La Palestina dimenticata

Mentre l’attacco preventivo illegale contro l’Iran spinge il Medio Oriente verso una guerra regionale, la distruzione di Gaza e l’annessione progressiva della Cisgiordania continuano a ridefinire la realtà politica della Palestina.

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La Palestina dimenticata

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad


Al centro dell’attuale crisi regionale si trova la questione palestinese irrisolta e un genocidio in corso.

Eppure, mentre la guerra si allarga in seguito all’attacco preventivo illegale contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele, la distruzione della società palestinese viene progressivamente spinta ai margini dell’attenzione internazionale.

Teheran ha risposto con attacchi missilistici e droni in tutta la regione, colpendo basi americane e infrastrutture degli alleati. Tuttavia, alcuni episodi rimangono poco chiari. Attacchi attribuiti all’Iran, come quello contro le infrastrutture di Aramco in Arabia Saudita, sono stati negati da Teheran, mentre funzionari britannici hanno affermato che siti militari del Regno Unito a Cipro non sono stati colpiti dall’Iran. Queste contraddizioni sollevano interrogativi sulla possibilità di operazioni false flag, volte a giustificare un’escalation o a danneggiare infrastrutture in paesi arabi attribuendone poi la responsabilità all’Iran.

A tutto questo si aggiunge il fatto che questa sia anche una guerra di propaganda. Abbiamo già visto come una parte della stampa abbia contribuito a fabbricare il consenso per il genocidio in Palestina, come ha osservato anche la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese. Quella stessa stampa continua ora a presentare narrazioni che, direttamente o indirettamente, favoriscono la posizione israeliana.

Non possiamo sapere con certezza tutto ciò che sta accadendo sul terreno. Tuttavia sappiamo che l’attacco contro l’Iran non è avvenuto in risposta al possesso imminente di armi nucleari da parte di Teheran, né può essere spiegato con la retorica dell’esportazione della democrazia, concetto che appare sempre più fragile anche negli Stati Uniti e in Europa, dove il dissenso è spesso represso e i diritti civili vengono limitati.

L’accusa principale contro l’Iran riguarda il suo sostegno a gruppi militanti operativi in Libano e in Palestina. Tuttavia questa accusa appare spesso selettiva. Nel 2019, durante una conferenza del partito Likud, Benjamin Netanyahu avrebbe dichiarato: “Chiunque voglia impedire la creazione di uno Stato palestinese deve sostenere il rafforzamento di Hamas e il trasferimento di denaro a Hamas. Questo fa parte della nostra strategia: isolare i palestinesi di Gaza dai palestinesi della Cisgiordania”.

Allo stesso modo, Hillary Clinton ha ricordato pubblicamente come gli Stati Uniti abbiano finanziato i mujaheddin per combattere le forze sovietiche negli anni Ottanta, affermando: “Le persone contro cui stiamo combattendo oggi, le abbiamo finanziate noi vent’anni fa”. Questo riferimento al sostegno occidentale a gruppi armati durante la guerra fredda evidenzia l’ipocrisia che spesso caratterizza il discorso sul terrorismo.

Ciò che era iniziato con il pretesto di ridefinire l’equilibrio regionale si è rapidamente trasformato in una pericolosa guerra regionale con il potenziale di espandersi ulteriormente. Il conflitto sta già ridefinendo le alleanze nel Medio Oriente, mentre le prime ripercussioni iniziano a farsi sentire sull’economia globale.

Tuttavia, mentre l’attenzione internazionale si concentra sull’allargamento della guerra con l’Iran, l’ingiustizia centrale che ha destabilizzato il Medio Oriente per generazioni continua in gran parte senza ostacoli: la distruzione della vita palestinese, il genocidio a Gaza e la continua colonizzazione e negazione della sovranità palestinese.

Gaza è stata devastata da una campagna militare che ha distrutto le fondamenta fisiche e sociali della società palestinese. Interi quartieri sono stati rasi al suolo, ospedali e infrastrutture civili distrutti e la popolazione sottoposta a sfollamenti di massa, condizioni di fame e bombardamenti incessanti. Oggi, a causa degli attacchi israeliani in Libano, sia i libanesi sia i palestinesi stanno evacuando le proprie case per timore di ulteriori bombardamenti nel Libano e nella capitale Beirut.

Nel frattempo, la Cisgiordania sta subendo una trasformazione rapida e potenzialmente irreversibile. Coloni armati, protetti dall’esercito israeliano, attaccano civili palestinesi con una violenza crescente e con un senso di impunità quasi totale.

L’espansione degli insediamenti, le confische di terre e il controllo militare permanente stanno incorporando progressivamente vaste parti del territorio nel sistema politico e di sicurezza israeliano. Ciò che emerge non è soltanto colonizzazione, ma una vera e propria annessione di fatto della Cisgiordania.

La guerra con l’Iran non può quindi essere compresa isolatamente. Essa si intreccia con un progetto politico più ampio sostenuto da influenti circoli strategici in Israele e a Washington. Per decenni alcune correnti del pensiero neoconservatore hanno sostenuto la necessità di rimodellare il Medio Oriente attraverso l’indebolimento o il rovesciamento di governi considerati ostili.

In alcune correnti del nazionalismo religioso israeliano queste ambizioni sono rafforzate da interpretazioni messianiche che presentano l’espansione territoriale come un destino storico.

Il conflitto si interseca inoltre con tentativi di destabilizzare l’Iran sfruttando la sua diversità etnica. L’Iran è uno Stato multietnico con significative comunità azere turche, curde, arabe, baloch e turkmene. Eventuali tensioni separatiste potrebbero generare un’instabilità regionale molto più ampia.

La frammentazione dell’Iran preoccuperebbe immediatamente paesi vicini come la Turchia e il Pakistan, che temono il rafforzamento di movimenti separatisti nelle proprie regioni di confine. La disintegrazione di un paese di quasi novanta milioni di abitanti provocherebbe probabilmente crisi di rifugiati e nuovi conflitti etnici.

Le implicazioni economiche globali stanno diventando sempre più evidenti. Il Golfo Persico rimane l’arteria principale del sistema energetico mondiale. Qualsiasi interruzione delle rotte marittime o della produzione petrolifera avrebbe effetti immediati sui mercati globali.

Eppure, nonostante il caos regionale, la questione centrale rimane la Palestina.

La distruzione di Gaza e la trasformazione della Cisgiordania non sono conseguenze secondarie della crisi attuale, ma il suo contesto politico fondamentale. Un Medio Oriente consumato da una guerra più ampia offre infatti la distrazione strategica sotto la quale l’annessione può avanzare e la distruzione della società palestinese può continuare con minore attenzione internazionale.

Finché Gaza rimarrà in rovina e la Cisgiordania continuerà a ridursi sotto il peso dell’annessione, senza ricostruzione né autodeterminazione palestinese, l’intera regione rimarrà intrappolata in una condizione di conflitto permanente, con conseguenze che inevitabilmente ricadranno anche sul resto del mondo.


Gli Autori

Tawfiq Al-Ghussein è laureato presso la School of Foreign Service della Georgetown University in Economia Internazionale e possiede un master presso la SOAS, University of London. Scrive su diritto internazionale, geopolitica e sull’economia politica del Medio Oriente.

Rania Hammad ha studiato Scienze politiche presso l’American University of Rome e ha conseguito un Master in Relazioni internazionali presso l’Università del Kent, Canterbury. È membro del Global Network for the Question of Palestine e autrice di Palestina nel cuore, Vita tua vita mea e Ritorno a Gaza.

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