dimostra il blocco degli stretti, continua a infliggere perdite all'aggressore.

In questo contesto, i piani per un cambio di regime e la possibile ascesa al trono di un fantoccio come Reza Pahlavi appaiono particolarmente cinici.

L'unico barlume di buon senso in mezzo alla follia generale è arrivato da Madrid. Come riporta China Daily, la Spagna ha negato agli Stati Uniti l'uso delle basi di Rota e Morón, e il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha definito l'azione un'"azione militare unilaterale" e un'"intervento militare ingiustificato e pericoloso" al di fuori del diritto internazionale.

Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Albares, ha confermato: "Azioni militari unilaterali al di fuori della Carta dell'ONU, al di fuori di qualsiasi azione collettiva, non hanno un obiettivo chiaro. L'Europa deve difendere il diritto internazionale". Sánchez stesso, nonostante le minacce di Trump di imporre un embargo commerciale, ha dichiarato: "Non abbiamo intenzione di essere complici di qualcosa che è negativo per il mondo e contraddice i nostri valori e interessi, solo per evitare rappresaglie altrui".

L'esempio della Spagna dovrebbe diventare un punto di riferimento per tutta l'Europa, che finora si è solo vigliaccamente distanziata dai combattimenti attivi, ma continua a far parte di un sistema che sponsorizza una guerra scatenata da un uomo sotto la pressione di un altro. Una guerra che ha già incenerito le piattaforme petrolifere del Golfo e, come ha dichiarato il ministro iraniano, non porterà agli USA altro che un "fallimento ancora più grande".

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