Lavrov avverte: diritto internazionale in crisi. Solo il nucleare garantirà la pace
di Clara Statello
Il 27 gennaio, il Doomsday Clock ha segnato 85 secondi all’Apocalisse nucleare. Esattamente un mese dopo, due potenze nucleari hanno attaccato uno stato non nucleare. Una delle due potenze, Israele, non aderisce neanche al Trattato di Non Proliferazione, quindi non ha ufficializzato il numero esatto di testate nucleari possedute, la loro ubicazione e soprattutto la sua dottrina nucleare. In sintesi: è una potenza nucleare abusiva.
Entrambi i paesi attaccanti hanno bombardato imprudentemente (e impunemente) centrali e siti nucleari iraniani. Nonostante ciò, nonostante il dominio del cielo, nonostante i bombardamenti senza tregua, non solo sono lontani dall’obiettivo dichiarato di rovesciare “il regime degli Ayatollah” e neutralizzare le sue capacità balistiche, ma sembrano essersi cacciati in una trappola senza uscita.
Questo spregio per le regole internazionali, esplicitato più volte dal capo del Pentagono Pete Hegset, legittima il timore che Benjamin Netanyahu o Donald Trump possano approvare l’utilizzo di armi atomiche, se non riusciranno a raggiungere i loro obiettivi strategici in altro modo.
Se a fine gennaio eravamo a meno di un minuto e mezzo dall’inferno nucleare, che ora segna adesso l’orologio del Giorno del Giudizio?
Le preoccupazioni sono legittime, non solo per il rischio di un attacco nucleare diretto o indiretto (ad esempio contro una centrale nucleare o con bombe sporche), ma perché l’architettura che regola la deterrenza nucleare a livello internazionale e quindi ne limita l’uso (e l’abuso) è a rischio cedimento…se non proprio franata.
A lanciare l’allarme è stato ieri il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, dopo un alcuni giorni di relativo silenzio, in un messaggio inviato alla Conferenza sulla Non Proliferazione di Mosca. “La credibilità del Trattato di non proliferazione nucleare, così come la credibilità della diplomazia come strumento di risoluzione dei disaccordi, è stata gravemente compromessa”.
A indebolire il diritto internazionale, ancora una volta, è l’”eccezionalismo” di Israele e degli Stati Uniti d’America, ovvero l’infondata pretesa di queste due nazioni di poter agire al di fuori delle regole che, invece, si pretende voler far rispettare a tutti gli altri Paesi. In pratica il diritto internazionale vale come limite per imbrigliare i challengers di Washington e Tel Aviv (e qualche volta di Londra o Bruxelles), mentre va rispettato “fino a un certo punto” (Tajani) o non se ne deve fare “abuso” (Metzola), quando a infrangerlo sono USA e Israele. In ogni caso, se davanti a smaccate violazioni del diritto internazionale, non dovremmo essere troppo pignoli con i nostri alleanti (Merz).
La postura giustificazionista degli europei fa presa e diventa l’”unico modo possibile” soltanto nella ristretta bolla culturale/politico/ideologica del “giardino fiorito” di borelliana memoria. Nel mondo reale, il rischio è quello di innescare una corsa al nucleare, ovvero un ritorno alla proliferazione di testate e ai test nucleari. Ad aggravare lo scenario, la competizione non avverrebbe, come nel secolo scorso, tra due potenze rivali. Nel nuovo mondo multipolare, la corsa al nucleare si svolgerebbe su scala globale. Soprattutto tra le ex colonie che cercano di affermarsi come potenze emergenti sullo scenario internazionale.
Secondo Lavrov, a spezzare il sottile e labile filo che sosteneva gli equilibri tra potenze nucleari e ne limitava la proliferazione incontrollata, sono stati gli attacchi di Israele e USA contro impianti nucleari sotto la tutela dell’AIEA, condotti durante una fase di negoziati tra la parte iraniana e quella americana a cui ha partecipato anche il capo dell’agenzia dell’ONU, Rafael Mariano Grossi.
“Ora, sempre più Paesi si stanno convincendo che solo il possesso di armi nucleari può fornire una garanzia affidabile di protezione contro attacchi illegali alla loro sicurezza. E questo, di per sé, comporta seri rischi di proliferazione”, afferma Lavrov nel videomessaggio.
Tradotto dal “diplomatichese”, Lavrov ha preso pubblicamente atto della fine del diritto internazionale.
Sono saltati tutti gli schemi, gli Stati Uniti affrontano una profonda crisi interna che proiettano all’esterno, nel doppio tentativo di sopravvivere e irrobustire l’egemonia mondiale, recentemente messa in discussione dai BRICS. Trump è pronto a tutto per impedire il tramonto del secolo americano, come testimonia il budget a 12 zeri previsto per il Pentagono e in costante aumento. Come ha detto, il suo unico limite sarà la “sua morale”.
Noi europei del “primo mondo” continuiamo a credere nell’esistenza dell’ONU, dei Trattati, della tutela della nostra esistenza come stati sovrani e indipendenti per via di norme e riconoscimenti scritti. Tutti gli altri paesi, invece, hanno perfettamente compreso che la garanzia alla propria esistenza proviene dallo scudo nucleare, non dal diritto internazionale.
I leader dei cosiddetti Paesi emergenti, cioè le ex colonie che reclamano un maggior ruolo globale, hanno colto il messaggio che arriva da Washington, dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro Moro e l’attacco all’Iran.
Hanno colto il messaggio che arriva da Pyongyang: solo con una solida e credibile deterrenza si difendono i confini nazionali e la stabilità interna.
Il primo segnale è arrivato dal Brasile, in un discorso tenuto da Luis Ignacio Lula da Silva, in occasione della visita del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa. Lula è molto preoccupato per le rinnovate pretese di Washington nei confronti del continente americano e la cosiddetta “dottrina Donroe”.
"Nessuno qui possiede una bomba nucleare, nessuno qui possiede una bomba atomica, i nostri droni sono per l'agricoltura, per la scienza e la tecnologia, non per la guerra. E se non ci prepariamo in termini di difesa, un giorno qualcuno ci invaderà”, ha affermato riferendosi all’intero continente latinoamericano.
La posta del gioco è alta: oltre a petrolio e alle altre risorse brasiliane, ci sono le terre rare, ambite da Washington e a cui Brasilia non ha alcuna intenzione di rinunciare.
Se il diritto internazionale non riuscirà a garantire l’integrità dei confini, la sovranità, la stabilità e la pace ai Paesi emergenti, lo farà l’atomica. E a livello globale, l’equilibrio di potenza basato sulla deterrenza soppianterà l’ordinamento basato sulle organizzazioni di diritto internazionale. Ne scaturirebbe una pace fondata sulla necessità del mantenimento della vita sul pianeta. Tuttavia, ciò non sarebbe una garanzia sull’inevitabilità dell’opzione nucleare. Non si può mettere un’ipoteca nucleare sulla pace.
Oltre a ciò, in un ordinamento basato sulla potenza nucleare, il ruolo della piccola UE sarebbe sempre più marginale, irrilevante e subalterno agli Stati Uniti d’America. I vecchi Paesi coloniali sono al tramonto e il tentativo di tornare potenza è fuori tempo massimo (e condotto con le modalità sbagliate).
Il mancato rinnovo del New Start da parte degli USA, l’annuncio di Trump di ripresa dei test nucleari, l'implementazione del sistema di difesa missilistica globale americano "Golden Dome" – con la conseguente trasformazione dello spazio in una zona di guerra, rappresentano una minaccia significativa per la stabilità strategica globale.
Per salvare se stessa, l’UE dovrebbe difendere l’ordinamento giuridico internazionale dall’attacco statunitense e israeliano, dovrebbe riscattare l’Occidente collaborando con le altre potenze globali per una soluzione politica ai conflitti e il ripristino della diplomazia. Ma purtroppo i nostri leader non riescono a rappresentare né perseguire gli interessi dei popoli europei. O forse, molto più semplicemente, non è questo il loro compito.

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